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Paradise Beach – Dentro l’incubo (2016): Serena Squa Ler Woodsen

Vi dico una cosa che mi piace: i film con un solo
protagonista, sullo schermo solo per tutto il tempo, che cerca di
sopravvivere a qualche minaccia naturale tentando di portare a casa la pelle.
Ora, invece, vi dico una cosa che non mi piace: Gossip
Girl.
Queste due cose così agli antipodi si ritrovano insieme
nello stesso film, incredibile, ma vero!

I film di sopravvivenza mi comprano sempre, tu metti un
attore solo alle prese con una minaccia di qualche tipo e quasi sicuramente
avrai la mia attenzione, per quanto stiracchiati nel soggetto e nei dialoghi,
questo sottogenere sopravvive (ah-ah) regalando puntualmente qualche titolo,
alcuni meno riusciti (“Wrecked” Adrien Brody contro il bosco) altri più interessanti
(“All is lost” Roberto Ford Rossa contro l’oceano). Per fare questo tipo di
film hai bisogno di un attore capace di caricarsi la tensione sulle spalle e di un
regista con un’idea chiara della direzione che vuole imprimere alla storia.

“Paradise Beach – Dentro L’incubo” non ha nessuna di queste due cose, ma
malgrado i difettucci tutto sommato funziona, un film di serie B che inventa
poco, ma intrattiene più che decentemente, sempre se riuscite a mandare giù un
po’ di necessaria sospensione dell’incredulità e la traduzione del titolo
fornita dai sempre magnifici distributori di uno strambo Paese a forma di
scarpa, che trasformano il titolo in Inglese “The Shallows” (letteralmente “Le
secche” e non in riferimento alla protagonista) in un altro titolo in Inglese
con inutile sottotitolo. Se non altro, hanno azzeccato il periodo giusto per far
uscire il film in sala, in pieno Agosto, il mese giusto per un horror acquatico
come questo, o per una roba con pellegrini e caproni Satanici (Facciapalmo!).

“Saluti dalla boa, xo xo Gossip Girl”.
Sì, ma cosa c’entra “Gossip Girl”, direte voi? C’entra perché
la mia Wing-Woman ci ha pure provato a farmi appassionare alla serie, ma io
nulla, da buon possessore di cromosoma Y, crollavo sistematicamente in russante
fase REM circa ventidue secondi dopo la sigla iniziale di ogni episodio,
proprio automatico, un meccanismo di autodifesa impeccabile, Gossip Girl? Ed io
giù duro a dormire. Per chi non la conoscesse cosa posso dirvi di questa
celebre serie tv? Niente, io dormivo, ricordo solo che era ambientata a New York
e che nei (costosi) panni di Serena Van Der Woodsen ci recitava Blake Lively,
la Californiana dai denti bianchissimi e dalla pronuncia che ti lascia di
ghiaccio, portatrice sana di “doFFia eFFe” rafforzata come la mozzarella sulla
pizza.

Qualcuno qui ha intenzione di papparsi la Lively come gli spaghetti, allo scoglio.
La surfista Blake Lively alle prese con uno squalo molto
caparbio e incazzato. No, sul serio, la trama è davvero tutta qui, persino io
riesco a riassumerla. Vabbè, vi aggiungerò qualche dettaglio…
Nancy (BlaFFe LiFFely) per superare la perdita della
madre si reca in Messico (interpretato per l’occasione dall’Australia) in cerca
della spiaggia segreta di mammà, si porta Surf, telefono e un lutto irrisolto
che servirà più che altro a dare motivazioni al personaggio. In testa anche una
mezza idea di mollare la scuola di medicina, le cui nozioni torneranno buone
per la lotta con lo squalo (squale? Squello! Ok, basta la smetto…).

Pregate che i tipi dell’Asylum non vedano mai questo film!
Alla regia una mia vecchia conoscenza, Jaume Collet-Serra
il famigerato regista di robe come “Orphan” (di cui preferirei non dire nulla,
non è bello vedere qualcuno che snocciola parolacce a casaccio) e di tanta
roba con Liam Neeson, tipo “Non-Stop” o Run All Night. Ricercato e virtuoso nei
movimenti di camera sicuramente, ma non proprio uno dei miei preferiti.
Quindi, tiriamo le somme: regista, così così, il 50% di
possibilità di vedere Serena Van Der Woodsen smangiucchiata da un Bruce, delle scene di Surf (bene) e uno squalo (benissimo!), c’è abbastanza roba per piacermi, mi
lascio convincere dal buon Andrea Lanza e mi guardo il film. A fine visione
conservo ancora tutti i miei dubbi su Jaume Collet-Serra e sul talento di Blake
Lively, ma posso dire di essermi divertito, avercene di filmetti di genere come
questo.

