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Paura e desiderio (1953): nascita di un Maestro (Kubrick, anno zero)

Dopo averci pensato a lungo, forse anche troppo, ho deciso che su la Bara Volante era arrivato il momento di affrontare una sfida che, a essere onesti, non è affatto da poco. Iniziare una nuova rubrica monografica significa legarsi mani e piedi ad un bel po’ di venerdì da riempire a calendario, di solito film dalla qualità generale media, ma con il regista che ho scelto, questa volta l’asticella si alza, perché parliamo di qualcuno che ha sfornato un capolavoro dietro l’altro, quindi benvenuti al primo capitolo, anzi, il capitolo zero della nuova monografia della Bara… Come ho imparato a fregarmene e ad amare Kubrick!

Chiunque prima di me ha scritto del grande regista, tutti molto più qualificati del vostro amichevole Cassidy di quartiere, quindi l’intento della rubrica non è mitizzare ulteriormente qualcuno già degno di enorme stima, ma provare a valutare le sue opere anche considerando l’ingombro che esse hanno nella storia del cinema, per farlo, ho decido di partire dal punto più scomodo possibile, ovvero da “Fear and Desire”, distribuito in Italia come “Paura e desiderio”, un film che lo stesso Kubrick avrebbe preferito cancellare e che io, non avevo mai visto, anche per una forma di rispetto con la scelta del regista.

Una sorta di film che non doveva esistere, un paradossale film d’esordio che il regista, noto per la sua precisione maniacale, ha passato una intera vita a cercare di far sparire e che ovviamente è stato pubblicato in DVD un’ora dopo la sua morte, alla fine degli anni ’90. Da allora mi sono sempre rifiutato di vederlo, ma per completezza, se devo mettere su una rubrica, da qualche parte devo iniziare, quindi partiamo da questo titoli realizzato con mezzi minimi, finanziato in parte da amici e familiari e girato lontano da qualsiasi sistema produttivo solido, che già dimostrava ambizione anche rispetto alle effettive possibilità.

Il giovane Stanley all’inizio di una lunga e gloriosa carriera.

Nel 1953 Kubrick ha venticinque anni, è stato fotografo per Look Magazine, si è messo sulla mappa geografica grazie ad una fotografia, scattata ad un edicolante triste per la morte del presidente Roosevelt, ha già sviluppato uno sguardo ossessivo per la composizione dell’immagine e possiede una sicurezza tecnica sorprendente per un esordiente. Ma “Paura e desiderio” non nasce come esercizio di stile di un fotografo prestato al cinema, ma nasce come tentativo, forse ingenuo ma radicale, di affrontare immediatamente i grandi temi, come la guerra, l’identità e la dissoluzione morale dell’individuo. Si punta in alto qui Stanley eh?

Il conflitto raccontato nel film non ha nome né coordinate geografiche, non esistono nazioni, epoche precise o motivazioni politiche. Un manipolo di soldati precipita dietro le linee nemiche e tenta di sopravvivere attraversando una foresta che sembra progressivamente perdere consistenza reale, insomma una guerra astratta, mentale, prima ancora che fisica. A ben guardarla una scelta che appare sorprendentemente coerente con l’intera opera futura di Kubrick, che era già interessato alla guerra non come evento storico, ma come laboratorio psicologico.

Ciò che colpisce vedendo (nel mio caso) “Paura e desiderio” dopo aver conosciuto il Kubrick maturo, è quanto il film sembri anticipare temi e direzioni intraprese poi dal regista, non c’è ancora il rigore glaciale di “Orizzonti di gloria”, nemmeno la disumanizzazione sistematica di Full Metal Jacket, ma il nucleo concettuale è già presente, la violenza non appartiene ad un nemico, appartiene all’uomo.

Ve la ricordate? La tradizione dei titoli di testa della Bara Volante!

Kubrick sembra intuire fin dall’inizio qualcosa che diventerà centrale nella sua filmografia, la civiltà è una superficie fragile, pronta a incrinarsi appena vengono meno le strutture sociali che la sostengono.

La sequenza della prigioniera, resta probabilmente il momento più rivelatore del film, non tanto per ciò che mostra, quanto per ciò che sfugge alla regia stessa. Qui Kubrick non domina ancora completamente il materiale narrativo, il suo nel 1953 era un cinema ancora imperfetto ma già inquieto, forse l’unico caso nella storia della filmografia in cui Kubrick è apparso beh, quasi umano, non che non lo fosse eh? Ma dal punto di vista tecnico è sempre stato un mostro, nel senso migliore del termine.

Guerra non fa nessuno grande (cit.)

Kubrick rinnegherà apertamente “Paura e desiderio”, definendolo un lavoro immaturo e impedendone con tutte le sue forze per anni la circolazione. Eppure, scoperto oggi per la prima volta, il film assomiglia ad una copia lavoro di tutto il cinema futuro di Kubrick, o comunque di una buona fetta molto importante.

C’è già l’ossessione per lo spazio come trappola mentale, c’è l’individuo isolato, c’è l’idea che la razionalità umana sia una costruzione precaria, perfino alcune scelte visive, i movimenti di macchina esplorativi e l’attenzione quasi maniacale alla profondità dell’inquadratura, anticipano un autore che ancora non possiede i mezzi per realizzare pienamente la propria visione, ma ne percepisce chiaramente la direzione.

Più che un vero esordio, “Paura e desiderio” sembra il momento in cui Kubrick scopre che il cinema può diventare uno strumento filosofico e inizia a pensare: io con questo mezzo espressivo, posso davvero fare qualcosa di ambizioso. In linea di massimo, sarebbe arrivato a farlo per davvero.

Cosa vi diceva lassù Yoda sulla Guerra? Ecco, appunto.

Guardare oggi questo film significa anche compiere un piccolo atto critico contro la mitologia dell’autore perfetto, non proprio lesa Maestà ma quasi, il Kubrick che conosciamo — controllato, metodico, quasi ossessivo — nasce anche da qui, da un’opera fragile, discontinua, talvolta persino ingenua, con le sue dissolvenze quasi naif.

Perché “Paura e desiderio” mostra qualcosa che nei film successivi diventerà sempre più invisibile, ovvero il momento in cui un regista sta ancora cercando il proprio linguaggio, Kubrick l’impeccabile che qui non ha ancora maturato la distanza, quella freddezza analitica che molti associano al suo cinema.

Iniziare questa rubrica da qui significa accettare che ogni grande filmografia nasce anche da tentativi irrisolti e a volte, anche qualche rubrica monografica. Kubrick non appare ancora come il demiurgo del cinema moderno, ma come un autore che prova – forse troppo presto – a interrogare il male umano attraverso le immagini, dalla prossima settima, alziamo l’asticella, non mancate!

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