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Outlaw King (2018): Cuore pavido

«Netflix va bene per le serie tv, ma i film fanno schifo»,
quante volte avete sentito questa frase di recente? Tante vero? Sarà, ma
intanto ultimamente sto vedendo un sacco di roba sulla ormai famigerata
piattaforma di streaming.

Anche perché David Mackenzie non è l’ultimo della pista, e
il bellissimo Hell or High Water io
lo avevo visto proprio su Netflix solo due anni fa, ma da allora, la popolarità del canale di streaming è colata a picco. Per
la sua nuova pellicola il regista Britannico torna nella sua isoletta, per raccontarci
la storia di Roberto I di Scozia, dichiarato fuorilegge da Edoardo I
d’Inghilterra, nella Scozia del 1304 e della sua lotta per riprendersi il
controllo del suo Paese, la ragazza, la freccia d’oro e tutta la baracca
(cit.). Ok la freccia d’oro non centra niente, ma il resto si. Insomma si torna
nella Highlands della Scozia, che per me vogliono dire solo una cosa:
Braveheart!
Quante ore della mia vita ho passato a vedere e rivedere “Braveheart”
(1995) di Mel Gibson? Non lo so, nel senso che non posso calcolarle, se mi fate
un elenco di difetti di quel film, molto probabilmente avrete ragione ma a me
non interesserà comunque, perché ne vado pazzo e lo trovo un gran film, anzi
una volta dovrei decidermi a scriverne.

“Carina la corona, hai mangiato da Burger King di recente?”.

Visto che vanno di moda gli universi cinematografici (vanno
ancora di moda? Si basta che siano riconducibili a Cloverfield) potremmo dire
che “Outlaw King” è ambientato nello stesso universo di “Braveheart”, oppure che
semplicemente si occupa della porzione di storia, dalla fine del film di Mel
Gibson in avanti, solo che lì Robert Bruce era interpretato da Angus Macfadyen,
qui invece da Chris Pine con la barba. Anzi a voler essere precisi, tecnicamente c’è anche un
cameo di William Wallace, o per lo meno, di una buona parte di lui, quando vedrete il
film capirete meglio.

David Mackenzie, dirige e scrive (insieme ad altri quattro
sceneggiatori, lasciatemi l’icona aperta su questo punto, che più avanti ci
torniamo) un film che sembra un po’ il punto della situazione del cinema
moderno. Una volta una cosa come “Outlaw King” sarebbe stato considerato un
colossal e sarebbe uscito sicuramente in sala, trainato da un paio di nomi di
richiamo come appunto Chris Pine e Aaron Taylor-Johnson. Oggi, anno di grazia 2018, esce su Netflix,
e vai così che vai bene, perché non essendo un seguito, un remake o un film con
i super eroi, così deve andare. Si fosse intitolato “Braveheart 2” avrebbe avuto
qualche speranza in più.
Chris Pine in versione Playmobil medioevale.

Parliamoci chiaro, nei suoi 121 minuti di durata, si guarda spesso l’orologio,
soprattutto nella parte centrale della pellicola, che è senza ombra di dubbio
la più debole, fatemi chiudere subito quell’icona lasciata aperta lassù.

“Outlaw King” inizia con un bellissimo piano sequenza che
ruota attorno alla resa (a denti stretti) di Robert Bruce ma prevede anche una
catapulta gigante, e un duello che sarà un filo conduttore per tutto il film,
insomma, inizia nel modo migliore possibile. Purtroppo perde molto presto la
tramontana, mena troppo spesso il can per l’aia (ma povero cane!) e in generale
sembra non avere mai davvero idea di cosa vuole diventare. Quando mi sono reso
conto che a scrivere questo film, si sono messi in cinque, di cui l’ultimo,
forse destinato a cercare di tirare le fila e trasformare tutto in una
pellicola vera, ovvero proprio il nostro David Mackenzie, ho capito la ragione di
tutti i difetti del film.

Sembrano i quattro sceneggiatori del film che si nascondo dal regista, in realtà sono i protagonisti.

Ci sono troppi elementi nella storia, molti dei quali fanno
a cazzotti tra di loro, in almeno un paio di occasioni, sembra che stia per
arrivare una battaglia come si deve, ma entrambe le volte la faccenda viene risolta a tarallucci e
vino, con spiegazioni anche molto poco plausibili. Ma forse la parte peggiori sono i
cattivi, e qui mi tocca far tornare in ballo Mel Gibson.

