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Pacific Rim (2013): Cancellare l’apocalisse (a colpi di fantasia)

Orologio di Guerra
aggiornato, abbiamo un doppio evento.
«Ranger Cassidy No. 1, emisfero sinistro in posizione
signore»
«Ranger Cassidy No.2, emisfero destro, sono nato pronto
Marshall».
Prepararsi
all’interconnessione

Cass No.1: «Fai un respiro forte socio e svuota la mente,
dovrebbe risultarti facile no?»

Cass No.2: «Ah ah, simpatico come un Kaiju nelle mutande.
Forza e coraggio uomo, si balla!»
Cass
No.1: «Rock ‘n Roll!»
Stretta di mano cerebrale
in corso…



“Diamoci dentro, questo commento non si scriverà certo da solo”.

Emisfero sinistro
(Logico, concreto, razionale)

Il compito di questo emisfero del cervello (perché?
Cassidy ha pure un cervello?) è quello di essere il più analitico possibile, è
facile esaltarsi all’idea di un film di robot giganti che picchiano mostri
ancora più giganti, poi, però, bisogna vedere come questa bella roba con cui
siamo cresciuti viene gestita, la sceneggiatura di “Pacific Rim” è un soggetto
di Travis Beacham (Non proprio Hemingway) scritto insieme al grande Guillermo
Del Toro, dettaglio che si nota, oh se si nota!
Come dice sempre la custodia di noi emisferi nota come
Cassidy, i primi minuti di un film ne determinano l’andamento, quelli iniziali
di “Pacific Rim” per qualunque altro film sarebbero una scena madre, qui, invece,
sono solo una gustosa introduzione che serve ad illustrare con tanto di
definizioni su schermo cosa sono i Kaiju e gli Jaeger (che no, non sono un tipo
di amaro molto alcolico). In due secondi Del Toro ci porta in un mondo identico
al nostro che ha dovuto imparare a convivere la con la minaccia dei mostri
giganti, sbucati dalla dorsale del pacifico. Il canovaccio di base è simile a
quello di tanti altri blockbuster Yankee: i piloti di Jaeger sono le rock star
di un mondo dove sventolano le bandiere a stelle e strisce e i due protagonisti
Raleigh Becket (Charlie Hunnam, che ha accettato di fare il film senza leggere
la sceneggiatura, gli è bastato il nome del regista, storia vera) e Yancy Becket
(Diego Klattenhoff) sono alti, biondi e con gli occhi azzurri, vestono come
piloti della Seconda Guerra Mondiale, tra loro e il pilota “Aussie” Chuck
Hansen (Robert Kazinsky) c’è una dinamica alla Maverick e Iceman di “Top Gun”
(1986), ma senza sottotesti omoerotici (per fortuna!).

La camminata di Charlie Hunnam è degna di quella di uno degli Jaeger.

So che la caratterizzazione dei personaggi e il loro
spessore sono critiche che una gran fetta di pubblico muove a “Pacific
Rim”, ma sempre come direbbe il nostro sarcofago, lasciateci l’icona aperta,
perché tutte queste considerazioni verranno analizzate dal mio ben più colorito
compare, in quanto emisfero sinistro, freddo e analitico calcolatore, posso
dire che “Pacific Rim” è una storia semplice e lineare sì, ma senza gli
svarioni che trovate in fin troppi film moderni. Siamo di fronte ad un lavoro
che in alcuni momenti alza dei gran cinque alti a tanti film americani del
tutto simili, ricalcando volutamente i momenti chiave. Ad esempio, può esistere
un film così senza il classico momento discorso motivazionale tipo ID4? Assolutamente no! Ve lo dico fuori dai denti: Idris Elba è talmente carismatico che
potrebbe convincere gli Eschimesi a comprare la neve.

Roba che poi ti ritrovi a casa un sacco di neve e non sai nemmeno il perché.

