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Ore 15:17 – Attacco al treno (2018): La prossima volta chiamo UBER

Ci ho messo il mio bel tempo per recuperare l’ultimo lavoro
di Clint Eastwood, titolo che è stato accolto tra i fischi e il lancio di
pomodori. Lo ammetto candidamente: per motivi di pura e semplice stima verso
quella roccia di Eastwood, non ho mai davvero voglia di vedergli fare un brutto
film, ma ho ancora meno voglia di giudicarne uno senza averlo visto. Quindi,
sotto, abbiamo un treno da prendere!

Bisogna dire che buona parte delle critiche al film hanno
anche cittadinanza, ma la coerenza e una discreta dose di fegato all’ex
sceriffo di Carmel by the sea non mancano. A ben guardare, questo film è un’asciutta
ricostruzione dei fatti per come sono accaduti, esattamente come lo era Sully, certo, con molte più sbavature di
quante non ne avesse il film con Tom Hanks, ma bisognerebbe essere ciechi per
non vedere che la direzione autoriale dietro ad entrambe le pellicole non è la
stessa.

Ma la differenza è sempre la stessa alla fine: la critica specializzata,
quella che in cambio di pareri sui film riceve del denaro (quindi non
i matti come me che lo fanno per pura gioia), ondeggia come una bandiera nel
vento seguendo la qualità dei film di Eastwood. Se il film è buono Clint è un
conservatore con la schiena dritta e la saggezza dei suoi anni, se il film è
più scarso, Eastwood diventa subito un vecchio rincoglionito che parla a sedie
vuote, l’unico ad Hollywood ad aver appoggiato apertamente Donald Trump. A
leggere solo i pareri dei critici pare che Eastwood cambi forma ad ogni
nuova pellicola, in realtà, lui da 80 e passa anni va dritto come un… Beh,
treno, è il parere intorno a lui che ondeggia.
Sul fatto che io e il vecchio Clint sulla questione politica
non saremmo mai d’accordo, ormai ci ho messo una pietra sopra così tanti anni
fa che nemmeno lo ricordo più e visto che non mi pagano per usare i suoi film
per esprimere pareri sul suo schieramento politico, ho la fortuna di poter
parlare solo di film.

Eroi americani. Senza nulla togliere, uno un po’ più degli altri.

“Ore 15:17 – Attacco al treno” ha un titolo veramente
cazzuto, è basato sull’autobiografia “The 15:17 to Paris: The True Story of a
Terrorist, a Train, and Three American Heroes” di Jeffrey E. Stern, Spencer
Stone, Anthony Sadler e Alek Skarlatos, che fin dal (brevissimo) titolo vi fa
già capire che aria tira, se con i tuoi amici scrivi un libro e ti auto definisci
“American Heroes” le chiacchiere stanno veramente a zero.

Inoltre, giusto per aggiungere un altro po’ di Guacamole, Spencer
Stone, Anthony Sadler e Alek Skarlatos nel film interpretano la parte di loro
stessi, il che mette in chiaro quanto loro siano pronti a sfruttare al massimo
gli eventi di quel viaggio in treno, ma anche che bisogna avere un regista pronto
a salire sul treno della celebrazione patriottica. Devo smetterla di fare
metafore a sfondo ferroviario, questo commento è ancora lungo!
Inoltre, dei 94 minuti di durata (lasciatemi l’icona aperta
su questo dettaglio che più avanti ripasso), quelli effettivamente dedicati all’attacco
terroristico sventato dai tre ragazzi sul treno per Parigi delle 15:17 il
giorno 21 agosto del 2015, sono grossomodo, quindici? Dieci finali e altre
cinque divisi tra tre scene non consecutive spalmate lungo i 94 minuti. Il
resto mancia? No, il resto flashback!

“Da quando i controllori sul treno usano l’AK47?”.

S’inizia con la voce narrante di uno dei “Tre Caballeros”
che dice al pubblico: “Vi starete chiedendo come ci è finito un nero come me con
due biancastri del genere?”. Ecco, questo è quello che ci dice la voce narrante subito,
per poi sparire PER SEMPRE, per tutta il resto del film. Insomma, esattamente il
modo come NON dovrebbe essere usata la voce narrante al cinema. Primo minuto
del film e già sto storcendo il naso.

