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Pearl (2022): il sangue sembra ancora più rosso in technicolor

Scrivere su questa
Bara di X, in anticipo rispetto alla sua allora poco quotata uscita in
sala ha portato un pochino bene al film di Ti West, che appesantito dal solito
sottotitoli “italiano” (scritto in inglese) è davvero riuscito a vedere il buio
delle nostre sale, un evento visto che West ha esordito nei cinema italiani
all’alba del suo ottavo film da regista.
Un rilancio di carriera in
grande stile, non solo perché X è destinato ad essere ricordato come uno
dei migliori horror del 2022, ma perché quel peperino di Tim West sembra stare
in uno stato di forma artistica notevole, tanto che “Pearl” è stato annunciato
quasi come un prequel istantaneo, girato in contemporanea ad X e
facilitato anche da una proiezione fuori concorso all’ultimo festival del
cinema di Venezia.
Si questo è il film che ho scelto per Halloween, lo so che non sembra ma è un Horror bellissimo.
Se prima i film di
Ti West sembravano roba per noi, cerchia di horror maniaci che già conoscevano
il talento del regista, ora il suo momento d’oro sembra continuare, non solo West
ha già annunciato un seguito di X, con il geniale titolo di “MaXXXine”, ma
persino Martin Scorsese ha avuto parole di lode nei confronti del suo “Pearl”,
che pare sia riuscito anche a spaventare il regista Newyorkese (storia vera).

Quindi fatemi
capire, come funziona ora? Tutti enormi estimatori di Ti West perché lo ha
detto Scorsese? No, perché di norma è così che vanno le cose, esiste una grossa
fetta di cinefili che è riuscito ad esprimere un’idea sui famigerati “cinecomics”
solo dopo che zio Martino ha detto la sua, quindi cosa devo aspettarmi ora? Che
tutta quella porzione di appassionati di cinema con un po’ di puzzetta sotto il
naso, che di norma schifa il genere Horror ora vado in giro con la maglietta di
“The Innkeepers” (2011) dicendo a tutti quanto è bravo Ti West? Sono fastidioso?
Diciamo che sono un po’ pazzerello, sono come Pearl, se volete farmi contento
chiamatemi Pearl Jam e visto che ci siamo, un po’ di musica quasi a tema prima
di iniziare a parlare (finalmente) del film.

Se alcuni cinefili
non li capisco, Scorsese invece lo comprendo, trovo abbastanza chiaro che uno come
lui, nato artisticamente sotto l’ala protettiva di Roger Corman, possa apprezzare questo incubo in Technicolor (l’espressione più in voga attorno a “Pearl”),
girato con la stessa attrice protagonista e sugli stessi set di X, un’operazione
davvero Cormaniana da parte di Ti West e Mia Goth (qui anche co-sceneggiatrice)
che dopo essersi sdoppiata per interpretare Maxine e l’anziana e inquietante
Pearl nel primo capitolo, qui torna nei panni della titolare, in una sua
versione giovane ma già abbastanza toccata in testa.

“Pearl” inizia nella
stessa fattoria di X, ma i colori sembrano scippati da Ti West a film come “Il
mago di Oz” (1939) e “Mary Poppins” (1964), là dove il capitolo precedente anche
nella palette cromatica, strizzava l’occhio a Non aprite quella porta e
allo squallore decadente del cinema porno degli anni ’70, che offriva un
pruriginoso eXtra alla storia.

Persino la fonte
utilizzata per i titoli di testa ha un gusto retrò, per questo film che mette
insieme Victor Fleming e Tobe Hooper, riportandoci curiosamente ad un altro periodo
pandemico, infatti fa un certo effetto vedere i personaggi di “Pearl” in
costume, ma con la mascherina, per far fronte all’epidemia di spagnola del
1918.

A tutte l’ore, alligatore, al primo squillo, coccodrillo.
Pearl (Mia Goth)
sembra un po’ Heidi e un po’ la protagonista canterina di “Tutti insieme
appassionatamente” (1965), solo più pronta ad infilzare con il forcone l’anatra
Mister Goose per darla in pasto al coccodrillo Teda, che nuota placido nel
laghetto dietro casa. Insomma come spettatori sappiamo già quello che sarà in
grado di fare Pearl da anziana perché siamo reduci da X, ma fin da
giovane la ragazza non aveva tutte le rotelline al loro posto nella testa.