“Braveheart” peccava spesso (e pure tanto) di retorica, ma è
generalmente ricordato come un buon film perché i cattivi, dipinti tutti come
dei grandissimi stronzi, si meritavano agli occhi del pubblico la loro fine, e
Mel Gibson incarnava alla perfezione un eroe per cui era facilissimo fare il
tifo, anche quando invadeva l’Inghilterra, per farla pagare a quegli stronzi
Inglesi bastardi, colpevoli di beh, aver invaso il suo Paese. Quisquilie
(davvero sono riuscito ad usare questa parola in un post? Yuppi!) però tutto era così
riuscito da farti sospendere l’incredulità, quel tanto che bastava per voler
ascoltare solo una campana, ignorando le ragioni di quei bastardi
Inglesi.

“Mi sono fatto crescere intensamente la barba, perché sono un attore intenso”.

“Outlaw King” porta in scena cattivi che sono altrettanto
perfidi e maligni, che non si fanno problemi a sbudellare un poveretto in
pubblica piazza (con tanto di viscere sparse in strada grazie ad ottimi effetti
speciali), soltanto che in un film dai toni meno esagerati e sopra le righe,
che Mel Gibson regista sa gestire benissimo, probabilmente perché lui a quelle
frequenze ci vive, il risultato sono solo dei cattivi che urlano e sbraitato come dei
pazzi, tanto da risultare veramente troppo eccessivi.

Inoltre la pellicola pare spesso più concentrata nel mettere
enfasi sulla storia d’amore, nulla di male in questa mossa, se non fosse che anche qui, qualcosa
non funziona. Florence Pugh non ha certo la notorietà del suo collega Chris
Pine, però recita molto, ma molto meglio di lui e spesso gli ruba la scena, il che non
è proprio il massimo per aiutare il pubblico ad affezionarsi al protagonista. Una tacca sulla cintura di Florence, un coppino sulla nuca a Chris!

“Florence mi fai l’imitazione del meme di Willy Wonka?”.

Pine sembra molto contento di sfoggiare la sua nuova barba,
ma per il resto, quasi chiunque risulta più intenso di lui, persino Aaron
Taylor-Johnson in una parte infinitamente più piccola di quella del protagonista, porta
in scena un personaggio dall’arco narrativo più interessante, inoltre non perde
occasione si sbraitare in mezzo alla battaglia («Ci vediamo nella mischia»
cit.) spada in mano e volto ricoperto di sangue, come faceva zio Mel ai bei
tempi. Come fai ad essere un attore, e resistere ad una tentazione del genere
dai!

“Vi prego giriamo la scena in fretta, la lama è affilata”.

Nel finale “Outlaw King” si gioca una lunga battaglia,
sporca, ingloriosa, grondante sangue, spadate e ferite che è davvero notevole,
peccato che potrebbe arrivare troppo tardi per conquistare davvero il pubblico. David Mackenzie dirige davvero bene, ma in troppi momenti sembra che mostrare la
bellezza della Scozia sullo sfondo, sia il maggiore interesse del regista,
certo questo porta sullo schermo di casa vostra, scene molto belle come il
finale sulla spiaggia (per altro anche piuttosto ironico per certi versi), ma
in generale non aiuta, non credo che questo film verrà ricordato a lungo. Lo dico fuori dai
denti, continuo a preferire qualcosa che magari sporca il foglio (di sangue) come
il film di Mel Gibson, ma che sfoggia più carattere rispetto ad un lavoro onesto e ben fatto, ma in fin dei conti insipido.

“Teletrasporto! Teletrasporto per uno Scoooooooty!”.

Poi purtroppo, questo film toccherà vederlo sullo schermo della
vostra tv, o del vostro computer, anche se la regia di David Mackenzie si sarebbe meritata il grande schermo, ma purtroppo ora come ora, il cinema del
2018 è questo. Colpa di Netflix? Colpa di troppi film con i super eroi o di
troppi remake? Non lo so, però una volta ci bastavano i nostri Scozzesi ribelli
per fare bello il cinema, oggi nemmeno più quelli bastano, se ci va bene oggi,
possiamo gridare ai nostri nemici che possono toglierci la vita, ma non ci
toglieranno mai l’account di Netflix!

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