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Passengers (2016): Nello spazio nessuno può sentirti broccolare

Gli anni ’90, ve li ricordate? Se la risposta
è no, complimenti, siete schifosamente giovani.

Sono successe un sacco di cose negli anni ’90,
ora siccome già di mio tendo al prolisso andante, prenderò ad esempio solo un
dettaglio tipico di quel decennio per parlarvi di “Passengers”.

Ai tempi era la prassi vedere locandina dei
film, sulla quale della trama non trapelava nessun tipo d’indizio, se non
il titolo. Cos’era chiaramente visibile su questi poster? Il nome degli attori
e il loro volto perché tanto ad una grossa fetta del pubblico solo quello
interessa: gli attori.
Fosse uscito al primo giro, oggi ricorderemmo
la locandina di “Passengers” composta da 50% di faccia di Keanu Reeves e
nell’altro 50% il mento di Resse Whiterspoon, perché ai tempi tiravano loro, ma
c’è da tirare un sospirone di sollievo, quei due avrebbero dovuto essere diretti
da Gabriele Muccino (storia vera!).
Siccome la pre produzione è andata un po’ per
le lunghe, è  successo che nel frattempo abbiano pure dovuto cambiare gli
attori, quindi cambio basket, dentro Jennifer Lawrence, una che nel giro di sei
anni è passata da zero a premio Oscar, cose che capitano se hai dietro i Weinstein
a sponsorizzarti e qui mi fermo altrimenti inizio a sembrare Fox Mulder che
parla di complotti segreti.



Who let the dogs Chris Pratt out? (Who, who, who, who?!).

L’altro è Chris Pratt, un altro che è passato
da cicciotto di “Parks and Recreation” a protagonista di tipo tutti i film che escono laggiù nel Bosco
di Holly. L’idea di base è fare un film di fantascienza con questi due, che in
realtà con la fantascienza non ha davvero nulla da spartire.

Vi ricordate gli umani ciccioni di Wall-E
della Pixar? In viaggio comodi comodi alla ricerca di un nuovo pianeta da devastare
su cui vivere? Stessa cosa, sull’astronave Avalon, però i passeggeri a bordo
viaggiano in un sonno criogenico dentro capsule che sembrano prese di peso dal
film Alien. Se dopo poche righe di
sinossi il film vi sembra già ben poco originale, tranquilli, nel resto della trama hanno fatto anche di peggio!

Qualcuno gli spieghi che non sta girando “A beautiful mind”.

A causa di un problema tecnico, una delle
capsule criogeniche decide che il viaggio delle durata prevista di 120 anni è
già giunto a conclusione, quindi il suo ripieno, il tecnico Jim Preston (Chris
Pratt) si risveglia e come il protagonista di The Last man on earth si ritrova solo soletto sulla nave, con la
prospettiva di altri 90 anni di viaggio da percorrere verso il pianeta da
colonizzare.

Dopo averle tentate tutte per rimettersi a
dormire (tranne l’unica logica, ovvero guardare questo film), Jim pare
rassegnato a morire solo sullo nave, o per lo meno in compagnia del
Robo-barista Arthur (uno sprecatissimo Michael Sheen) che altro non è che una
delle (tante) citazioni Kubrickiane del film, infatti è identico, anche nel
bancone del suo bar, al Lloyd di “Shining“.



“Tu mi piaci Michael, sei il miglior barman che ho visto fra i bastioni di Orione e le porte di Tannhäuser.

Per interrompere la solitudine un’idea
barbara: risvegliare una degli altri passeggeri, scelta consultando i diari di
bordo, la “fortunata” è Aurora Lane (Jennifer Lawrence) scelta per quelle che
secondo Jim sono manifeste affinità elettive tra lui (ignorante meccanico) e
lei, famosa giornalista in cerca di una storia unica da raccontare, ovvero le
cronache sulla vita sul nuovo pianeta. Sarà, ma secondo me l’ha scelta solo perché
Aurora è fatta a forma di Jennifer Lawrence, chiamalo fesso Jim!

“Vuoi venire a vedere la mia collezione di motori a propulsione?”.

Non posso certo dire che il regista Morten
Tyldum (quello di The Imitation Game)
abbia fatto un brutto lavoro, anzi, il film esteticamente è molto curato, gli
omaggi a “2001 Odissea nella spazio” si sprecano e fino al pre finale la
regia funziona poi, però, la trama prende una svolta che richiede un minimo di
azione e qui Tyldum dimostra di avere zero esperienza a dirigere scene di
questo tipo (e forse anche zero) interesse, infatti gli unici momenti
“action” (virgolette obbligatorie) sono imbarazzanti, ma a quel punto il film è
già andato talmente a sud che, ormai, il fatto che sia anche girato male è
davvero l’ultimo dei suoi problemi.

