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Orizzonti di gloria (1957): l’ultimo rifugio delle canaglie

Questo venerdì abbiamo un ospite molto gradito, torna Sergio, direttamente dai Tre Caballeros, per parlarci del nuovo capitolo della rubrica… Come ho imparato a fregarmene e ad amare Kubrick!

Credo che Orizzonti di gloria sia ancora il film più rabbiosamente e convintamente antimilitarista che io abbia mai visto in vita mia e di film credo di averne visti fin troppi. A prima vista è un dramma piuttosto classico, in linea con le produzioni americane degli anni ‘50, dalla messa in scena impeccabile e dalla recitazione misurata. Ma sotto quel suo aspetto così precisino, quadrato, abbottonato, c’è una carica di furia e indignazione che va oltre ogni limite e che è ancora più potente proprio perché trattenuta. Esempio stupido, prendete Woody Harrelson: vi fa più paura quando esplode di rabbia con l’amante della Daddario in True detective o quando parla calmo e tranquillo con Casey Affleck ne Il fuoco della vendetta? “Non lo so Sergio, chi lo ha visto Il fuoco della vendetta? E poi di True detective io guardavo solo la Daddario”. Esatto! Proprio questo intendevo.

Lascia perdere le analogie e torna a parlare di Kubrick, ragazzo. Per favore

Prima Guerra Mondiale: per sbloccare il fronte, i francesi vogliono occupare un punto strategico soprannominato “Il Formicaio”. I generali stimano che si può conquistare “Il Formicaio” perdendo almeno i due terzi dei soldati che parteciperanno all’attacco. Una perdita accettabile. Non è convinto il colonnello Dax (Kirk Douglas) a cui viene affidato l’incarico di guidare l’attacco. Il senso del dovere, la speranza che una vittoria possa accelerare la fine della guerra e la sottile minaccia del generale Mireau, coordinatore della missione, di ricollocare Dax, spingono il colonnello ad accettare. I calcoli dei generali si rivelano errati, i tedeschi mantengono la posizione, parecchi francesi muoiono. Mireau accusa i soldati di essere responsabili del fallimento: non hanno dimostrato abbastanza coraggio durante l’attacco e questo avrebbe causato la sconfitta. I generali decidono che ciascuna delle tre compagnie coinvolte nell’assalto scelga un soldato che poi verrà processato per vigliaccheria e fucilato qualora fosse giudicato colpevole. Questo dovrebbe motivare le truppe a combattere con più determinazione. Risulta evidente che il processo sarà una farsa. Il tenente di una compagnia sceglie uno dei suoi caporali solo perché quest’ultimo è a conoscenza di alcune sue malefatte. Un altro soldato viene scelto perché considerato “socialmente indesiderabile” e il terzo viene pescato a sorte. A difenderli al processo sarà Dax, che prima della guerra era un avvocato.

La tragedia di chi ha il potere: avere sempre ragione, anche quando non ce l’ha (cit.)

Come quasi tutti i film di Kubrick, anche questo è tratto da un libro, precisamente da un romanzo di Humphrey Cobb. Per alcuni il fatto che il regista scegliesse sempre di adattare un testo esistente gli consentiva di partire da una base solida per potersi dedicare agli aspetti che compongono un film; dialoghi, posizione della cinepresa, lavoro con gli attori. Cioè i dettagli, che poi sono quelli dove si nasconde il Diavolo. Non che le storie non gli interessassero, anzi. In effetti Orizzonti di gloria è un soggetto parecchio nelle sue corde. Come Spartacus, Arancia meccanica, Il dottor Stranamore e Eyes wide Epstei… shut! anche Orizzonti di gloria parla del potere, che immancabilmente, diventa abuso di potere. Nella sua analisi della (pre)potenza, il regista non si è mai sbracciato, mantenendo un delicato equilibrio tra lo studio oggettivo del fenomeno e un giudizio morale pacato, ma non per questo meno sentito. Insomma, questo war movie è in linea con la sua produzione, con la differenza che… è una delle opere più sentimentali ed emozionanti del cineasta newyokese. Curioso che sia anche uno dei titoli di Kubrick meno celebrati dal pubblico, che di solito ripugna la freddezza per inseguire le emozioni. Eppure la massa preferisce le simmetrie e il distacco quasi anaffettivo di Full metal jacket (parte uno!) al tepore di Orizzonti di gloria.