Una bionda, una location e uno squalo, brutto?
“Paradise Beach” è in perenne equilibrio tra la tra
ricerca del realismo in ogni dettaglio e parecchi passaggi in cui è
necessario, per non dire obbligatorio, sospendere l’incredulità. La trama è già
stringata, quindi non voglio rovinarvi altri passaggi della storia, quello che
bisogna mettere in conto è che lo squalo, dev’essere rimasto
fermo agli anni ’80 o giù di lì.
Quando Spielberg nel 1975 fece diventare tutti grandi
appassionati di montagna con il suo capolavoro (uno dei tanti) Lo Squalo, non
c’erano tutte le informazioni che abbiamo oggi sui più letali predatori marini
di sempre, oggi come oggi lo sappiamo tutti che uno squalo sazio gira la pinna
in direzione casa per gettarsi sul divano a guardare la domenica sportiva, ma quello di questo film se ne frega delle mille mila ore di documentario di
Piero Angela e continua ad attaccare a testa bassa mangiandosi tutti quelli che
fanno l’errore di nuotare della sua baia e gli animalisti: MUTI!

Squaletto goloso!
Jaume Collet-Serra si lascia andare nel suo solito
virtuosismo per dirigere le parti (poche in termini di minutaggio) legate al
surf, se non altro s’impegna a mostrarci quello che di solito nei film con le
tavole viene saltato, ovvero la faticaccia che un surfista deve fare per
raggiungere il largo. Nella parte iniziale, poi, fa anche un discreto uso della
telecamera GoPro e trasforma lo schermo in una grossa schermata di facetime,
niente di nuovo, ma apprezzo quando in un Horror i telefoni cellulari vengono
utilizzati, invece di essere messi in panchina dalla solita pavida scusa del “Non
c’è campo”.
Ovviamente, Serra non perde occasione per giocarsi un paio
di inquadrature ricercate pensate per fornire la giusta porzione di culo allo
spettatore, 87 minuti di Blake Lively in costume da bagno vanno pur utilizzati
in qualche modo, no? Quello in cui non riesce molto bene Jaume Collet-Serra è la
gestione della tensione, ci prova a mandare a segno un paio di scene dove lo
squalo s’intravede e basta, poi si ricorda di non essere Spielberg e lascia
perdere, concentrandosi più sul mostrare i singoli passaggi chiave della
(dettagliata) sceneggiatura, che non risulta molto veritiera quando si parla di
ferite riportate, ore passate al sole e disidratazione, ma cura parecchio le
singole svolte della trama.

Il vero selling point del film.

Il risultato è che in “The Shallows” la protagonista
subisce le privazioni dell’assedio squalesco, ma se devo dirla tutta, ero molto
più in tensione guardando “127 Ore” di Danny Boyle, malgrado fosse un film
cento volte più statico (per ovvie ragioni) di questo. In soldoni, “Paradise
Beach” si lascia guardare fino alle fine per vedere come si risolverà il
duello, vincerà la bionda da sorriso degno di The Rock o lo squalo con le sue
triple file di dentacci? Ora che ci penso ai dentisti questi film potrebbe
piacere un sacco.

Ma il vero protagonista del film è lo squalo? No no.
Blake Lively? Nemmeno! L’assoluto protagonista è: il gabbiano! Per qualche
oscura ragione questo gabbiano ferito condivide lo scoglio con la protagonista,
la sua funzione non è chiarissima, forse lo sceneggiatore voleva inserire un
animale positivo nella trama, per compensare lo squalo cattivo non so, in ogni
caso il pennuto si mangia tutte le scene, sta in piedi su un pezzo di tavola
rivaleggiando con il pollo di “Surf Up” e mentre Blake Lively s’ingegna alla
MacGuyver per sopravvivere, o si lancia nel classico “Pezzo di bravura” (il
momento drammatico intimista che precede lo scontro finale), il nostro è
impegnato a fare dello spudorato Photobombing, in primo piano la Lively che si
strugge e dietro impassibile lui, il gabbiano, o come lo chiamano nel film, Steven
Seagull, un colpo di genio che non so proprio come i curatori del doppiaggio italiano del film riusciranno a risolvere senza ammazzarlo, non ho indagato, a
giudicare da quello che hanno fatto al titolo del film, prevedo una tragedia.

Steven Seagull il pennuto che ti rovina tutte le foto.
Blake Lively fa il suo dovere, la sua EFFE aFFaFFina
viene limitata dai dialoghi che si fanno via via più scarni, non è il massimo a
recitare sforzo e fatica, ma ha il “Fisico di ruolo” giusto per la parte della
final girl in bikini, come sia arrivata a recitare in un orgoglioso B movie
(che non è un insulto, eh!) ancora non lo so, ma con tutti i suoi limiti alla
fine questo “The Shallows” o “Paradise Beach”, come lo volete chiamare, si lascia
guardare, certo se volete il realismo e la tensione guardatevi “Open Water”, se
volete un capolavoro con uno squalo c’è sempre Zio Steven Spielberg, ma per
essere un film uscito in sala per il rotto della cuffia (da bagno) si lascia
guardare e poi, dai gente, Steven Seagull! Voglio uno spin-off sul gabbiano, o
almeno fategli interpretare il remake di “Trappola in alto mare”.

“La fede aiuta, Strannix” (Cit.).
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