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Paura e delirio a Las Vegas (1998): Questo è aah… aah! Questo è aah… aah!

Come vostro avvocato vi consiglio di noleggiare una Bara
Volante decappottabile velocissima, un registratore per musica speciale,
camicie di Acapulco, per quanto riguarda le droghe non mancheranno in questo
nuovo capitolo della rubrica… Gilliamesque!

La controcultura era al suo apice nel 1971, a cavalcare la
cresta di questa gigantesca onda il giornalista Hunter S. Thompson, spedito a
scrivere un articolo sulla MINT 400, la grande corsa nel deserto, evento di
culto per gli sportivi americani. Peccato che Thompson raggiunga il deserto del
Nevada fuori Las Vegas strafatto, ciucco, cotto, un bravo ragazzo insomma!
Perso nei meandri di una dipendenza da ogni tipo di droga psichedelica
conosciuta dall’uomo, invece di buttare giù un pezzo sulla corsa, trasforma la
sua esperienza grottesca in una riflessione, in parte autobiografica, omettendo
giusto qualche dettaglio (probabilmente per non finire in galera) intitolata “Paura
e disgusto a Las Vegas” che, poi, è anche una traduzione più esatta del titolo
originale “Fear and Loathing in Las Vegas”. Il libro è uno spasso, se non lo
avete mai letto ve lo consiglio, è ancora oggi il mio preferito di Thompson, un
viaggetto condito di LSD in un America razzista e intollerante, una vera Odissea scritta con un piglio deciso e tremendamente ironico.

“Come tuo regista ti consiglio di noleggiare una decappottabile velocissima”.

Un successo commerciale che entra subito nel mirino di
Hollywood, i primi candidati per il ruolo di Raoul Duke (pseudonimo dello
stesso Hunter S. Thompson) e del suo avvocato, il Dr. Gonzo, una rielaborazione
filtrata da parecchie sinapsi sotto acido di Oscar Zeta Acosta, avvocato e
amico dello scrittore, sono due nomi non da poco: Jack Nicholson e Marlon
Brando (storia vera) e vi lascio il tempo per immaginare che razza di film
sarebbe venuto fuori con quei due.

Il tempo passa, vari registi s’interessano alla storia, tra i quali anche Oliver Stone (giusto per fare un nome), ma per lungo tempo la cosa più
simile a questo film che riesce ad arrivare al cinema è “Where the Buffalo Roam”
(1980) con Bill Murray e Peter Boyle nei ruoli degli stessi due personaggi e
lasciatemi aperta l’icona su Bill “Incula fantasmi” Murray (cit.) perché più
avanti tornerà a trovarci.

“Le cose accadono per una qualsiasi ragione Johnny, chiamala “fato”, chiamala “fortuna”, chiamala “karma”…”.

L’unico uomo che può davvero affrontare “Fear and Loathing
in Las Vegas” è il più punk di tutti, uno dei miei prediletti, Alex Cox che
firma una sceneggiatura, ma poi abbandona il film per dissidi creativi e
soprattutto perché avere a che fare con Hunter S. Thompson equivale a trovarsi al
centro di un rettilario del cazzo, però mentre qualcuno sta dando da bere a quelle
bestie.

Ed è qui che entra in scena il nostro eroe, Terry Gilliam
arriva da due film su commissione e dal successo di L’esercito delle 12scimmie, ma è pronto ad alzare ancora l’asticella della follia, quindi rimette
mano alla sceneggiatura e riscrive quasi tutto, trasformando “Paura e delirio a
Las Vegas” nel più assurdo road movie mai visto al cinema e dico “Road movie” perché
i due protagonisti fanno abbastanza chilometri in auto, ma viaggiano molto di
più con i loro cervelli svalvolati da tutte le droghe conosciute dall’uomo dal 1541
ad oggi. Per la sua capacità di portare sul grande schermo qualcosa di assurdo
quanto le vicende e la prosa di Thompson, per il suo impatto sulla cultura
popolare e per il semplice fatto di essere un film unico, un mutante ad alta
potenzialità neanche preso in considerazione per una produzione di massa,
questo film si merita di stare tra i Classidy!

Mi piace pensare che Gilliam abbia conquistato la fiducia di
Thompson, grazie alla comune passione per le camicie sgargianti, ma i fatti
dicono che è stata la sceneggiatura di Terry a convincere in pieno lo
scrittore, per chi lo avrebbe dovuto interpretare nel film, invece, la questione
è più complicata. Gilliam vorrebbe Jeff Bridges (ed io avrei pagato oro per
vederlo nella parte!), ma viene considerato troppo vecchio, pareva quasi fatta
con John Cusack, ma quando Thompson conosce Johnny Depp mette le corna per terra
e decide che nessun’altro potrà mai interpretarlo, tranne lui!