Tutti sappiamo che il cinema di Guillermo Del Toro dà il
suo meglio quando può raccontare di mostri molto umani e di umani che agiscono
come mostri, con La forma dell’acqua
il suo cinema è stato (finalmente!) consacrato ai massimi livelli, ma non si
può certo criticare la coerenza al nostro Messicano preferito, i due “Hellboy”
erano film con mostri umani che sapevano adattare il magnifico mondo creato dal
grande Mike Mignola per il grande schermo, Del Toro si è confermato l’unico
regista il cui mondo artistico può stare accanto a quello di Mignola anche
reinterpretandolo secondo la sua passione per il materiale originale. “Pacific
Rim” fa la stessa cosa, spingendosi ancora più in là, questo film, per fortuna,
non è solo una pellicola dedicata a chi era piccolo negli anni ’70 e ’80
ed è cresciuto con Gundam, è un film vero, seguite il mio ragionamento.

Steven Spielberg ha diretto “Always” (1989), rielaborando
uno dei film con cui era cresciuto, “Joe il Pilota” (1943) allo stesso modo,
ispirato dai film d’avventura ha creato Indiana Jones. “Pacific Rim” è il primo caso di un regista blasonato che decide di
pescare a piene mani da quella che per me e molti della mia età è stata la
nostra memoria collettiva, la nostra cultura popolare, sono chiari i
riferimenti ai film di Ishiro Honda (ringraziato nei titoli di coda del film)
ed Eiji Tsuburaya, ma anche tantissimo Go Nagai. Vero che i piloti di Jaeger
interconnessi tra loro, hanno qualcosa dei protagonisti di “Neon Genesis Evangelion”,
ma più che altro qui ci trovate tutto il Gundam e il Mazinga Z che avete sempre
sognato di vedere al cinema, in una maniera molto diversa dai vari Transformers di Michael Bay, anche se lo
so, è il primo titolo che viene in mente, ma dai? Sono tutti film con robot
giganti, ma la differenza che intercorre tra i due approcci è quella che c’è
tra il digitale di Michele Baia e l’analogico di Guillermo Del Toro.

“Vai lì e gli dici: Ehi tu Kaiju, levale le mani di dosso!”.

I robot di Bay si muovono ad una velocità esagerata, roba
da fare sanguinare gli occhi, ogni superficie è scintillante e patinata e i
momenti dedicati alle parti senza azione, sono quasi tutti momenti scemi (tipo
robot che scoreggiano), oppure ostentazione della gnocca di turno, pure lei
tiratissima cose se fosse uscita dalle pagine di Vogue, o di Playboy, fate voi.

Gli Jaeger di Del Toro, invece, sono giganti che sorreggono
sulle spalle la volta del cielo, l’ispirazione di Guillermone (per sua stessa ammissione)
arriva proprio dal dipinto di Francisco Goya “Il colosso” (storia vera). Questi
giganti si muovono con la lentezza che la fisica impone alle loro proporzioni,
il tutto senza dimenticare mai i piccoli umani che li guardano con il naso in
su. Il risultato straordinario è quello di esaltarsi con Robot giganti che si
scrocchiano le nocche e usano navi come mazze da baseball per picchiare mostri giganti,
ma anche appassionarti con le vicende che so dei due nerd, parenti stretti del Johann
Krauss di “Hellboy”, Newton (Charlie Day) e Hermann (Burn Gorman), entrambi
estremamente azzeccati.
Gli umani di questo film hanno imparato a vivere in un
mondo dove gli umani non sono più la specie dominante, tranne Ron Perlman lui è
sempre il più figo di tutti, la sua entrata in scena qui è roba da applausi a
scena aperta!

“Charlie Hunnam? Un amico mio, andavamo in moto insieme, in realtà anche il regista è amico mio”.

Capisco perfettamente che per uno che ha vinto l’Oscar
con una tenera storia d’amore,
“Pacific Rim” sia qualcosa di molto strano per le sue abitudini, molto più
blockbuster in senso classico, anche più dei due “Hellboy”, ma tenete conto
anche di una questione importante: la reazione.

