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Passion (2012): pop porno (Eva contro Eva in salsa Depalmiana)

Brian De Palma è cattivo con me perché, si sveglia il
mattino alle tre per dirigere quei film un po’ porno. Ok, questa caSSata dovrebbe
farvi capire che l’aria è un po’ (porno) quella dell’ultimo giorno di scuola,
perché siamo arrivati alla fine, ma prima abbiamo ancora un titolo meritevole
di più attenzioni di quelle che ha riscosso, benvenuti all’ultimo capitolo
della rubrica… Life of Brian!

Avete mai
visto “Frequently asked questions about time travel”?
Forse no, perché
questa divertente commedia inglese in salsa di Doctor Who del 2009, qui da noi
in uno strambo Paese a forma di scarpa non è mai uscita. Eppure, è il titolo a
cui penso sempre quando m’imbatto in quei cinefili che io chiamo “Super Sayan”
perché sono ossessionati dai livelli, se un regista non è secondo loro al
livello di quell’altro non lo considerano, se quel film non è al livello di un
capolavoro precedente è per forza un’opera fallimentare… Buon per loro che
riescono a valutare i film così velocemente, io ad esempio non ne sono capace e
negli anni mi sono convinto che al lido di Venezia, tipo verso i primi di
settembre, ci sia il raduno mondiale dei cinefili del Super Sayan. Sfiga! Il nostro
Brian da Newark, forse complice l’amicizia con il veneziano Pino Donaggio, ha
presentato quasi tutti i suoi ultimi lavori al festival che è più o meno come
fare l’errore di sanguinare davanti ad uno squalo.

Black Dahlia,
grandi fotografie al cast sul tappeto rosso e poi frettolosamente archiviato. Redacted, premiato a Venezia e poi
uscito in qualcosa tipo tre sale sparse lungo uno strambo Paese a forma di
scarpa. Quando alla 69ª Mostra del cinema di Venezia è arrivato “Passion” è
cominciata la gara degli sputi stile “Monkey Island 2”, per un film che, in
compenso, è stato distribuito solo nelle sale delle nazioni che hanno
contribuito a finanziarlo (quindi Germania, Francia, Spagna e Regno Unito) qui
da noi, è ancora inedito. Forse De Palma avrebbe fatto bene a passare a trovare
il suo amico Pino, lasciando perdere il Lido.

«Questa è l’ultima volta che vengo al Lido, la prossima volta vado direttamente in quel ristorante che mi ha consigliato Pino»

Perché penso alla citata commedia inglese? Perché in quel
film, tra le altre cose, alcuni viaggiatori del tempo, molto nerd, tornavano nel
passato per uccidere i registi all’apice della loro carriera, prima di
rovinarsi con le loro mani. Una trovata satirica sempre attualissima (su “Infernet”
tanti se potessero, lo farebbero) che strizzava l’occhio all’andamento della
carriera di George Lucas, però, ribadisco, ci sono tanti cinefili che giudicano “a
livelli”, per cui se un nome noto non sforna come minimo un altro capolavoro
identico a quelli che lo hanno reso famoso, siamo di fronte in automatico ad un
fallimento. Infatti, Brian De Palma li ha presi tutti per i fondelli e molti
non se ne sono nemmeno resi conto.

Il nostro Brian da Newark, giù in rottura prolungata con Hollywood, dopo un film apertamente contro la politica estera americana,
poteva trovare fondi solo in Europa, dalla Francia, in particolare, arriva “Crime
d’amour” (2010) l’ultimo film diretto da Alain Corneau che De Palma sceglie di
omaggiare con un rifacimento quasi immediato, a brevissima distanza dall’uscita
dell’originale. Scelta bizzarra che, ovviamente, è stata accolta tra gli sputi
veneziani a colpi di: «Vecchio, bollito e senza più idee!», ma ribadisco,
troppa fretta nello sparare non è mai positiva.

Il film originale francese che, tanto, per De Palma è solo il punto di partenza.

Il film di Alain Corneau era un “Eva contro Eva” (1950) in
cui l’anagrafe aveva il suo peso, perché tra la datrice di lavoro Kristin Scott
Thomas e l’assistente Ludivine Sagnier ballavano parecchi anni, un elemento su
cui De Palma, anche autore della sceneggiatura passa volutamente come pialla,
affidando il ruolo della cinica responsabile Christine a Rachel McAdams (classe
1978) e per il ruolo della talentuosa Isabelle sceglie Noomi Rapace (classe
1979) costringendo così Lucius a
recuperare anche questo film di De Palma.

«Ferma così ancora due secondi, il tempo di vendere il film a Lucius»

“Passion” inizia con i fatidici cinque minuti, quelli che
determinano tutto l’andamento di un film, dove De Palma mette subito in chiaro
gli intenti: Pc, Smartphone, pubblicità e Christine (bionda) e Isabelle (mora)
ben oltre la distanza minima di sicurezza per non passare automaticamente per
saffiche. Mettiamoci anche la segretaria molto personale Dani (Karoline Herfurth…
Rossa) e abbiamo coperto tutto il campionario femminile, per poter far felici
tutti.