Da grandi acidi, derivano sballi ancora più grandi.

Depp passa parecchio tempo con lo scrittore, ufficialmente
per imparare ad imitare parlata e movenze, se chiedete a me solo per drogarsi
pagato dalla produzione, sta di fatto che il risultato finale è notevole, la
prossima settimana questa rubrica mi darà l’occasione per spiegarvi perché ad
oggi, anno del signore 2018, per me Johnny Depp è la peggiore delle piaghe mai
scagliate sul cinema, ma allora era ancora un attore ed è innegabile che il
suo Raoul Duke sia una delle sue migliori prove di sempre. Tra l’attore e
Thompson nasce una vera amicizia, tanto che Hunter S. Thompson contribuisce in
ogni modo possibile, prestando parecchi dei suoi vestiti a Depp da usare come
costumi di scena, ma anche le chiavi dello “Squalo rosso”, la Chevrolet Impala
decappottabile del 1971 che viene usata dai protagonisti nel film, anche se la
ciliegina sulla torta resta la pretesa di Thompson di rasare di suo pugno la
testa di Johnny Depp per riprodurre la sua identica pelata (storia vera), pare
che Depp non abbia voluto nemmeno guardarsi allo specchio dopo, si è infilato
il cappello e non parliamone più per favore.

“Sta venendo benissimo Johnny, vedrai farai tendenza”.

Ve lo ricordate Bill Murray? Chiudiamo l’icona su di lui. Quando l’ex Ghosbusters ha sentito che Depp avrebbe interpretato Hunter S.
Thompson, pare si sia premurato di telefonargli per un piccolo avvertimento, le sue
parole sono state più o meno: «Stai attento, o ti ritroverai tra dieci anni
ancora ad interpretarlo, assicurati che il tuo prossimo ruolo sia qualcosa di
radicalmente diverso». Ora, questa storiella è abbastanza radicata da poter
essere anche vera, considerando i ruoli tutti uguali che ancora oggi Depp
sforna a colpi di facce e faccettine, possiamo dire che la profezia di Bill
Murray è caduta nel vuoto.

Faccette, come rimanerci sotto malamente.

Vi ricordate cosa dicevamo fin dall’inizio di questa
rubrica? Terry Gilliam si è definito uno che fa film, per convincere la gente a
leggere più libri e ci sono ben pochi libri più complicati da portare al
cinema di “Paura e delirio a Las Vegas”, perché di fatto la storia di suo
racconta poco o niente, è soltanto il delirio di due tossici, raccontato dalle
frasi, oggettivamente una migliore dell’altra (questo spiega perché il film sia
un coacervo di dialoghi di totale culto da mandare tutti a memoria), un’Odissea
nella droga, un costante stato di paura e delirio in cui i due protagonisti
sono prigionieri della loro stessa paranoia e tutti i personaggi che orbitano
attorno a loro sono comparse che non spostano più di tanto l’andamento della
storia, meteore che servono giusto a riflettere sulla fine del sogno americano.

L’autostoppista dai capelli inguardabili con il faccione di Tobey
Maguire è una vittima nelle mani di due pazzoidi che vedono svolazzare in cielo
pipistrelli («Il povero bastardo presto li avrebbe visti da solo»), oppure che
leccano via quello che resta della cocaina spazzata via dal vento dalla loro
valigetta, in una scena che è stata improvvisata da Benicio del Toro e non
presente nella sceneggiatura (storia vera).

“Maledetto degenerato! Fingere, recitare vuol dire fingere! Non devi sparartela davvero!”.

Tutto ruota intorno alla paranoia da sballoni dei due
personaggi, al massimo i personaggi che entrano ed escono dalla scena possono
contribuire a farla aumentare, come accade con l’aspirante pittrice
interpretata da Christina Ricci che si chiama Lucy («Come Lucy in the sky with
diamonds») e che sogna di poter mostrare i suoi lavori al soggetto della sua
arte, ovvero Barbra Streisand. Il massimo dell’effetto che Lucy riesce ad
attenere dai due protagonisti, è provocargli la fantasia paranoica del
processo, in cui Terry Gilliam riesce a trovare ancora una volta il modo di
infilare i protagonisti di un suo film dentro una gabbia (un marchio di
fabbrica del regista del Minnesota) e si gioca lo spassoso giudice reazionario
interpretato dal leggendario Henry Dean Stanton («Castrazione! Doppia
castrazione!!»).