Quando ti tengono parcheggiato cinque anni in Nuova Zelanda, a disegnare bozzetti per Lo Hobbit, rimandandoti l’inizio delle riprese in eterno, quando “Alle
montagne della follia” tratto dal racconto di H.P. Lovecraft (che per Del Toro
sarebbe ancora la sua “Guernica” artisticamente parlando) salta per aria con il
tritolo, quello che vuoi è reagire. Con un budget di 150 miliondi di ex
presidenti spirati stampati su carta verde, che sono tanti, ma per un film così
ambizioso e dettagliato mica tanto, tutto quello che vuoi è portare in scena un
film che risulti “Larger than life”, non mi fate fare i miei film? Bene, allora
quando ho la possibilità di farne uno, sarà il più grosso che voi abbiate mai
visto. Se la frustrazione artistica producesse sempre questi risultati, non
vivremmo in un mondo migliore, ma vedremmo un cinema molto migliore!

“Lo hai visto Titanic? Vieni che te lo faccio rivedere”.

Avendo assimilato la lezione di “Avatar” di James Cameron
(anche lui tra i ringraziamenti nei titoli di cosa), la storia sarà anche
semplice e lineare, però il film per idee e realizzazione visiva è capace di
colpire l’immaginario con la stessa potenza con cui Godzilla colpiva Tokyo. Non
è un caso se dopo questo film le storie di Del Toro siano diventate sempre più
lineari, ma allo stesso tempo strabordanti visivamente. Non sarà culturalmente possibile sconvolgere il pubblico con
qualcosa di colossale come accaduto con il primo King Kong, ma Del Toro è stato
l’unico, in questi strambi anni ’10 poveri di idee, a portare sul grande schermo
quel senso di meraviglia, lo stupore che si prova da bambini la prima volta che
vedi un film di Ray Harryhausen, a cui “Pacific Rim” è idealmente dedicato e
per questo non ringrazierò mai Del Toro abbastanza!

Emisfero destro
(Artistico, intuitivo, spirituale)
Fin dalle prime immagini promozionali, abbiamo pensato
tutti la stessa cosa: «Ecco il film che avrei sempre voluto vedere fin da
bambino», quando seduto sul pavimento facevo combattere robot e dinosauri di
gomma, con il montaggio sonoro garantito dalle onomatopee fatte con la bocca.
Guillermo Del Toro ha portato sullo schermo il sogno bagnato di qualunque Nerd,
un film dove i Kaiju (genere Giapponese con i mostri giganti tipo Godzilla) si
chiamano proprio Kaiju e fanno a botte con dei Robot giganti, pilotati da umani
che entrano nella testa, che poi si assemblano sul resto del corpo. Roba da
lacrime se non avessi un’immagine da mantenere.
Chiaro che per farlo, c’era bisogno degli effetti
speciali della IL&M, ma la cura per il dettaglio di Del Toro fa il resto,
la fotografia ed ogni riflesso della luce sono impeccabili, ma questa meraviglia
funziona alla grande perché Guillermo ha un controllo su tempi e spazi invidiabile,
tenendo a mente un dettaglio fondamentale: le proporzioni.

“Allora avrebbe un enorme Schwanzstück!” (Cit.)

La tradizione dei Kaijū (film di mostri giganti) e dei Kayjin
(film con mostri umanoidi) ha sempre previsto umani sudati, infilati dentro
costumi di gomma da mostro, a muoversi, spesso alla cieca, in miniature di
città, non potendo ingrandire gli umani, si rimpicciolivano i set. Del Toro ha
la tecnologia per fare il contrario e non si scorda mai di inquadrare Jaeger e
Kaiju dal basso, dal punto di vista degli umani, non esiste nemmeno per un
secondo che da spettatori non ci arrivi il senso di pesantezza dei corpaccioni
di queste creature, ma è anche impossibile dimenticarsi che sono circa 80 metri
l’uno! Allo stesso modo il design dei Kaiju dimostra che Wayne Barlowe non si è
trattenuto, portando al cinema mostri che non hanno l’obbligo di ricalcare la
forma umanoide, ma che sembrano davvero dinosauri evoluti, la cui evoluzione da
livello uno a cinque di potenza è funzionale alla loro capacità di
combattimento.

