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Parasite (2019): Lotta di classe contro potere (del cinema)

Mi mette sempre allegria guardare i film di Bong Joon-ho,
non solo perché in amicizia ormai l’ho sopranominato Bon Jovi-no, ma più che
altro perché le sue pellicole sono una meglio dell’altra. La sua ultima fatica
“Parasite” premiata con la palma d’oro a Cannes, è a mani basse già destinata
ad essere uno di quei titoli da citare quando verso dicembre qualcuno chiederà:
quali bei film hai visto durante quest’anno?

Dopo la trasferta americana della favola ecologista Okja, Bong Joon-ho torna a casina sua in
Corea del Sud per regalarci un piccolo film con una manciata di attori e due
location, due case di altrettante famiglie di estrazione sociale opposta. Un soggetto
quasi teatrale, rimasto sul fondo della testa del regista da parecchio tempo, per
la precisione da quando da ragazzo faceva ripetizioni ad una coetanea ricca,
fantasticando su quanto sarebbe stata più comoda la vita, se anche i suoi
famigliari avessero trovato un lavoro al servizio di quei ricconi (storia
vera).

Sembra Super Mario quando salta con il pugno alzato per prendere la moneta, invece è Bong Joon-ho che si porta a casa il premio grosso.

Ma l’occhio bionico di Bong Joon-ho è sempre orientato alla
settima arte, infatti “Parasite” malgrado sia tutto girato in interni con una
manciata di attori, è uno spettacolo di puro cinema diretto in maniera
millimetrica, che anche questa volta gioca con i generi. La naturalezza con cui
Bong Joon-ho passa da un genere all’altro dovrebbe essere studiata da tutti
quelli che da grandi, il cinema vorrebbero farlo per davvero.

Il regista sembra non svoltare mai da un genere all’altro,
con lo scopo di prendere in contro piede il pubblico, quello al massimo è un
effetto collaterale, le svolte per Bong Joon-ho sono sempre al servizio della
storia, dei personaggi, e delle tematiche del suo cinema che anche in “Parasite”
tornano di slancio.
La famiglia di Kim Ki-taek (Song Kang-ho, l’attore feticcio
del regista, presente in quasi tutti i suoi film) sono degli spiantati poveri
in canna, scroccano il wi-fi e vivono facendo lavoretti di poco conto, tipo
piegare i cartoni della pizza. Casa loro è uno scantinato ad altezza terra,
affacciato su un vicolo molto attraente per gli ubriachi locali, che lo usano
per svuotarsi la vescica. L’evento più interessante della loro settimana è la
disinfestazione delle strade, perché lasciando le finestre aperte possono avere
gratis una spolverata di veleno per insetti.

Ricchi e poveri, siamo tutti accumunati da un drammatico problema: il Wi-Fi!

Bong Joon-ho parte subito forte, Kim Ki-taek continua a
piegare cartoni di pizza avvolti nella nuvola della disinfestazione, come a
voler mettere subito in chiaro chi sono i parassiti del titolo, ma occhio
perché con il regista, le sue storie sono sempre pronte alla svolta e in questa
storia di tentativi di scalata sociale, i parassiti potrebbero essere nascosti un po’
ovunque.

Come cantava Manfredi, “Pe’ fa la vita meno amara” (cit.) Kim
Ki-woo (Choi Woo-shik) riesce a farsi assumere dalla ricca famiglia Park, per
dare ripetizioni alla loro figlia adolescente. I Park sono imballati di soldi,
il signor Park (Lee Sun-kyun) è un famoso architetto con autista, governante,
bella moglie un po’ svampita e figliolo iperattivo in fissa con la pittura e
gli Indiani d’America. Il piano di Kim Ki-woo è semplice e ben congeniato:
piazzare tutti i suoi famigliari, utilizzando tecniche di guerriglia domestica
per screditare l’attuale servitù e far entrare al loro posto, tutti i suoi
famigliari. Insomma la famigerata chimera del posto fisso, quello di Checco
Zalone.

La scena della filastrocca prima di suonare il campanello, il mio cult della settimana.

Solo che a me Zalone non fa molto ridere, invece Bong
Joon-ho con il suo umorismo nero e caustico mi trova molto pronto, non voglio
rivelarvi altro della trama, quanto raccontato fino ad ora è la sinossi
ufficiale del film, vi lascerò scoprire da voi i trucchi usati da Kim Ki-woo,
perché attraverso movimenti di macchina millimetrici, e una scalinata di casa
(omaggio del regista al suo film del cuore “Psyco” di Alfred Hitchcock) che ha
un ruolo chiave nella vicenda, Bong Joon-ho intrattiene, a metà tra commedia e
thriller, senza tirar via la mano sulla questione sociale, perché è chiaro che
una trama del genere sia riflesso della condizione della società Coreana, ma
per le disparità tra ricchi e poveri, potete restare anche qui, in uno strambo
Paese a forma di scarpa.

“Io ho visto Psyco, quello sulla scala non faceva una gran fine”

Il cinema riflette da sempre le idiosincrasie della società,
non serve essere dei sociologi (basta leggere i giornali) per capire che il
tema della disparità tra ricchi e poveri del mondo è un tema caldo, ho in rampa
di lancio domani, un altro titolo che a suo modo tratta la questione, ma il
film che più si avvicina a “Parasite” forse è Noi.

