
Anche questa corsa ormai è arrivata alla fine, una cavalcata che mi ha regalato parecchie soddisfazioni e spero che anche voi abbiate gradito leggere, almeno quanto mi sono divertito a scriverne, ma possiamo dire tranquillamente di esserci meritati tutti un bel fine settimana con l’ultimo capitolo della rubrica… Sam day Bloody Sam day!

Malgrado l’inaspettato successo al botteghino di Convoy, Sam Peckinpah ormai è un regista finito alla cinta daziaria di Hollywood, le sue cattive abitudini e una fama ormai quasi impossibile da recuperare determinano il secondo grande periodo di allentamento dalla regia cinematografica della sua carriera, ma se dopo il disastro di Sierra Charriba e la rinascita con Il mucchio selvaggio, Bloody Sam era rimasto molto attivo sceneggiando alcuni titoli, questa volta il regista di Fresno ha preferito impiegare il tempo in modi meno costruttivi, se non proprio autodistruttivi.
Ad esempio, Mike Corey, responsabile di produzione che Peckinpah aveva conosciuto quando in televisione dirigeva episodi di “The Rifleman”, è stato testimone di una storia pazzesca che da sola sarebbe materiale per un film: con la scusa di adattare per il grande schermo “Snowblind” (titolo che rappresentava anche la condizione di Peckinpah in quel momento secondo me) la biografia di un grosso trafficante di cocaina, Bloody Sam trascinò Corey su un volo diretto in Colombia, ufficialmente per cercare location per il film, di fatto per trovare agganci in grado di alimentare il suo vizio con la roba più pura in circolazione. Una storiaccia di paura e delirio in Colombia che prevede momenti di panico in stanze d’albergo, ma anche la seria possibilità di finire trascinati e fucilati nel mezzo della giungla colombiana da alcuni gentiluomini locali (storia vera).

Di ritorno negli Stati Uniti dopo questo tranquillo weekend di paura, Peckinpah finì a vivere in un’enorme casa mausoleo costruita su una comproprietà insieme al fidato Warren Oates e fu proprio qui che la salute di Peckinpah peggiorò notevolmente, dopo non aver risposto a svariate telefonate della segretaria del suo legale, Joe Swindlehurst corse a casa del suo assistito prendendolo per i capelli. Il regista venne operato per un’intera giornata con Peckinpah impegnato a strapparsi continuamente via i fili dei tre pacemaker che lo tenevano in vita, in compenso, al risveglio dopo l’operazione (immagino l’abbiano sedato con una dose da cavallo per tenerlo fermo) prima il regista ha iniziato a tuonare insulti contro l’avvocato, poi dopo aver fatto velocemente pace, rilasciato dai sanitari ha preteso di farsi portare al più vicino bar… “Vuoi del succo d’arancia Sam?” “Ma che succo d’arancia Ramos Fizz per tutti!”. Dopo averne sgargarozzato uno alla velocità della luce, Peckinpah si portò la mano al petto urlando, cadendo sul pavimento del locale. Scoppiò a ridere per il suo scherzone da grande comico solo quando Swindlehurst e sua moglie in lacrime erano ormai convinti di aver assistito alla morte del regista. Come hanno fatto a non strangolarlo sul posto, proprio non lo so.
Ma visto che per iniziare una carriera da cabarettista ormai era un po’ tardi, Peckinpah sognava ancora di tornare a dirigere, malgrado tutto, l’occasione gli arrivò con una sorta di ritorno alle origini, uno dei suoi primi mentori Don Siegel, gli concesse di guidare la seconda unità nel suo film “Un giocatore troppo fortunato” (1982), per fare bella figura con il suo vecchio maestro Peckinpah tirò fuori un po’ della vecchia professionalità, pare che Siegel rimase colpito dagli storyboard estremamente dettagliati di Bloody Sam (storia vera) anche se il regista di Fresno alla fine non è risultato accreditato nei titoli di coda del film, tra una buona parola di Siegel e la perseveranza del suo agente, Peckinpah saltò a bordo dell’ultimo treno, all’improvviso era di nuovo in gioco.