Chiudi la bocca, che poi ti ci piove dentro!

Questo senso delle proporzioni, come diceva il mio
collega sinistroide, è opposto a quello di Michael Bay, non solo perché
l’azione è chiarissima all’occhio umano, ma soprattutto perché la tecnologia
del film è in linea con l’estetica rugginosa e impallinata con gli ingranaggi
di tutti i film di Del Toro.

Malgrado l’abbondante utilizzo della grafica
computerizzata, Guillermo fa sempre abbondante uso di trucchi vecchia scuola e
grazie ad una cura maniacale per i dettagli, è imbattibile quando si tratta di
realizzare mondi credibili per i suoi personaggi, considerando che ha ricreato
città lungo la costa del Pacifico in un set canadese, godetevi i dettagli, dai
tombini ai cartelli stradali, ma soprattutto la coerenza con cui Del Toro
realizza mondi in cui la tecnologia è volutamente retrò. Ad esempio, i robot
sono un tripudio di perni, pistoni e ingranaggi, ognuno con uno stile che
ricorda molto il paese di provenienza, Cherno Alpha è un colosso di
progettazione sovietica, più sostanza che forma, diciamo, Crimson Typhoon sembra
uscito dalle pagine di “Slam Dunk” con i suoi tre piloti, altrettanti cestisti
Giapponesi. Striker Eureka è fighetto come il suo pilota, ma il capolavoro è
Gipsy Danger (dal nome credo sia il preferito di Salvini), orgogliosamente
vecchia scuola, analogico come il vinile, come le vhs, non a caso nel momento
più disperato, è lui a salvare la giornata.

Gipsy Danger, il nome sembra uscito da un discorso di Salvini.

Ed ora è il momento di chiudere l’icona lasciata aperta
lassù, la critica principale a “Pacific Rim” è davvero intelligentissima,
lasciatemelo dire, sì, perché se vai a vedere un film dove Robot giganti fanno a
cazzotti con mostri della stessa taglia, la parte più importante della storia
dev’essere per forza avere umani sfaccettati e approfonditi, perché si sa, che
se il modello originale è il lavoro di sua maestà Go Nagai, i dialoghi tra che
so, Haran Banjo e Beauty Tachibana debbano essere scritti per lo meno da Aaron Sorkin.

“Ok sono pronto ad affrontare la questione, fatevi sotto”.

In realtà, basterebbe solo saper dove guardare, perché Del
Toro s’incastra perfettamente in una sceneggiatura semplice e lineare, per
regalarci tutto l’approfondimento dei personaggi di cui abbiamo bisogno, non lo
fa con linee di dialogo, ma con un’arma ancora più potente: il cinema.

Raleigh Becket e suo fratello ad inizio film sono gli Americani stile “America fuck yeah” che per dirla alla Aliens, vengono presi a calci nelle palle, a Raleigh viene
strappato suo fratello mentre i due sono interconnessi, letteralmente come se
gli portassero via metà del cervello (una roba atroce), un trauma che lo rende
un personaggio spezzato. Lo ritroviamo avvolto da toni di verde dei suoi abiti
da operaio adibiti alla costruzione del muro, quando Stacker Pentecost (era dai
tempi dei personaggi di Carpenter che
non trovavo personaggi dai nomi così fighi, dai, Hannibal Chau ma che nome figo
è?) va ad arruolarlo, lui si siede su una specie di enorme trafilato di cemento
tondo, a cui manca la parte superiore, un trono spezzato, per un re decaduto e
privato di una parte importante di sé stesso.

Foto a caso di Rinko Kikuchi, così, per mio puro diletto.

Un pezzo mancante che ritroverà in Mako Mori (Rinko
Kikuchi) che entra in scena sotto la pioggia (là dove Raleigh rappresentava il
verde della terra) avvolta nei toni del blu, che porta anche nei capelli. Rinko
Kikuchi oltre ad essere la lavoratrice più tosta sul set (quando i suoi
colleghi maschi erano sfiacchi dai tanti ciak, lei era sempre pronta a girare)
incarna alla perfezione l’immaginario da Manga del film, passa da fare facce e
faccette ad essere la più motivata di tutti a combattere i Kaiju, un’evoluzione
che avviene in un’altra scena molto criticata dai fanatici di Aaron Sorkin che
è una delle mie preferite del film.