“Manchi tu nell’aria!”… dopo questa mi sono giocato la collaborazione con la Bara

E no, non sto pensando solo al finale, citato da Spielberg in un’intervista per smentire la teoria secondo la quale Kubrick sarebbe un narratore troppo freddo. Penso al 90% delle scene. Nel dialogo iniziale tra Mireau e Dax la frustrazione che traspare dal volto di Douglas pesa come un macigno. L’attacco al “Formicaio” è una tortura: una scena muta, senza musica, dove spari, esplosioni e urla sono amplificati, mentre i campi lunghi ci mostrano la portata della strage. All’epoca, una giornalista del New York Times aveva scritto: “Kubrick violenta il pubblico con alcune delle più orribilmente realistiche scene di trincea dai tempi di All’ovest niente di nuovo”. Quando i generali sono in scena, da spettatori siamo spinti a odiarli sempre di più col passare dei minuti. L’arringa di Dax e gli esiti del processo trasmettono un senso d’impotenza e una rabbia insostenibili. Kubrick ottiene questi effetti grazie a una scrittura sopraffina, un montaggio sobrio, una recitazione controllata, che raggiunge livelli altissimi anche grazie alla sua direzione. Forse l’unico eccesso di stile è il taglio espressionista di parecchie inquadrature: molte di queste sono dal basso, oppure in profondità di campo, riprese con il suo amato grandangolo, mentre nei momenti più intimi sui volti degli attori il passaggio tra le zone in luce e quelle in ombra è netto. Per il resto Orizzonti di gloria è un’opera asciuttissima, essenziale, anche nella sua durata, inferiore a un’ora e mezza. All’epoca il filmmaker era già entrato in serie A con Rapina a mano armata, ma questa prima collaborazione con Kirk Douglas gli consentirà di fare un salto di categoria ulteriore, aprendogli la strada per dirigere Spartacus tre anni dopo.

Ogni volta di fronte a questa scena io m’incazzo come una bestia

La produzione di Orizzonti di gloria smentisce qualche diceria sul conto di Kubrick. Nell’immaginario lui è l’artista cinico per eccellenza, quello che vuole raccontare storie realistiche e sgradevoli e si scontra con produttori e star che invece vorrebbero concedere al pubblico un po’ di conforto. Sempre secondo questa visione, Kubrick sarebbe riuscito a ottenere un minimo di autonomia solo a partire dai primi anni ‘60. Tutto questo non è propriamente esatto e un paio di curiosità legate a Orizzonti di gloria lo dimostrano. Anzitutto l’idea di dedicarsi a questo progetto era partita da lui. Un produttore della Metro Goldwyn Mayer gli aveva sottoposto diversi soggetti, nessuno di questi piaceva a Kubrick. Come controproposta, il regista aveva avanzato l’ipotesi di trasporre il romanzo di Cobb, che lo aveva colpito molto da ragazzo. L’idea piace, Stanley e il co-produttore James B. Harris riescono ad acquistare i diritti sul libro, ma a seguito di casini e cambi di mano si ritrovano a proporre il soggetto alla United Artists. Che accetta, perché nel frattempo Kirk Douglas si era interessato al copione. Quando la star decide di cofinanziare Paths of glory e recitare la parte di Dax, la produzione parte. Sapete qual è l’ironia? Che il filmmaker voleva modificare il finale del libro giudicandolo troppo poco commerciale, mentre Douglas, il divo e produttore che teoricamente dovrebbe essere quello favorevole ad addolcire le storie per venderle meglio, ha voluto mantenere il finale che conosciamo. Bizzarro che anni dopo Kubrick – subentrato ad Anthony Mann dopo che quest’ultimo era stato licenziato dal set di Spartacus – volesse modificare il personaggio principale giudicandolo troppo positivo e la sua idea sia stata bocciata dai produttori, tra i quali figurava anche Douglas.

Kirk, andiamo in montagna? No Stan, andiamo al mare. Ho preparato per il mare, Kirk. Nah, meglio la montagna Stan.

Un collega e amico di vecchia data di Kubrick ha dichiarato che, prima di lavorare a Orizzonti di gloria, il regista era sempre così concentrato sul lavoro da non lasciare mai entrare molto altro nella sua vita, nonostante un paio di matrimoni alle spalle. Dopo un incontro avvenuto durante il casting per questo progetto, l’amico ha commentato il comportamento di Kubrick con queste parole: “Non lo avevo mai visto così coinvolto da un’altra persona”. La “persona” in questione era Christiane Harlan, attrice agli inizi della carriera che non aveva mai interpretato ruoli importanti e mai lo avrebbe fatto in seguito. A Christiane andrà la parte della ragazza tedesca che nel finale viene umiliata dai soldati francesi e costretta a farli divertire, salvo poi lasciarli disarmati quando in lacrime canta una commovente “Der treue Husar”. Christiane sposerà Stanley e rimarrà con lui fino alla scomparsa del regista. Parlando di attori, bisogna ricordare Adolphe Menjou, icona di eleganza nel cinema hollywoodiano degli anni ‘30 qui nel ruolo del sadico generale Broulard, meno fanatico di Mireau, ma per certi versi peggiore di lui. Se lo spietato Mireau almeno sembra credere davvero in quello che fa, Broulard è freddo e in malafede, un arrampicatore sociale che si dirà deluso nello scoprire che Dax tiene davvero ai suoi sottoposti. La battuta finale di Broulard (“Lei è un moralista. E la compiango, come un minorato”) è una delle più potenti di un film che di battute memorabili ne ha diverse.