“Una volta Cassidy ha detto che sono nella sua Top Five… Storia vera”.
“…Castrazione anche per Cassidy!”.

Una menzione speciale la merita la ristoratrice dal passato
tormentato («La vista della lama le aveva scatenato brutti ricordi»)
interpretata dalla bella Ellen Barkin, perché Gilliam era dai tempi di Brazil, che sperava di averla in un suo
film e, malgrado il budget ridicolo (dieci milioni di ex presidenti spirati
stampati su carta verde), solo qui è riuscito a togliersi lo sfizio,
ma dovrebbe essere chiaro per tutti che quando si parla di caparbietà, in pochi
hanno la testa più dura di Terry Gilliam.

Terry ha inseguito lei quasi quanto il suo Don Chisciotte.

A proposito di facce che popolano il film, potrei citarvi la
clamorosa, ma clamorosa sul serio, scena dell’ascensore, quella con Cameron
Diaz per capirci, quella che mi ha regalato la mia “Citazione involontaria”
(quelle frasi cinematografiche che si usano regolarmente anche nella parlata quotidiana)
preferita quando la situazione sta per degenerare sotto i miei occhi: «Madre di
Dio, pensai, ci siamo…», ma non è da sottovalutare nemmeno l’altrettanto
folle scena con Flea, il bassista dei Red Hot Chili Peppers (uno che ogni tanto
al cinema spunta) alle prese con una
camicia di flanella e dell’acido.

Il più grande massacro in ascensore della storia del cinema: Hannibal Lecter? No, Gonzo!

Tutte queste facce note non fanno che sottolineare uno dei
talenti meno pubblicizzati di Terry Gilliam, ovvero la sua capacità di tirare
fuori il meglio dagli attori, nel suo essere visionario e futurista, di fatto
ha impostato qui quello che sarebbe diventato il personaggio tipo della
filmografia di Johnny Depp: una macchietta sgangherata come si muove come sotto
etere, l’ubriacone del villaggio di un romanzo irlandese. Ma il capolavoro di
Gilliam per me è un altro: la perfetta maschera grottesca mascotte di questo
film sarà per sempre il Dr. Gonzo, uno dei prototipi di Dio, troppo strano per
vivere e troppo raro per morire, qui interpretato da uno di quegli attori il
cui talento non viene mai celebrato come si deve e siccome tra Gilliam e Thompson,
ogni aneddoto legato a questo film potrebbe essere reale, oppure un delirio
totalmente inventato, pare che Benicio del Toro abbia lavorato per un compenso
di quattro dollari, ma abbia accettato perché comunque il ruolo gli permetteva
di mangiare tutte le ciambelle che desiderava ed il “Giropanzo” di Benicio,
diciamo è quello di uno che con le ciambelle ci ha dato dentro.

Nemmeno Gonzo dei Muppet, sta fuori di testa come il Dr. Gonzo!

Da solo il Dr. Gonzo è un generatore di gag e momenti di
culto, che sia la già citata scena dell’ascensore o il grottesco tentativo di
suicidio musicale, nella vasca da bagno sulle note di “White Rabbit”, fino ai
piccoli dettagli, il mio preferito resta il momento in cui il cervello gli va
in loop e continua a ripetere: «Questo è aah… aah! Questo è aah… aah!». Ma sono
sicuro che ognuno di voi ha il suo momento preferito ed è per questa ragione che un film costato dieci milioni di ex presidenti spirati stampati su
carta verde, che ha saputo portarne a casa solo 18 (storia vera) è
diventato un titolo di culto. Non sottovalutate il dettaglio, secondo me non da
poco, che là fuori sia pieno di gente che oltre a farsi di cinema come voi ed
io, faccia uso di altre sostanze, non tutte disponibili in farmacia, che nei
deliri di Duke e Gonzo ci si riconosce, magari pure molto, io stesso potrei
stilare un bell’elenco di personaggi che vivono in un costante stato di “Paura
e delirio”, molti sono amici miei.