Il flashback in cui Mako ricorda come ha perso la
famiglia e incontrato Pentecost, mostrato volutamente in controluce, come un
eroe in armatura (da Jaeger). Lo so che è impossibile che un gigantesco Kaiju
si metta ad inseguire una bambina che per lui è grande come qualcosa che
potrebbe rimanergli incastrato tra i denti dopo il pranzo, ma dobbiamo
ricordarci che quella che vediamo è la storia come la ricorda Mako, questo
spiega la polvere dei detriti, che somiglia tanto al polline nell’aria di “Il
labirinto del fauno” (2006) che, guarda caso, compariva nei momenti più onirici
di quel film. Chi ha detto continuità artistica?

Un brutto ricordo d’infanzia che diventa una trauma grosso come un Kaiju.

L’apice è l’uso che Del Toro fa delle fotografia, sempre
suggerendo, per farci capire quanto Raleigh e Mako si completino l’uno con
l’altra durante l’Interconnessione, fonde i loro colori primari in
un’unica luce che avvolge entrambi, una storia d’amore suggerita e non gettata
in faccia allo spettatore, che si conclude non con il classico (e banale) bacio
finale, ma con un abbraccio che può sembrare anticlimatico solo a chi non ha
capito che questi due sono stati uno dentro la mentre dell’altra, non hanno
nemmeno più bisogno di dirsi che si amano, già lo sanno. Mica male per essere
un film con i mostri grossi, no?

Con questa la difesa ha finito vostro onore.

A questo aggiungete una colonna sonora da urlo, ancora
oggi, i pezzi composti da Ramin Djawadi, autore della mitica sigla di Giocotrono, sono tra i miei ascolti in
cuffia costanti, il tema principale, impreziosito dalla chitarra di Tom Morello
è una figata che ti fa sentire alto 80 metri e pronto a spaccare il culo ad un
Kaiju. Vi dico solo che nel 2013, sono uscito dalla sala cinematografica camminando
come uno dei Ranger/Jaeger e cantando trionfale il tema principale del film
(storia vera).

Vi giuro che sono davvero uscito dalla sala così!

“Pacific Rim” è un film che ti riempie gli occhi, ti fa
fare il tifo e può coinvolgere anche chi non è per forza cresciuto con Battletech,
Jeeg e Godzilla. Esalta la capacità tutta umana di far fronte comune alle
avversità in un modo molto diretto, analogico, a suo modo, perché nella vita
prima o poi tocca a tutti affrontarle avversità letali come Kaiju, ma decisamente
più inafferrabili, che siano la paura di perdere qualcuno, la burocrazia,
l’ingiustizia, ma anche qualcuno che ti porta via la casa o il lavoro. Grandi e
piccole forme di apocalisse personale che questo film ti fa credere ti poter
fermare, anzi sfogare, nel modo più diretto possibile: un bel pugno in faccia.

Dite un po’, quante volte vorreste poterlo fare anche voi?

In un cinema che ormai sembra un Kaiju emerso dalle acque,
povero di idee, ma voglioso di incassi facili al botteghino, “Pacific Rim” si
distingue perché non è un remake, un reboot 
o un prequel. Non è tratto da un romanzo, da un fumetto o da una serie
Tv in particolare, è un’unicità analogica imperiosa che ti si para davanti come
un Jaeger.

Magari è destinato a restare una singola scintilla di
speranza creativa, in un mare di oscurantismo della fantasia, ma a volte anche
una scintilla può rappresentare l’ultimo baluardo contro l’Apocalisse.
Guillermo Del Toro ha fatto il film che tutti noi avremmo
voluto vedere fin da quando eravamo bambini, realizzato con l’entusiasmo del
bambino e l’arte del grande regista, questa volta non ha solo fermato l’Apocalisse,
l’ha cancellata.
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