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Oxygène (2021): thriller claustrofobico si, ma con il fiato corto

A questo punto viene da pensare che Alexandre Aja ci
abbia preso gusto a dirigere piccoli film di sopravvivenza, con i protagonisti
incastrati in un luogo angusto, almeno dopo i coccodrilli gli alligatori di Crawl.

I film con mono protagonista incastrato
in una mono location (e che vive in un mono locale, giusto per completare la
mono trilogia) sono una tradizione cinematografica lunga e con tantissimi
precedenti, che inevitabilmente tornerà di moda in questi strani anni di
distanziamento sociale ma già da prima, di un cinema alla costante ricerca di
soggetti sempre più economici da realizzare.

Posso essere onesto? Se sento parlare di un film con un
solo personaggio incastrato in un luogo infame, con un intero film davanti per salvarsi
la vita, ne sono magneticamente attratto, non so se dipende dal fatto che
faccio parte della generazione cresciuta con quella vecchia trasmissione della
RAI intitolata “All’ultimo minuto”, oppure perché ho un blog dal nome macabro, anche se le due cose potrebbero avere un legame, ma questo tipo di storia mi
attrae.

Da “Wrecked” (2010) con Adrien Brody ferito ed incastrato
in auto, fino a Buried con Ryan
Reynolds, film che tornerà di moda nel corso di questo post, io vi avviso. Gli esempi
sarebbero tanti, ma Alexandre Aja qui decide che dentro la bara (volante) questa volta
ci dovrà finire Mélanie Laurent, in tutta onestà davanti alla prospettiva di 101 minuti di primi e primissimi piani sulla
francese, gente io ve lo dico, mi sono convinto a vedere film per molto meno di
così!

Centouno minuti tutti così? Brutto? (Lei di sicuro no)

Dopo dei labirintici titoli di testa con un topastro da
laboratorio intento a cercare l’uscita, “Oxygène” comincia giustamente con un
primo piano di Mélanie Laurent che interpreta… qualcuna. Si perché al risveglio
in una tecnologicissima capsula criogenica, la bionda protagonista affetta da
amnesia non ricorda più nulla della sua identità e di sicuro, nemmeno come sia
finita lì dentro a parlare con MILO, il computer di bordo che sovraintende
tutte le operazioni e che parla con la voce di Mathieu Amalric. Di colpo il computer di “Moon” (2009) doppiato da Kevin Spacey, non sembra più così sinistro.

Il sonno di ghiaccio della bella addormentata è stato
interrotto da polemiche su Internet per il bacio del principe azzurro un
guasto nella capsula che ha fatto precipitare al 34% la scorta di ossigeno a
bordo, così abbiamo anche spiegato il titolo del film. Il tempo stringe e la
donna battezzate da MILO come Omicron 267 (come il numero della capsula, non un pianeta di “Futurama”) le
tenterà tutte per uscire viva dalla sua bara.

Siccome vi ho annunciato che sarebbe tornato, in “Buried”, Ryan Reynolds aveva solo un vecchio Nokia nella sua bara sotto terra, Mélanie
Laurent ha lo stesso identico problema ma dispone della tecnologia 2.0 su cui
poteva contare “Doppia R”, quindi con la consulenza non sempre ben disposta di
Milo – simpatico come la voce registrata dei numeri verdi – la
protagonista riesce a mettersi in contatto con la polizia che però non ha
davvero nessun indizio per rintracciare il luogo dove si trova questa miateriosa capsula criogenica.

Ah! Come li faccio io i parallelismi non li fa nessuno.

Se non altro la protagonista arriverà almeno a ricordare
il suo nome: come ha fatto la dottoressa Elizabeth Hansen a finire sepolta
viva, protagonista di un racconto di Poe ambientato in un Apple Store? Dovrete
vedervi il film per saperlo. 