Il lungo flashback fatto a forma di film prende la storia
molto molto da lontano, avete presente quelle persone che per dirvi cosa gli è
successo oggi, partono a raccontarti gli eventi da tipo un mese prima perché ci
tengono a darti tutti i dettagli? Che poi è esattamente come faccio quando devo
raccontare qualcosa, quindi dite di sì, almeno uno così lo conoscete.

Ma un Bro-Fist come tutte le persone normali? Brutto?

Si parte dalla scuola cristiana che vede di
cattivissimo occhio le madri single di due dei protagonisti Spencer e Alek, due
piantagrane con una grande passione: la storia americana, il mito della Seconda Guerra Mondiale e il sogno un giorno di servire per il più grande Paese del
mondo e anche l’unico che conta (se chiedi ai suoi abitanti), ovvero gli Stati
Uniti d’America. Questa frase andrebbe letta con bandiere a stelle e strisce
sventolanti sullo sfondo, aquile calve in volo e magari anche due fuochi d’artificio,
ma qui sulla Bara Volante siamo degli spiantati debosciati filo comunisti,
quindi non possiamo permetterci tutta questa roba. Usate la fantasia.

Al trio si unisce Anthony, presenza stabile dell’ufficio del
preside che fa stranamente da collante al gruppo anche se non ha il pallino di
fare il G.I.Joe da grande. Dopo l’uso sbagliato della voce narrante (che non
narra) all’inizio del film, bisogna dire che l’altro grosso scivolone del film
sono i dialoghi, vedere dei bambini in mimetica nel bosco che mentre giocano
alla guerra, tutti sognanti dicono cose tipo: «La guerra è una cosa speciale. Il
cameratismo, la solidarietà in trincea…», oltre a far capire quanto i concetti
in questo film siano sottolineati due o tre volte, ti fa pensare che nessun
bambino al mondo parlerebbe mai davvero così, in compenso i ragazzi, crescendo
non migliorano, anzi.

“Voi chi sareste? La milizia del Michigan?”.

Spencer diventa il classico ragazzone americano, bianco e
con la panza, che sogna di entrare a far parte delle truppe aerotrasportate, solo
che l’esercito prima dovrebbe decidersi ad aerotrasportare pure la sua panza,
quindi Spencer si mette in testa di dimagrire e presentarsi pronto alla selezione.
Qui Clint Eastwood decide per la scelta cinematografica più facile del mondo,
quando un personaggio ha bisogno di mostrare motivazione e rimettersi in forma,
ovvero il Training montage alla Rocky!

Vai Clint! Vai! Facci sognare! Facci vedere come si fa un
training montage al cinema nel 201… Gli Imagine Dragon? Ma, poi, proprio “Believer”
degli Imagine Dragon devi usare? Cos’è sto colpo di giovinezza Clint? Niente da
dire il pezzo è orecchiabilissimo, poi nel video c’è anche Dolph Lundgren,
quindi bene, però il pezzo è leggerissimamente abusato, ecco, oltre che
abbastanza straniante all’interno di un film così.
Puoi fare tutti i pesi gli addominali ascoltando gli Imagine
Dragon che vuoi, ma se non hai occhi perfetti finisci fregato lo stesso, ve lo
dice un ex miope come me, uno che per anni quando stringeva gli occhi, cercando
di leggere le scritte in lontananza, sperava di assomigliare almeno un po’ a
Clint Eastwood. Spencer non applica il trucco dello stesso Clint in “Space
Cowboys” (2000) per superare la visita oculistica, quindi deve accontentarsi della
scuola da paramedico militare, un posto con decisamente meno azione di quella
che i suoi sogni di gloria richiedono.

Solo a me ricorda una scena di “Forrest Gump”?

Ma quando i tre amici, decidono di fare un viaggio, zaino in
spalla, lungo la vecchia Europa tutti insieme, che li porterà il 21 agosto del
2015 su quel treno diretto verso Parigi, avranno modo di dimostrare che anche
tre piantagrane che hanno dovuto rivedere tutte le priorità della loro vita,
possono fare la differenza e finire celebrati come eroi.