Quando arriva Dirk, pare di stare guardando l’inizio di un porno,
il gioco di specchi di De Palma è già cominciato anche se le limitazioni del
budget hanno costretto il regista originario del New Jersey a mettere attorno
alle sue due attrici principali, una serie di facce provenienti dal piccolo
schermo, nel 2009 ancora totalmente sconosciute, rivedendo “Passion”
oggi è facilissimo riconoscere nei (pochi) panni di Dirk l’attore Paul Anderson,
ovvero Arthur Shelby di Peaky Blinders.

Noomi non riconosce l’autorità dei “fucking” Peaky Blinders.

Isabelle è la creativa in grado di creare una campagna
pubblicitaria accattivante ed efficace per il nuovo modello di Smartphone da lanciare
sul mercato, Christine, invece, è il classico capo che ascolta le idee dei
sottoposti e poi afferma: «Ho avuto un’idea!» si fotte quella degli altri e fa
carriera… Sono sicuro che conoscete il genere anche se non tutti quelli che
avete conosciuti erano fatti a forma di Rachele D’Adami.

Nessuna coltellata alle spalle, solo lavoro cara Isabelle che,
ovviamente, non la prende benissimo perché sa che, in realtà, la
questione è molto personale, quindi tra le due donne inizia un duello pieno di
colpi bassi, falsi sorrisi, attrazione, repulsione, insomma la cara vecchia
faida che ha reso grandi i Thriller, genere a cui, ovviamente, De Palma torna
portandosi dietro uno dei suoi pretoriani, il compositore Pino Donaggio che
mancava dai tempi di Doppia personalità,
film a cui “Passion” deve qualcosa, anzi, a dirla tutta, questo film completa un’altra
trilogia Depalmiana, una che ancora non è stata ufficialmente riconosciuta.

Ultima occasione per me di scriverlo in questa rubrica, tutti insieme… Gioco di specchi!

Perché il filone Gangster
della sua filmografia è noto, quello anti-bellico
anche, ma Doppia personalità, Femme Fatale e “Passion” insieme compongono un’ideale trilogia,
a mio avviso molto sottovalutata, di film che partono dal Thriller, per giocare
con le aspettative del pubblico. Anche qui l’elemento del doppio e del sogno
sono molto importanti come in Femme Fatale, mentre da “Raising Cain” arriva il continuo cambio di fronte, ma
anche la volontà di giocare con il cinema stesso, perché De Palma qui parte da “Crime
d’amour” per andare altrove, proprio come aveva fatto con L’occhio che uccide, nel film con multipli John Lithgow. Per ora,
questa trilogia non ha un nome, chiamiamola “Trilogia da rivalutare”, perché
così sono stati trattati i tre film che la compongono, quando verrà ufficialmente
riconosciuta da cinefili più armati di pipa di me, ricordatevi dove ne avete letto
la prima volta.

«Per fortuna siamo a fine rubrica, Cassidy sta perdendo la testa»

“Passion” ha un filo rosso che lo lega a Redacted, ovvero l’uso della tecnologia,
se il suo film anti-bellico era un finto documentario, questo è quasi un
finto-Thriller, diretto in algido digitale con momenti da B-Movie saffico, non dovrebbe
stupire visto che nel corso della rubrica abbiamo visto come De Palma si sia
ispirato molto, ad esempio, al Giallo all’italiana
e come questo genere abbia imparato qualcosa anche dal regista del New Jersey.
La tecnologia influenza la storia e le vite delle protagoniste, la cui faida
esplode dopo il “casus belli” dello Smartphone da pubblicizzare, ma procede a
colpi di telecamere di sicurezza nel parcheggio, utilizzate per creare video
con cui deridere l’avversaria (intenta in un brutto momento durante un
parcheggio) oppure fondamentali per creare e diffondere quello che oggi è noto
con il solito nome anglofono di “Revenge porn”.

Ovviamente, De Palma non rinnega il suo Maestro Hitch, anche
qui siamo in parte di fronte all’ennesima variazione sul tema di La donna che visse due volte, la cui
identità cambia come quella della colpevole, ma anche l’aspetto cambia, tanto
che una delle protagoniste utilizza una maschera con le sue stesse sembianze
quando fa sesso che rende tutto molto simbolico e anche abbastanza freudiano,
se dobbiamo dirla tutta.

La maschera che indossiamo, meeeeeeetaforicamente parlando (cit.)

Trovo significativo che intervistato per il documentario “De
Palma” (2015), il regista interrogato su questo film faccia una riflessione sul
fatto che il periodo di creatività di un regista, secondo lui, arriva tra i
trenta e i cinquant’anni, una volta passato di solito coincide con il momento
in cui i critici iniziano ad usare il termine “genio”, ma sempre per i film
sfornati in quei vent’anni indicati da De Palma. Secondo il regista è rimasto
davvero solo lui a portare avanti la tradizione della “grammatica hitchcockiana”,
ma come sempre Brian da Newark è fin troppo critico nei confronti del suo
lavoro. Lui che per una vita intera è stato secondo la critica prima uno che
imitava Hitchcock e poi appena provava altre strade, uno che si era troppo
allontanato da zio Hitch. Insomma: decidetevi!