Sì, perché ci sono una serie di problemi logici
nella sceneggiatura scritta da Jon Spaihts che rendono davvero impossibile
prendere sul serio questa trama, ad esempio, ho trovato davvero poco logico (mi
sento molto Spock in questo momento…) il fatto che una nave spaziale,
progettata per viaggiare placida per 120 anni, con il minimo sindacale di
attività a bordo, alimentando solo motori, ossigeno e capsule
criogeniche, si attivi completamente al risveglio di un solo passeggero,
quando, stando alla trama, avrebbe dovuto rientrare a pieno regime solo negli
ultimi quattro mesi di viaggio, trasformandosi in una grossa nave da crociera
galattica piena di comfort.



“Ma come sei vestita? Andiamo a colonizzare un pianeta mica al sushi bar”.

Invece no, il nostro Jim può permettersi
immediatamente di utilizzare campi da Basket computerizzati, giocare alla più
grossa versione di “Dance Dance Revoluition” che voi abbiate mai visto,
dilapidando scorte di cibo, alcool ed energia.

Il tutto con svariati momenti in cui la vostra
mano, automaticamente avrà voglia di parcheggiarsi sulla vostra faccia, nel
gesto universale di FACCIAPALMO, davanti a dettagli come il fatto che il nostro
Jim non possa permettersi di bersi un “Moccaccino”, per via del suo basso
status di manovale, ma possa tranquillamente accedere ai giornali di bordo
della nave, consultando le schede personali di tutti i passeggeri dormienti a
bordo. Per una consulenza sulla privacy per la Avalon chi hanno chiamato? Mark Zuckerberg?



Stalker, ma non quello di Andrej Tarkovskij.

Proseguendo nel film, ti ricordi che sì, Jon
Spaihts ha contribuito al soggetto del film Prometheus
e allora molte cose diventano subito chiare, la principale delle quali che
questo “Passengers” sia tutto tranne che un film di fantascienza, non tanto
perché Aurora, per colonizzare un pianeta selvaggio, si sia riempita la valigia
di vestiti da sera, ma anche per il fatto che il Robo-Barista, non abbia la
minima idea delle leggi della robotica e alla prima occasione utile, dimostri
di essere affetto da “Lalalite”, ovvero il virus che colpisce alcuni personaggi
dell’immaginario, specialmente quando ad un certo punto della trama, decidono
di cantarsela (La la! Laa laaa! La la! Laa laaa!) spifferando ai quattro venti
qualcosa che avrebbe dovuto restare segreto.

Emblematica la faccia di lui, un altro po’ e frantuma il bicchiere.

Di fatto, per “Passengers” non vale nemmeno la
pena di scomodare la citazione ad un noto pezzo degli Stooges, la nave spaziale
è un pretesto per mettere Jim ed Autora in totale solitudine per un tempo
infinitamente lungo, in realtà vorrebbe essere un film romantico,
nobilitato da dubbi etici che, però, vengono sfruttati malissimo, perché si
risolvono con atti di eroismo che non servono ad altro che a tamponare problemi che è
stato lo stesso eroe a creare.

Inoltre, è scritto a colpi di “Deus ex
machina”, ovvero come NON si dovrebbe mai scrivere, non un film di
fantascienza, ma semplicemente nessun film, il mio preferito è stato quello di
scegliere di risvegliare a capocchia un altro passeggero dormiente, giusto per
precisare un concetto che nel film viene ripetuto solo otto volte di fila,
ovvero che è IMPOSSIBILE che qualcuno si risvegli dal sonno della capsule
criogeniche, talmente impossibile che succede due volte nel giro della stesso
film.
Il personaggio in questione è interpretato da Laurence
Fishburne e non è mica lo chef di bordo, no no, è solo il capo ingegnere, che
entra in scena, capisce immediatamente che l’IMPOSSIBILE è accaduto e poi
sparisce con la stessa velocità che è servita a Fishburne a ritirare l’assegno
e fuggire via dal set del film.



La faccia di uno che ha una voglia matta di recitare in questo film.

Ed è proprio la presenza di Laurence Fishburne
che mi ricorda un dettaglio inquietante, ovvero che questa colossale baggianata
non deve nemmeno essere costata poco, perché nel cast ci sono quattro attori,
tutti nomi famosi che non vengono già per due lire, più un quinto personaggio,
ovvero il capitano della nave, che però è Andy Garcia, vuoi mica risparmiare, no?

Insomma, più che un film un paradosso, ad una
prima occhiata sembra fantascienza, in realtà è una roba smielata degna di un
romanzo Harmony, ha un cast di solo quattro attori (più uno), ma è costato comunque
110 milioni di ex presidenti defunti stampati su carta verde, oh! Però sulla
locandina ci sono due attori famosissimi, quindi chissenefrega se poi il film
fa schifo, in fondo, se ‘sto trucchetto funzionava negli anni ’90, vuoi mica
che non funzioni anche ora, no?
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