Prima vi ho lasciato aperta un’icona sulla durata del film,
lasciatemela chiudere qui, “Ore 15:17 – Attacco al treno” dura 94 minuti e in
certi momenti sembra durare tre ore, non tanto per numero di eventi che,
comunque, non mancano considerando che il film copre tutta la vita dei tre
personaggi, il problema è che molte parti sono davvero pesanti ed altre si muovono, ma pare non portino la storia in nessuna direzione, sicuramente
non sul treno del titolo.
Ad esempio, tutte le parti a Venezia, oppure la lunga scena
in discoteca (ma perché dura così tanto? Cosa serve ai fini del racconto),
sembrano pensate per un pubblico esclusivamente Yankee alla ricerca delle
atmosfere “esotiche” della vecchia Europa. Ma sono anche i momenti del film che
fanno effetto cartolina, anche perché andiamo Clint, quando i tre
protagonisti arrivano a Roma, possibile che non ti venga fuori niente di mano
banale che usare “Volare” come sottofondo musicale? E dai, su! A questo punto
potevi fare il contrario: arrivo a Roma con gli Imagine Dragon e training
montage con Volare, ecco! Quello sarebbe stato qualcosa di mai visto!

Vuoi vedere che era tutta una scusa per farsi le vacanze in Italia?

La prima cosa da digerire è il patriottismo abbastanza
spinto e la svolta quasi divina che viene data alla presenza di quei tre ragazzi
sul treno proprio alle 15.17, se in film come il sottovalutato La battaglia di Hacksaw Ridge, il
protagonista viveva il suo rapporto con la religione in maniera molto sentita
(esattamente come il regista Mel Gibson), qui la svolta pare cacciata in gola
alla storia un po’ per forza.

In tutta onestà, l’idea di personaggi che prendono schiaffi
tutta la vita, venendo considerati dei piantagrane da tutti e che al momento
giusto sfruttano quello che hanno imparato per fare qualcosa di
buono non mi dispiace nemmeno, è il classico materiale di cui si nutre il
cinema per le sue storie, capisco anche perché uno con l’etica di Clint
Eastwood sia magneticamente attratto da una storia del genere, il problema è
che pare impossibile separare l’Eastwood regista dall’Eastwood uomo, quindi è
automatico che il film venga etichettato come roba di propaganda, cosa che potrebbe tranquillamente essere per altro.
Anche perché sono passati tanti anni, ma guardando “The
15:17 to Paris” sembra che per Eastwood la soluzione dei problemi sia ancora la
stessa, una volta era Dirty Harry che
sventava le rapine trovandosi nel posto giusto al momento giusto, ora sono tre
ragazzi che applicano il concetto (molto americano) di “Fare la cosa giusta”.
Viene da pensare che se su ogni aereo, treno, bus, nave, motociclo o
motocarrozzetta del pianeta ci fossero dei “Dirty Harry”, per Eastwood il
problema terrorismo sarebbe risolto. In questo senso, l’impronta Trumpiana si
nota, pure troppo per i miei gusti, se devo dirla fuori dai denti.

Scordatevi che vi canti l’inno nazionale, mi rifiuto, non so le parole.

Ma resta innegabile da uomo di cinema qual’è Eastwood, “Ore
15:17 – Attacco al treno” sia l’ultimo capitolo (e allo stesso tempo il più
debole) di un’ideale trilogia dedicata agli eroi americani moderni, che
Eastwood sceglie di raccontarci con il suo solito stile asciutto e il suo
approccio etico alla storia. In fondo, i tre protagonisti di questo film non
sono tanto diversi, anche per sogni di gloria militari al Bradley Cooper di American Sniper.

Eroi americani anche controvoglia, persone che fanno la cosa
giusta quando il momento lo richiede come il pilota Chesley ‘Sully’
Sullenberger di Sully, in questo senso
l’approccio estremamente realistico, al limite del documentaristico di Eastwood
è una precisa scelta di stile, si potrebbe quasi dire un esperimento, che si
spinge fino all’azzardo di impiegare i veri protagonisti della storia, nei
panni di loro stessi nel film. Ora che ci penso però, nell’altro film l’aereo, qui il treno, Clint vuoi farci andare tutti a piedi?

Insomma, Eastwood è davvero il solito pezzo di granito che
procede per la sua strada (notare che non ho scritto, lungo i binari, sto
migliorando!) ed è molto apprezzabile che alla sua bella età abbia ancora
voglia di sperimentare con il suo cinema, purtroppo qui alcune trovate fuori
bersaglio fanno (non dire deragliare, non dire deragliare!) deragliare (D’oh!)
il film che non risulta dritto ed efficace come Sully, chiudendo questa ideale trilogia con una nota stonata. Ma tranquilli,
il prossimo film di Eastwood avrà ancora lo stesso stile classico e asciutto, i
salti mortali li lascia fare ai giornalisti che scrivono di lui, per quanto
questo film sia sbagliato, questa alla fine è coerenza.

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