Il bro che si fa un selfie quando scopre che la tipa esce già col regista

Menzione speciale per Timothy Carey, sorta di Peter Stormare degli anni ‘50, solo molto più fuori di testa di Stormare, che Kubrick si era portato dietro dalle riprese di Rapina a mano armata, qui nel ruolo di uno dei tre soldati finiti sotto processo. “Socialmente indesiderabile” lo era anche sul set di Paths of glory e infatti era stato cacciato, pare per aver finto il suo rapimento. Gli altri due militari sotto corte marziale sono impersonati da Joe Turkel e Ralph Meeker. Il primo è protagonista di una delle vicende più allucinanti della trama (non vi svelo i dettagli, guardate il film), il secondo all’epoca era uno degli attori più famosi del cast in quel momento. Meeker infatti era piuttosto lanciato dopo aver vestito i panni di Mike Hammer in Un bacio e una pistola di Robert Aldrich, tratto da un romanzo di Mickey Spillaine e destinato a diventare un piccolo classico del cinema hard boiled. Dei tre imputati, quello di Meeker è il più coraggioso e onesto, cosa che rende ancora più beffardo il fatto che venga processato per vigliaccheria. Personalmente ho sempre amato la scena in cui verso la fine crolla piangendo nell’unico momento di debolezza che si concede, poi, richiamato alla ragione da un commilitone, si rialza da solo e si ricompone, prima di proseguire con le sue gambe. Da segnalare che in vari momenti compare già quello che alcuni chiamano il “corridoio di Kubrick”, quelle inquadrature prospettiche che disegnano appunto una sorta di corridoio rivolto verso la profondità di campo. Un percorso obbligato, che intrappola i personaggi e li costringe a muoversi in un’unica direzione, come a suggerire che i protagonisti di Kubrick non hanno una vera scelta, ma un destino segnato e spesso tragico.

No other choice, ma non quello di Park Chan-wook

Dicevamo che molte battute rimangono scolpite nella memoria. Dalla citazione a Samuel Johnson, a quel “Può andare al diavolo” vomitato da Dax in faccia al generale. Ma anche quel “Me ne frego dell’anima” urlato da Joe Turkel credo che tocchi un po’ tutti noi, in un modo o nell’altro. Parlando dell’eredità di questo war movie, vedendo la sequenza dell’attacco al “Formicaio” Mario Monicelli ha detto “Bella! Devo ricordarmi di fare anch’io qualcosa di simile”. Ecco spiegata la scena di massa presente ne La grande guerra. William Friedkin ha definito questo film uno dei suoi preferiti e fonte d’ispirazione per il suo stile. Kubrick aveva iniziato prima di altri a contaminare il linguaggio del cinema con quello del documentario, comprensibile per un appassionato di storia che aveva iniziato la carriera come fotoreporter (oltre che artista di foto patinate). Friedkin si ricorderà di questa lezione e spingerà ancora più avanti lo stesso concetto, per dare al pubblico l’impressione che quello che vede sta accadendo davvero. Michael Douglas ha detto che quando lui e i suoi fratelli erano giovani rivedevano a rotazione Spartacus, gasati dalla sua epicità e dal fatto che lì papà sembrava un gigante scolpito nella pietra. Quando Kirk li beccava a rivedersi quel kolossal diceva: “Dovete guardarmi in Orizzonti di gloria, è quello il mio cavallo di battaglia”. Lo ripeto in chiusura per essere sicuro che il messaggio arrivi: Orizzonti di gloria può sembrare quadrato e precisino, ma dentro è una furia titanica, un urlo di condanna verso la guerra e l’esercito tra i più potenti che si siano mai sentiti in tutta la storia del cinema.

P.S. Grazie ancora a Sergio per il suo intervento anti-militarista (come è giusto che sia) a sostegno dato a questa rubrica, lo trovate tutte le settimane nel Podcast dei Tre Caballeros. Mentre per il film di oggi, io aggiungo solo quanto sosteneva Spielberg nel fondamenta “Stanley Kubrick: a life in pictures”, se pensate che Kubrick fosse freddo e distaccato, riguardatevi la furia anti bellica negli occhi di Douglas o la scena del canto della ragazza che commuove tutti, ci troverete un Classido.

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