I produttori Peter Davis e William Panzer avevano per le mani una cosetta di pura exploitation intitolata “The Osterman Weekend”, adattamento del romanzo di spionaggio di Robert Ludlum “Striscia di cuoio” (1972), la sceneggiatura inutilmente intricata scritta da Alan Sharp (quello di “Nessuna pietà per Ulzana” classico della videoteca di casa Cassidy) era considerata dai produttori intoccabile, anche perché non volevano certo che Peckinpah attaccasse con i suoi colpi di testa, decidendo di partire da modifiche alla sceneggiatura per costruirsi una base di potere con cui muovere loro guerra, come da sue vecchie abitudini. Questo spiega perché non venne assecondato il desiderio di Peckinpah di avere James Coburn come protagonista e il fidato montatore Lou Lombardo al suo fianco, il massimo che riuscì ad ottenere il regista fu il direttore della fotografia Johnny Coquillon, con cui aveva già lavorato insieme per Cane di paglia, Pat Garret e Billy the Kid e La croce di ferro.
Senza possibilità di cambiare una sola virgola nella sceneggiatura, Sam Peckinpah resta comunque un grande nome, ecco perché il cast del film è così nutrito, i produttori avevano puntato su uno dei prediletti di questa Bara, il mitico Rutger Hauer nel pieno della parte più memorabile della sua prolifica carriera. Attorno a lui, chiunque, fate un nome? Probabilmente lo troverete nel cast di questo film: gli occhi di ghiaccio di Meg Foster, Craig T. Nelson, Giovanni Ferito, Burt Lancaster, uno straordinariamente quieto Dennis Hopper (se lui e Peckinpah alla loro massima potenza avessero lavorato insieme, il mondo probabilmente sarebbe esploso) e ci scappa anche una particina per Chris Sarandon. Tutti volevano ancora essere diretti dal genio di Peckinpah.

Un tempo Bloody Sam si sarebbe messo al comando di una banda di nomi del genere per muovere guerra ai produttori, questa volta, invece, complici anche le condizioni di salute, Peckinpah strinse i denti davanti a tutto quello che non era di suo gradimento (davvero parecchia roba) e consegnò il film senza nemmeno un giorno di ritardo, limitando la sua potenza sovversiva al contenuto del film, questo spiega perché lo scontro finale, una sorta di “home invasion” girata e montata come si fa in paradiso, viene combattuta dai protagonisti usando archi e balestre, invece dei più canonici fucili, oppure perché John Tanner (Rutger Hauer) cerca di modificare la forma del cranio di Bernard Osterman (Craig T. Nelson) con una mazza da baseball, mentre in sottofondo alla tv passa la telecronaca di una partita dello stesso sport. Piccole trovate anarchiche inserite per irridere volutamente la sceneggiatura, un po’ come già fatto in Killer Elite, ma in maniera più controllata.

Malgrado la trama inutilmente arzigogolata, Peckinpah trova il modo di inserire momenti d’azione nel film che ricordano a tutti il suo straordinario talento, l’articolato inseguimento in auto che arriva a metà trama resta davvero notevole, così come l’incedere della violenza nel finale, ma il titolo è una storia di spionaggio che ha poco a che spartire con Peckinpah, forse potremmo trovare nella critica ai potenti qualcosa dell’anarchia del regista di Fresno, ma considerare la televisione e il suo potere, come la nuova frontiera che Peckinpah decide di esplorare, sarebbe una di quelle mosse da cinefilo con la pipa e gli occhiali, sarebbe come cercare di vendervi qualcosa che questo film non è, “Osterman Weekend” è un lavoro su commissione in cui è chiaro che la frontiera americana al tramonto, tanto amata da Peckinpah, ormai è andata, i personaggi di questo film sono quello che è rimasto. Dopo questa frase mi è quasi venuta voglia di fumare la pipa.
Questo spiega perché Peckinpah aveva girato delle parti relative a John Tanner che rendevano il personaggio di Rutger Hauer molto più oscuro e decisamente meno candido, ma i produttori se ne sono fregati lo stesso e dopo la proiezione di prova a cui il regista aveva diritto nel suo contratto, hanno segato via dal montaggio finale venti minuti, quelli necessari a far sparire ogni ombra dal personaggio di Tanner (storia vera).

Il film comincia subito con il botto: Lawrence Fassett (John Hurt) sta facendo l’amore con la sua bella moglie russa che viene uccisa brutalmente dagli ex colleghi dell’uomo, giustiziata sommariamente per una presunta accusa di concussione con il KGB del tutto falsa. Peckinpah ci costringe ad essere spettatori di questo momento tragico a metà tra eros e thanatos (che non è un cattivo della Marvel), attraverso lo schermo di una televisione che passa il video di sorveglianza e siccome i primi cinque minuti di un film sono quelli che ne determinano tutto l’andamento, questo resta il punto chiave di “Osterman Weekend”. La televisione è il nuovo occhio con cui noi Occidentali guardiamo il mondo, ecco perché ogni personaggio del film è fortemente legato al mezzo televisivo: Tanner è un giornalista della tv celebre per le sue interviste in grado di mettere spalle al muro chiunque, il Bernard Osterman di Craig T. Nelson è un borioso sceneggiatore televisivo, mentre Dennis Hopper un complessato chirurgo plastico, uno che si guadagna da vivere dando forma ai corpi che finiremo per vedere in televisione, anche se poi è schiavo di una moglie mangiauomini, fino ad arrivare all’agente della CIA Lawrence Fassett, di fatto John Hurt che lo interpreta in questo film, compare in scena quasi sempre sotto forma di immagine alla televisione, una sorta di Grande Fratello (occhiolino-occhiolino) che controlla e pilota le vite dei personaggi radunati tutti insieme per una rimpatriata tra vecchi amici nel fine settimana. Peckinpah gioca su questo punto in ogni modo possibile, anche scherzandoci su, ad esempio io trovo sempre spassosa la scena in cui John Hurt non riesce a staccare il collegamento e per non essere beccato dagli amici di Tanner, finge di leggere le previsioni meteo alla tv.