Lo stile esagerato e orgogliosamente analogico del cinema di
Terry Gilliam è perfetto per raccontare le peripezie lisergiche di questi due
folli, l’uso delle lenti grandangolari (le preferite del buon Terry) rendono
alla perfezione il modo distorto in cui le menti dei protagonisti, allucinate
da ogni tipo di sostanza, vedono il mondo, le lucertolone antropomorfe, con i
loro enormi costumi in gomma piuma sembrano usciti dai disegni che Gilliam
faceva per le animazioni del Flying Circus, e i colori acidissimi della fotografia di Nicola Pecorini (un mito,
oltre che un grande professionista) completano l’opera.

“Benvenuti, al Jurassic Pa… Ma che cazz!”.

Da uno che ha sempre fatto a capocciate con i burocrati come
Gilliam, poi, “Fear and Loathing in Las Vegas” diventa l’occasione perfetta per
continuare la sua critica. Thompson con la sua prosa scrive l’epitaffio dell’era
dei figli dei fiori, lo sgretolamento di quel sogno di pace e amore in cui l’ideologia
di Timothy Leary e della sua Chiesa Lisergica non hanno fatto che lasciare in
giro per le strade d’America un branco di sballati in preda alla paura e pronti
al delirio, paura che sarebbe diventata tremendamente concreta nel decennio
successivo, con la guerra del Vietnam e la contestatissima amministrazione
Nixon.

Il punto esatto, dove l’onda infine si è infranta ed è tornata indietro.

Gilliam ha sempre ribadito la potenza dell’immaginazione
sulla realtà e nemmeno questa volta abdica la sua crociata, solo che
questa volta la fantasia dei protagonisti galoppa perché ha fatto il pieno di
alcaloidi, nicotina, eroina e cocaina (più altre svariate cosette) ed ecco,
quindi, i pipistrelli che diventano (veri?) cadaveri a bordo strada, la moquette
che si muove da sola, oppure l’ultima inquadratura con il cartello stradale che
indica zero come numero di abitanti (You are now leaving fear and loathing. Pop.
Zero).

Abbracciando totalmente il punto di vista dei suoi protagonisti,
belli vispi in quanto a acida immaginazione, Gilliam mette su il suo miglior
sorriso da Stregatto e si fa beffe di tutti, sia i profughi dell’era dell’amore
meglio noti come drogati, sia i ligi tutori dell’ordine che, in teoria, dovrebbero
vegliare e reprimere ogni comportamento amorale, ma in realtà non sono meno
ridicoli e grotteschi.

…Viva, Viva Las Vegas!

Basta guardare lo sfogo di del receptionist Christopher Meloni, oppure i dialoghi tra Duke e Gonzo durante il simposio sulle droghe («Ho
visto questi bastardi in Easy rider, non pensavo fossero veri» , «Non dire
sangue potresti agitarli»), anche se il massimo resta l’inseguimento dopo il
lavoro tacco punta tra Duke e il poliziotto della stradale interpretato dal
mitico Gary Busey, per altro la sua ultima riga di dialogo, quella relativa al “Bacetto”
è stata improvvisata dal dentuto attore e, siccome Gilliam la riteneva estremamente
spassosa, è rimasta nel montaggio definitivo del film, anche se Thompson era abbastanza
perplesso a riguardo, salvo poi convincersi con il tempo e le successive
visioni del film (storia vera).

“Guarda Gary, ti stimo tanto ma con quei dentoni proprio non posso farcela”.

Il cinema è una forma di dipendenza, ne sono convinto e pure
consapevole di avere un problema e no, non ho nessuna intenzione di smettere e
ripulirmi tiè. Ma se esiste un film dove il confine tra droghe vere, quelle convenzionali
e riconosciute e la grande droga nota anche come “Settima arte” è stato labile,
quel film è sicuramente “Paura e Delirio a Las Vegas”. Qui il cinema diventa un’Odissea
negli acidi, un viaggetto allucinante e uno sballo che nessuno dovrebbe
affrontare, tipo il circo Bazokoo il sabato sera. Gilliam qui prima ci invita a
provare l’Adrenocromo e poi quando comincia a fare effetto quello che resta e
la sua voce che ci grida «Ne hai preso troppo, bello… ne hai preso troppo», ma
tanto sappiamo che da appassionati di cinema non smetteremo mai e troppo non è
mai abbastanza, saremo sempre pronti a seguire un regista che visionario lo è
davvero, perché, in fondo, siamo quello che siamo, drogati di cinema, solo un
altro sballato in un mondo di sballati.

Sento la testa leggera… potreste guidare voi questa Bara
Volante?

Tra sette giorni, se vi è scesa la botta, si parte per un
altro viaggio, sellate i cavalli, andiamo ad affrontare i mulini a vento della
sfortuna.
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