“Oxygène” è un film spezzato in due, nella prima metà Alexandre
Aja riesce a tenere alta la tensione (ah-ah, giuro che mi è venuta così, non
era una battuta, non volontaria almeno), ogni elemento vero o immaginario
dentro la capsula è una nuova sfida per la protagonista, come i topastri forse
frutto delle sue visioni, ma anche il braccetto articolato che puntualmente
cerca di sedarla con un ago, seguendo le implacabili procedure mediche. Tutte piccole sfide che diventano enormi, vista la condizione delle protagonista
e il livello dell’ossigeno in picchiata come un titolo in borsa.

“In che senso senza ossigeno, a me serve per vivere quella roba!”

Alexandre Aja si inventa tutte le inquadrature possibili
per sfruttare lo spazio angusto e carica il film sulle spalle (sdraiate) di Mélanie
Laurent, una che di norma sa davvero bucare lo schermo. Personalmente non avevo
mai visto nessuno suo film prima di “Bastardi senza gloria” (2009) e quando me
la sono vista lì, mi sono chiesto da qualche tana del Bianconiglio fosse sbucata
quella meraviglia. In “Oxygène” Mélanie Laurent non sfoggia lo stesso super
potere o per lo meno, non a piena potenza come altrove, sicuramente è impossibile
non riconoscerle la volontà di caricarsi in spalla il film. Ma da un certo punto in poi questo thriller,
semplicemente arriva a destinazione beh, non il fiato corto e anche questa
freddura perdonatemi, ma mi è venuta fuori così. 

La storia, sceneggiata da Christie LeBlanc a metà film
semplicemente sembra rendersi conto di non avere più assi nella manica per
continuare a tenere la protagonista bloccata nella sua bara tecnologica, quindi
si gioca la rivelazione che è decisamente più fantascientifica del loculo in
cui Mélanie Laurent si trova intrappolata. Ma tra ricordi del marito Léo (Malik
Zidi) e momenti espositivi (anche noti come spiegone) il ritmo crolla e il
nostro interesse per il destino della protagonista precipita a zero più
velocemente dell’ossigeno disponibile. 

Da qui in poi vale quasi tutto, perché “Oxygène” è la
classica storia che avrebbe funzionato benissimo per un cortometraggio, oppure
in un episodio di Ai confini della realtà,
purtroppo per un film targato Netflix il risultato è una storiella stiracchiata
e davvero troppo tirata per i capelli. Da qui in poi SPOILER! 

“Vi prego fatemi uscire da questa Bara Volante non voglio stare qui dentro con Cassidy!”

Posso capire l’idea di non far trapelare la notizia
dell’imminente estinzione della razza umana, anche se la malattia mortale che
vediamo in azione nei flashback, qualche indizio agli umani avrebbe anche dovuto
darlo, ma dopo questa Pandemia globale, sulla capacità umana di recepire, sono
diventato ancora più cinico. Ma se il piano è quello di far continuare la vita
fuori dal pianeta, possibile che una capsula sia l’unico modo? Ho avuto tanto
la sensazione di una storia costruita per accumulo, in cui tutte le sue parti
non sono proprio in armonia, esattamente come l’andamento della pellicola. Anche se trovo davvero lusinghiero che “Oxygène” si possa riassumere come Mélanie
Laurent che per 101 minuti sta a bordo di una bara volante. Fine del paragrafo con le anticipazioni! 

Insomma “Oxygène” entrerà sicuramente a far parte di
quella rosa di titoli con mono protagonista in trappola, ma temo che non farà altro che alimentare la cattiva fama dei titoli Netflix, film che hanno tutto
per attirare l’attenzione nel mucchio di caselle cliccabili sul paginone, ma
che stringi stringi, alla fine restano il più delle volte, se non
dimenticabili, sono praticamente innocui. Peccato perché per metà “Oxygène” aveva
tutti i numeri, poi è rimasto semplicemente senza ossigeno, un po’ come
l’andamento della carriera di Alexandre Aja uno che sembrava destinato ad
arrivare sulla Luna, invece sta prendendo la piega dell’onesto mestierante al
soldo del produttore più ben disposto e questa forse, resta la notizia peggiore
legata a questo film.

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