Che poi amici… Con amici così chi ha bisogno di nemici? L’agente Fassett per vendicare la moglie barbaramente uccisa, si mette in testa di smascherare i membri di un’organizzazione spionistica russa denominata “Omega”, di cui fanno parte tutti i vecchi compari di Tanner. Quindi, si mette in contatto con il giornalista per convincerlo a sfruttare l’annuale weekend di rimpatriata per inchiodare i suoi amici diventati collaboratori dei Sovietici. Vi sembra tutto inutilmente complicato? Perché lo è, di fatto “Osterman Weekend” con il suo impianto da film di spie, sembra il risultato di una notte d’amore tra altri due film usciti nello stesso anno Il grande freddo e Videodrome.

Con Lawrence Kasdan ha in comune il gruppo di amici radunati a ricordare i vecchi tempi, mentre al pari di Cronenberg, Peckinpah sembra giungere alla conclusione che la televisione è il nuovo “occhio” della società, non proprio un organo fatto di nuova carne, ma quasi.
“Osterman Weekend” ha tutte le caratteristiche del film degli anni ’80: il cast, la trama di spionaggio che sfrutta la minaccia Sovietica, però, a ben guardarlo, sembra ancora molto legato allo stile degli anni ’70, con i personaggi che sono tutti più cattivi che veramente buoni (tranne Tanner per effetto dei tagli imposti dai produttori), le azzeccate musiche di Lalo Schifrin e anche il solido mestiere di Peckinpah che tira fuori il suo genio piazzando alcune zampate notevoli, come lo scontro finale a colpi di frecce, in quello che resta un grande gioco di specchi ed una riflessione sul potere delle immagini, d’altra parte Peckinpah ne ha create tante e memorabili, anche se forse Convoy sarebbe stato un finale di carriera più adatto, per un regista selvaggio e libero come la frontiera americana al tramonto che ha saputo raccontare così bene.

Certo, anche in “Osterman Weekend” torna vagamente il tema dell’amicizia virile e del tradimento, che ha fatto da filo rosso per tutta la sua filmografia, ma malgrado tutto questo il film andò in pari al botteghino, regalando molte più gioie al mercato del videonoleggio, quasi doloroso che l’ultimo film di Peckinpah si concluda con uno studio televisivo e delle macchine da presa abbandonate, anche se questo fotogramma è l’ultimo che Bloody Sam ha diretto per il cinema, non è stato l’ultimo diretto in carriera, lasciatemi l’icona aperta, tra poco ci torneremo.
Caparbio come sempre Peckinpah cercò di tornare a dirigere per il grande schermo fino all’ultimo, malgrado i diritti di sfruttamento del romanzo “Hi-Lo Country” che sognava di portare al cinema da una vita ormai fossero scaduti. Peckinpah passava molto del suo tempo nell’amato Messico, mai a troppa distanza dalla donna che ha sposato, lasciato e risposato svariate volte, la sua Begonia che era con lui quando il fisico provato da una vita di alcool e droga lo abbandonò definitivamente, il grave ictus che lo colpì fu la spallata definitiva per un corpo da sempre minuto e ormai devastato, nemmeno il volo d’urgenza in un ospedale in California servì a nulla, Sam Peckinpah cavalcò verso il tramonto il 28 dicembre del 1984, a soli 59 anni.

Nessuno ha incarnato il concetto di genio e sregolatezza più di Sam Peckinpah, un uomo che ha consumato la sua vita con la stessa passione con cui ha inseguito la sua arte, il suo lascito è fondamentale, da solo è stato il regista in grado di rivoluzionare per sempre le tecniche di montaggio per tutto il cinema moderno, ma quello che emerge dal suo cinema è molto più che i famigerati “balletti di sangue” per cui ancora oggi è ricordato, visto che la sua arte non è stata ancora oggetto di piena e meritata rivalutazione. Sam Peckinpah è stato un pazzo, un genio e un uomo dal talento enorme, spero abbiate apprezzate questa rubrica almeno quanto io mi sono divertito a scriverla, ma siccome uno così nella sua vita di normale non ha fatto proprio niente, anche qui alla Bara concludiamo la rubrica dedicata a Bloody Sam in modo insolito, fatemi chiudere quell’icona lasciata aperta lassù.
Si parlava di fine settimana con Peckinpah e l’ultima scena di “The Osterman Weekend” sarà stata anche l’ultima diretta per il cinema, ma non l’ultima regia di Bloody Sam, per quella, ci vediamo qui domani, intanto vi ricordo la pagina a tema Sam day Bloody Sam day.
Sepolto in precedenza venerdì 22 gennaio 2021


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