
Può una storia venire in tuo soccorso per salvarti la pelle? E se quella storia poi, fosse un fumetto? Passo indietro, decisamente doveroso, vi avviso, ci porterà parecchio indietro nello spaziotempo, ma ogni viaggio deve iniziare da qualche parte… Go!
La prima volta che ho sentito suonare Caparezza del vivo, erano i primi anni 2000, all’Hiroshima di Torino, non avevo idea di chi fosse, lo vedo spuntare sul palco con addosso una maglietta di Rat-Man, mi era già simpatico prima di sentirlo cantare, uscito da lì mi sono procurato il suo disco “?!”, da allora, mai smesso di ascoltarlo, se mi leggete da – per vostra sfortuna – tanto tempo, saprete benissimo che cito i suoi pezzi ad ogni piè sospinto, anche se non ho mai scritto niente sull’artista pugliese perché non mi lancio quasi mai in recensioni di dischi, questa volta la situazione lo richiede a gran voce, quindi popolo del pianeta… attenzione!
“Orbit Orbit” è l’album di Caparezza, uscito ad Halloween del 2025 – anche questo ne fa materia da Bara Volante – che completa un’ideale trilogia, quella iniziata con la prigionia di “Prisoner 709” (2017), seguito dalla fuga di “Exuvia” (2021) che si completa con la libertà, in questo caso di vagare nello spazio, di un “disco solare” (come il Dio Ra) pensato da un’artista con molta propensione all’introspezione, sempre più Michele Salvemini e sempre meno Caparezza, qui il nostro, come lo pterosauro di “Arzach”, ha un personaggio sul dorso che vuole levarsi di dosso per vagare nel cosmo.

Il problema di ipoacusia di Caparezza è noto, peggiorato con il tempo si è inevitabilmente portato dietro altre problematiche tali per cui, fare musica per il nostro ipertricotico amico era diventato impossibile, se non proprio una sofferenza fisica. Ma quella maglietta e le tante rime a tema nel corso degli anni parlavano chiaro, il fumetto il primo dei miei tragitti (cit.), proprio a quello è tornato Caparezza, prima con l’idea di aprire la sua casa editrice, poi semplicemente appoggiandosi ad una piccina, poco nota, la Sergio Bonelli Editore.
Ma siccome le idee vivono di vita propria, quello che avrebbe dovuto essere solo un fumetto ha riacceso il vulcano nella testa di Caparezza, il risultato è stato un fumetto e un disco, che si parlano anche se volendo, potete leggervi “Orbit Orbit” senza aver ascoltato il disco omonimo e viceversa, oppure potete leggere i capitoli del fumetto alternandoli alle tracce del disco, in questo mescolare arte due e arte nove, Caparezza firma un viaggio che omaggia Bonvi, “Il mondo di Edena” di Moebius, Silver Surfer, Leiji Matsumoto e il suo “Galaxy Express 999”, un frullatore di passioni per una storia, ovviamente molto intimista.

Ormai i dischi di Caparezza sono tutti delle “Rock opere”, con le tracce ordinate e legate una all’altra, anche per questo, sempre meno soggette alle regole delle musica moderna, che vuole pezzi usa e getta, delle Hit fatte e finite. Il nostro ha talmente affinato la tecnica che non ha nemmeno più bisogno dei “raccordi” che utilizzava tra un pezzo e l’altro in dischi come “Le dimensioni del mio caos” (2008) che era una sorta di fonoromanzo.
Ho ascoltato più volte il disco prima di leggere il fumetto, e la storia era già lì bella che pronta, dopo aver letto “Orbit Orbit” però, ho capito gli asteroidi che fanno “Thud! Thud! Thud!” di “Pathosfera”, a parte quella, la trama è presto detta, perché “Orbit Orbit” ha come protagonista proprio Caparezza, che vista la sua condizione (più nel disco che nel fumetto) sviene e orbita, appunto, fuori dal suo corpo nelle vesti di un cosmonauta che intraprende un viaggio interstellare in cerca di ispirazione creativa dopo un periodo di isolamento, in cui le idee sembravano finite.
La libertà per Caparezza passa dall’immaginazione, l’ultimo vero rifugio, la ritrovata creatività in un “media” che il nostro ha sempre amato come i fumetti, gli permettono di rilanciarsi come cantante e di superare il problema di acufene e ipoacusia, o per lo meno, di imparare ad accettarlo come condizione endemica.