Con i film della “Trilogia da rivalutare” di cui “Passion” fa
parte, siamo oltre la grammatica hitchcockiana, perché tanto quella era già
stata assimilata da tempo, siamo proprio in zona grammatica depalmiana, quella
che nel cinema contemporaneo nessuno ha mai davvero provato a fare propria, non
con la dedizione e i risultati con cui De Palma si è applicato a raggiungere e
superare Hitch, codificando il suo stile ben riconoscibile, tanto che “Passion”
sembra volutamente una somma della sua filmografia, in chiave totalmente post
moderna.

Anche la geometria degli arredi è ordinata, il nostro Brian non lascia niente al caso.

I personaggi si muovono in un mondo rappresentato da uffici
immacolati che sembrano pensati da arredatori di interni, ma sono loro con le
loro – appunto – passioni che ci pensano ad inzozzarli e sporcarli. Infatti, il
film è pieno di inquadrature volutamente inclinate per sottolineare lo stato
mentale dei personaggi, ma anche lo scontro tra parte alta dello schermo e
parte bassa che torna sempre nei suoi film ed era fondamentale, guarda caso,
proprio in Doppia personalità. Ma non
mancano nemmeno soluzioni estrose come il fidato Split Screen che arriva in
una scena chiave ed è stato presto bollato come De Palma che fa De Palma,
quando, invece, è una mossa Kansas city talmente riuscita che ancora molti non hanno
capito di essere stati fregati.

Sembra il fidato split-screen di De Palma invece è già la sua rielaborazione, diavolo di un Brian!

In quella scena chiave Brian da Newark divide lo schermo come
ha sempre fatto e proprio per questo ci frega, perché negli anni ci ha abituati
al fatto che le due porzioni dello schermo raccontassero la storia da due punti
di vista sulla stressa azione, mentre sta accadendo, nello stesso istante, era
così per Carrie ad esempio, non lo è
per “Passion” che in metà dello schermo ci mostra l’arte, un ballo che ricorda
le installazioni artistiche di Dionisio nel ’69
e dall’altra Rachel McAdams sotto la doccia (l’ossessione Depalmiana per
eccellenza, il suo avviso al pubblico del pericolo imminente),  due momenti che sembrano distanti e quando
collimano ci prendono per il naso perché l’omicidio (in diretta) che vediamo,
in realtà non è in diretta, ma una comoda differita che spiazza il pubblico
proprio perché De Palma è stato tanto abile da toglierci da sotto il sedere le
abitudini che lui stesso aveva creato con il fidato split-screen. Quindi, per
certi versi, sì, è tutto un grosso “De Palma che fa De Palma”, ma in maniera più intelligente
di come il film è stato frettolosamente maltrattato. Come sempre con Brian nella zona delle operazioni, dubitate, dubitate sempre delle immagini e di quello che vedete.

Se siete tra quelli per cui “Passion” non è Vestito per uccidere quindi non merita
attenzione, posso solo dirvi che il biondo da Super Sayan vi dona, per tutti
gli altri è un Thriller anomalo quanto volete, ma estremamente coerente all’interno
della filmografia di cui fa parte e decisamente da non buttare via con un
frettoloso giudizio. La prova che De palma ha scalato il monte Hitchcock ed
adesso è lui il modello da cui imparare, ma visto che pare non farlo nessuno,
il nostro Brian da Newark si diverte anche a smontare il modello che lui stesso
ha creato.

L’eterna lotta tra more e bionde.

Per me è un grosso peccato che gli ultimi chilometri della
filmografia di De Palma vengano dati così per scontati, forse Padre Tempo
aiuterà, io spero nel piccolo della mia sgangherata Bara di aver contribuito,
certo, il pasticcio brutto di Domino non
aiuta, anche se le colpe di quel film sono tutte della produzione più
sgangherata della mia Bara, ma come al solito si sono riversate tutte su
De Palma, proprio perché sembra che per molti sia più divertente dare addosso
ad un grande nome invece di sforzarsi e capire cosa ha funzionato e nel caso di
Domino, cosa no.

Quindi, se tutto questo parlare di Thriller con De Palma è
servito a qualcosa, colpo di scena finale! La rubrica finisce qui e spero vi
sia piaciuto leggerla come io mi sono divertito a scriverla, ma in realtà il
bello inizia adesso, liberi dalla fretta e con Padre Tempo sono sicuro che
anche l’ultima parte di carriera di un Maestro come De Palma prima o poi verrà
analizzata e compresa come la prima parte, quello che conta è mettere in dubbio quello che vediamo, la macchina da presa mente, ventiquattro volte al secondo. Io il mio l’ho fatto… Sipario!

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