Certo Jordan Peele
a parità di umorismo caustico era molto più orientato verso l’horror, ma il
tema delle due famiglie e di un sottoscala che ben rappresenta la differenza di
gerarchia sociale, accomuna le due pellicole. Anche se a ben guardare per Bong
Joon-ho questo nuovo lavoro è l’ennesima prova di coerenza interna del suo
cinema, il bellissimo “The Host” (2006) cominciava come un classico Kaiju-movie
con i mostri grossi, per parlare di famiglia, “Parasite” parla di famiglia e legami
famigliari, per arrivare a parlare di mostruosità della nostra società
capitalista, non tutta pesche e crema.

“Quello è un Teomondo Scrofalo originale vero?”

Le due case delle famiglie di “Parasite” sono metaforiche
tanto quanto il treno protagonista di un altro titolo bello e un po’
sottovalutato della filmografia di Bong Joon-ho, “Snowpiercer” (2013), che
trasformava la lotta di classe in una vera e propria lotta (con tanto di asce e
momenti d’azione) proprio come avviene in questo film.

Le armi utilizzate dal mio amico Bon Jovi-no per raccontarci
questa guerra (anche tra poveri, anzi soprattutto tra poveri!) sono quelle del
cinema. La sua regia è di ampio respiro e dettagliatissima, amo molto le storie
in cui ogni elemento inserito, trova spazio nel corso della trama, qui un’allergia
alle pesche viene utilizzata quasi come un’ironica pistola di Cechov, mentre i
personaggi in gioco non vengono mai divisi nei classici schieramenti, con i “buoni”
da una parte e i “cattivi” dall’altra, i parassiti sono un po’ ovunque e la
lotta di classe può diventare anche violenta.

“Com’era quella storia del senza peccato e della pietra da scagliare?”

La critica al capitalismo di Bong Joon-ho arriva bella
diretta, senza entrare nei dettagli della trama, è chiaro che il regista cerca
di comunicarci che chi sta in basso, negli ultimi gradini della scala sociale,
è un invisibile costantemente ignorato, malgrado i suo sistematici tentativi di
comunicare e farsi notare (l’uso del codice morse, che riesce ad essere ironico
e malinconico in parti uguale a seconda del momento della pellicola). Ma una
volta saliti lassù, in vetta, sgomitando in una guerra tra poveri, anche gli
ultimi arriveranno a scimmiottare gli atteggiamenti delle classi più agiate,
con il risultato che per assurdo, forse era più facile trovare dedizione e rispetto
quando si stava ancora giù, con il naso puntato verso l’alto e la pancia vuota.

Ho trovato azzeccatissimo l’uso della pioggia nel film,
quasi liberatoria per i protagonisti, ma ancora di più dei riferimenti agli
Indiani d’America, che all’inizio della pellicola sembrano una marginale nota
di colore nella storia, ma nel finale si prendono un pezzo del palcoscenico. D’altra
parte nella storia chi più degli Indiani, ha subito l’onta di finire relegati
ai margini della società, ora non vorrei scomodare la rivolta dei grandi capi Indiani, ma ho trovato molto
azzeccato l’utilizzo del copricapo sfoggiato da Kim Ki-taek proprio nel momento
chiave della sua storia.

“Che nome ti è stato dato, stupido uomo bianco?” (Cit.)

Anche l’uso della musica è millimetrico quanto la regia
curatissima di Bong Joon-ho, ad un certo punto sentiamo partire la nostrana “In
ginocchio da te” di Gianni Morandi. Quanto sono belli gli orientali quando
cantano le canzoni Italiane? Mi mandano giù di testa. Un pezzo utilizzato con
saggezza e non per puro citazionismo pop, perché il “musicarello” Italiano
degli anni ’60, sfornato per lanciare la canzone ed interpretato dallo stesso
Morandi, era la storia di un ragazzo povero che prendeva una sbandata per una
ragazza ricca, salvo poi tornare appunto in ginocchio, dalla vecchia fidanzata,
la storia di una lotta di classe con tragedia, proprio come quella di “Parasite”.
Ora, non so se mi spaventa di più l’ossessiva cura di Bong Joon-ho, capace di
raggiungere questo livello di dettaglio nei suoi film, oppure il fatto che io
ricordi la trama di un “musicarello” con Morandi.

Sta di fatto che Kim Ki-taek e la sua famiglia, sono un’altra
banda di cani che abbaiano ma che questa volta mordono anche, parafrasando il
titolo del film d’esordio del regista, che porta in scena una lotta di classe
attraverso una gran regia e personaggi cesellati a dovere, per cui sarà impossibile
non patteggiare durante i 132 minuti (che filano via belli lisci) di “Parasite”.
Una volta Sergio Leone ha sfornato una massima notevole: «Quando
ero giovane credevo in tre cose. Il Marxismo, il potere redentore del cinema e
la dinamite. Oggi credo solo nella dinamite». Quando si tratta del cinema di Bong
Joon-ho, potete mescolare tutte e tre le cose, il risultato resta esplosivo lo
stesso.
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