Le tracce del disco sono anche i capitoli del fumetto, quindi Caparezza in “Fluttuo, orbito” vola fuori dal suo corpo come cosmonauta in viaggio nel suo camper spaziale, atterra sul “Il pianeta delle idee”, che trova inaridito e desolato prima di rimettersi in pista, e qui lo dico e non lo nego, “Io sono il viaggio”, con il suo suono elettronico mi ha lasciato senza parole. Non perché sia il capitolo più straordinario del fumetto o la canzone più iconica di Caparezza, ma semplicemente perché era il pezzo di cui avevo bisogno io, nel momento in cui mi serviva di più, non voglio entrare troppo nel dettaglio, ma nell’inciso prima del secondo ritornello ho ritrovato me stesso come poche – ma sentite – volte mi è capitato grazie alla musica.
Allo stesso modo, io Darktar, con il suo nome quasi alla John Carpenter, credo di conoscerlo fin troppo bene, ho conosciuto persone così e a volte, credo di esserlo io stesso. Il modo in cui Caparezza lo ritrae nel fumetto, non come cattivo a tutto tondo (sarebbe stato più facile e ben più banale), ma come qualcuno di più sfaccettato, malgrado la sua mono-espressione, fa intuire quanto il buon Michele avesse a cuore la storia, e dopo essere sprofondati nel catrame come il cavallo Artax, nell’idea di questo fumetto e relativo disco solare, ci vuole la catarsi.
“A comic book saved my life” è un inno, il capitolo del fumetto omonimo è l’omaggio a Bonvi, che non posso che sposare essendo cresciuto con le storie breve e le strisce del papà di “Sturmtruppen”, aggiungo solo che quando nel pezzo viene citato Jack Kirby, la prima volta che l’ho sentito, in auto, ancora un po’ vado fuori strada per esultare (storia vera).

“Il banditore”, anche nel fumetto segna l’inizio del ritorno sulla Terra del Capa, il capitolo che bilancia il tutto, forse più efficace nel disco perché, per quella che è la prima cover ufficiale di Caparezza, le onomatopee dei fumetti del pezzo originale Enzo Del Re, diventano il nuovo modo di “sentire” per un artista in lotta con il suo stesso udito.
Ma poi ancora a seguire abbiamo, “Curiosity” che è quello che ribadisco sempre su questa Bara, che senza la curiosità saremmo tutti già estinti, solo che Caparezza lo canta con un riuscito omaggio ai Kraftwerk, fino ad arrivare a “Come la musica elettronica” che potrebbe essere uno dei brani più riusciti del disco, oltre che un bellissimo modo per far pace con il tempo che passa, celebrando il diritto a rallentare.

“Pathosfera” è il capitolo oltre che il brano che fa da cuore all’opera, mentre la conclusione, “Perlificat” è il riassunto della missione di Caparezza come Cosmonauta/artista, trovare l’arte in tutto, trasformare quello che non funziona in arte e trovo significativo che il mio gruppo preferito, quando una volta ha tentato di spiegare il loro “perlifico” nome, sono giunti quasi alla stessa conclusione, motivo per cui questo viaggio spaziale, per me, è stato costellato di momenti estremamente intimi, nemmeno fossi diventato di colpo il protagonista di “Solaris”, quello giusto non il remake.
Concludo come ho iniziato, può un fumetto salvarti la vita? Quando quasi non ti manda fuori strada citando Jack Kirby sì, non ho mai avuto dubbi, ancora una volta doppiamente grazie a Caparezza per essere arrivato volando quando avevo più bisogno di lui, come un novello Han Solo che torna indietro ad aiutare Luke.
Sono il mozzo e il capitano sul ponte
Sono morto e poi rinato più volte
Piccolo principe, giovane Holden
Sono il vecchio che va in mare e sfida ancora le onde
E imploro Prometeo che mi riporti il fuoco
In fondo ho da riversare otri d’inchiostro
Indosso i panni di Phileas Fogg e mi involo
Approdo per ripartire di nuovo


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