
C’è stato un momento, non troppo lontano nel tempo, in cui le serie TV avevano il buon gusto di finire. Fine. Titoli di coda, lacrimuccia, e via verso un altro trauma seriale. Poi qualcuno ha scoperto che il pubblico non è emotivamente pronto a lasciar andare nulla, e quindi ecco il grande ritorno, il film evento che prolunga, chiude, o più spesso strizza una serie di successo fino all’ultima goccia.
Il modello, ormai rodato, è quello di “Downton Abbey”, prendi una serie amata, aggiungi un po’ di budget, qualche location più grossa e un pretesto narrativo, e vendi tutto come “capitolo finale”. Funziona? A volte si, gli inglesi ne hanno fatto un’abitudine, perché un film spesso costa meno che realizzare una serie, quindi come largamente annunciato da Steven Knight, ecco tornare i Peaky Blinders.
Il risultato è “Peaky Blinders – The Immortal Man”, uscito da qualche giorno sulla piattaforma Netflix, si gioca lo stesso cast e la sceneggiatura del papà della serie, Stefano Cavaliere, per la regia di Tom Harper, considerando il contenuto il post va diviso in due, iniziamo! Leggete pure, non ci sono Spoiler, per quelli sarà mia premura avvisarvi per tempo.

Il film si colloca nel 1940, dentro un’Europa ormai completamente risucchiata dalla guerra, il punto di partenza è tutt’altro che secondario, la Germania nazista utilizza i prigionieri dei campi di concentramento per produrre sterline false, con l’obiettivo di sabotare l’economia del Regno Unito dall’interno. Un’operazione sporca, silenziosa e perfettamente in linea con l’etica di quei nazi di merda.
Nel frattempo, a Birmingham, la guerra non resta fuori campo, un bombardamento della Luftwaffe colpisce una fabbrica di munizioni della BSA, cancellandone in un attimo tutti i lavoratori, uno di quegli eventi che, nel mondo di Peaky Blinders rappresenta un detonatore narrativo.
Tommy Shelby (il solito stilisissimo Cillian Murphy) è il rimpianto “Re degli zingari”, in auto esilio ma mai dimenticato, lo ritroviamo impegnato a scrivere il grande romanzo sulla sua storia, intitolato appunto “The Immortal Man”, così abbiamo spiegato anche il titolo del film, il nostro Tommy è più stanco, più scavato, più vicino a qualcosa che non viene mai detto apertamente ma si sente in ogni inquadratura, ovvero la fine.

La trama, per sommi capi, segue l’ennesimo tentativo di Tommy di controllare ciò che, per definizione, non è controllabile: il destino, la famiglia, la morte. Intrighi politici, vecchi conti che tornano a bussare e nuove alleanze fanno da contorno a una narrazione che è pura “Gangster story” con lo stile di questa serie, quindi un trionfo di cappotti lunghi e musiche moderne, fighissime e decontestualizzate.
Visivamente, il film è esattamente ciò che ci si aspetta, fotografia patinata, momenti musicali studiati al millimetro, sigarette fumate da fumatori in posa, tutto molto bello, tutto molto Peaky Blinders. Sul fronte cast, il livello resta alto, Tim Roth, nei panni della spia nazista, porta in dote quella presenza che non ha bisogno di presentazioni, non ruba la scena, ma la piega quel tanto che basta per ricordarti che è uno che il piccolo schermo lo conosce eccome.
Dal passato di Tommy poi arriva la “strega” fatta a forma di Rebecca Ferguson, che fa una cosa molto semplice, entra nel film e lo migliora, esiste qualcosa al mondo che non può migliorare aggiungendo Ferguson? No, figuriamoci “Peaky Blinders” e detta fuori dai denti, con tutte le bellezze che Tommy ha conosciuto nel corso delle stagioni, lecito che si sia fatto ammaliare proprio da lei, non vedo errori. Fine del commento altamente tecnico, giuro!

Menzione speciale per il personaggio di Duke, Barry Keoghan è un prezzemolino in piena rampa di lancio, il pazzarello sa come recitarlo ed è anche una scelta di casting credibile rapportata a Cillian Murphy, anche se di solito i “figli di personaggi famosi” nelle serie e al cinema, non hanno mai ripagato come prospetto futuro, ma nell’immediato di questo film, Keoghan funziona benissimo.
Il risultato, nella sua prima metà soprattutto, è un film che scorre molto bene (meglio di alcune stagioni della serie) e che sa esattamente cosa vuole essere, ovvero un ponte tra ciò che era la serie e ciò che deve diventare il suo epilogo, poi, inevitabilmente, arriva il momento di chiudere i conti e qui vi avviso… da qui in poi SPOILER!

Perché “The Immortal Man” non è un’estensione della serie, è il suo vero finale, perché Tommy Shelby è sempre stato un uomo morto che cammina, non in senso metaforico elegante, ma proprio come costruzione narrativa, fin dalla prima stagione, è circondato da un’aura di morte costante, quasi inevitabile, ogni sua vittoria ha sempre avuto il sapore di una condanna rimandata.
Il film prende questa idea e la porta fino in fondo, senza più scappatoie, la scelta di concludere la storia in questo modo – senza cercare un’ennesima fuga, senza il solito colpo di genio che ribalta tutto – è probabilmente la decisione più onesta che potessero prendere, funziona, proprio perché tradisce le aspettative di chi sperava nell’ennesima resurrezione narrativa.

Anche se fa un po’ male ammetterlo, senza Tommy, non esistono davvero i Peaky Blinders. O meglio, esistono, ma sono qualcos’altro. Il tentativo di guardare avanti è evidente nell’introduzione di Duke, interpretato da Barry Keoghan, il suo personaggio ha energia, ambiguità e abbastanza carisma da non sembrare una copia sbiadita, ma credo che la reazione di molti pubblico sarà la stessa della Wing-woman: «Ok, senza Tommy possiamo anche smettere di guardare i prossimi film» (storia vera).
Il problema è che il confronto, anche implicito, è con Cillian Murphy, e lì la partita diventa impari, Murphy, in questo momento della sua carriera, è semplicemente troppo centrale, troppo riconoscibile, troppo amato dal pubblico ma soprattutto, troppo… Tommy. La domanda che il film lascia sospesa non è tanto se un eventuale seguito sia possibile, ma se possa davvero interessare al pubblico, con tutto il rispetto per il bravissimo Stephen Graham.
Perché puoi costruire nuove storie, nuovi equilibri, nuovi conflitti, ma quel magnetismo lì, quello che ti faceva guardare anche le scene più lente solo per vedere come Tommy accendeva una sigaretta, non è qualcosa che si trasferisce per eredità. FINE DELLA PARTE CON SPOILER!

Alla fine “Peaky Blinders – The Immortal Man” fa una cosa sempre più rara, decide di finire davvero, meglio di come faceva l’ultima stagione ufficiale della serie, in maniera più netta. Niente illusioni di immortalità – nonostante il titolo giochi proprio su quello – solo una storia che accetta di chiudersi, nel modo più coerente possibile con il suo protagonista. Che poi basti a placare chi, inevitabilmente, ne vorrebbe ancora, è un altro discorso, ma forse è proprio questo il punto, alcune storie funzionano perché finiscono, mentre alcuni personaggi, come Tommy Shelby, non sono fatti per sopravvivere a loro stessi.


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