Normale se cresci
con una madre teutonica, che pare simpatizzare per il fronte tedesco della
guerra in corso e un padre disabile a cui dover badare tutto il giorno, il
tutto mentre il marito Howard scrive lettere alla nostra protagonista, che
fedelmente attende il suo ritorno dal fronte, con un’unica speranza nel cuore
per resistere, l’ultimo baluardo per evitare di perdere la sanità mentale
completamente: Pearl sogna di ballare, sa che un giorno diventerà una grande
stella dello spettacolo, elemento che ha in comune con la Maxine di X, anche
se il tipo di intrattenimento è differente. Pearl infatti ogni volta che può si
imbuca nel cinema giù in città, anche grazie al bel proiezionista senza nome (David
Corenswet) che la tenta in più modi, perché se X era basato sulla
contrapposizione tra film Horror e film Porno, anche nel mondo di “Pearl”
esiste la pornografia, sotto forma di quei film “francesi” che il proiezionista
fa vedere di straforo alla ragazza, mentre le promette una vita più libera e
artistica in Europa.

«Ho come il sospetto che non sia Nouvelle Vague, così, ad una prima occhiata»
Pearl è troppo
ingenua, fa sogni di gloria anche se è chiaro che si tratta di un personaggio
al limite del crollo mentale, la bella scena di ballo (chiamiamolo così) con lo
spaventapasseri in tal senso è un indizio chiarissimo. Ti West è molto bravo a
spargere lungo il racconto personaggi che potrebbero offrire a Pearl una via di
fuga da quella fattoria dove pare destinata a restare per sempre, da una parte
abbiamo il proiezionista, dall’altra la sorella di Howard, Misty (Emma
Jenkins-Purro) che porta un maiale cucinato in dono (che diventerà presto la
cartina al tornasole della sanità mentale in tracollo verticale di Pearl) ma
anche la notizia dell’audizione di sabato mattina, quella che per Pearl sarà il
trampolino di lancio.

Ti West è da sempre
un regista che si prende il suo tempo per raccontare una storia, ancora una
volta si conferma fatto dal sarto per lo stile della A24, per certi versi “Pearl”
è un romanzo di formazione, la storia di origini di una pazzerella che in
quanto protagonista di un prequel (un Pearlquel? Ah-ah) è destinata al
fallimento, perché come spettatori noi già sappiamo che non lascerà mai quella
fattoria. Eppure Ti West, pur firmando un film filologicamente perfetto e in
linea con lo stile al technicolor che vuole replicare, non solo ci fa
patteggiare per la protagonista, ma come regista non si dimentica mai di fare
del suo film un horror.

Questa vale come immancabile citazione al mago di Oz.
Certo, manca quasi
tutta la parte pruriginosa (ma spesso ironica) che X, con il suo carico
di film porno anni ’70 da girare si portava dietro, eppure “Pearl” funziona
alla grande perché Ti West, malgrado il suo tendere spesso verso l’hipsterismo
violento, non ha scelto la soluzione facile, ovvero dirigere tutto il film in bianco
e nero, ma ha trovato il modo di essere espressivo utilizzando il colore. Dopo
aver portato in scena degli anni ’70 rugginosi, sporchi, credibili e decadenti,
qui si dimostra a suo agio anche con l’anno 1918, con il vestito rosso (sangue)
di Pearl, oppure con dei numeri musicali che un regista di minor talento,
avrebbe fatto risultare fuori luogo e ridicoli, qui invece funzionano alla
grande, non solo perché rappresentano l’apice del trionfo come ballerina di
Pearl, ma anche il momento esatto in cui la sua mente se ne va,
per non fare mai più ritorno, persa in un sogno di gloria.

La colpa di Pearl è
quella di essere stata troppo dipendente, prima dal marito Howard, poi dalle
vane promesse del proiezionista e per finire, dal suo sogno di gloria, infatti
Ti West è bravissimo a tenere la follia del personaggio sempre dietro alla
porta, pronta a scattare. Per certi versi “Pearl” mi ha ricordato quegli horror
in costume con grandi e spaventose protagonista, senza scomodare le pietre miliari, penso a titoli come “Piano… piano, dolce Carlotta”
(1964), giusto per darvi l’idea di quanto l’operazione di ritorno al passato
messa su da Ti West sia a fuoco.

Ascia o raddoppia? (il numero di morti)
Ovviamente se non
hai un’attrice in grado di tenere lo schermo per 102 minuti, tutto il castello
di carte crollerebbe, Mia Goth si supera una seconda volta, dimostrando di aver
davvero capito il personaggio, qui ci regala momenti incredibili, sia quando
insegue le persone con un’ascia e il passo lento alla Jason Voorhees, sia quando
riesce a risultare infantile e sinistra in parti uguali. La scena lunga,
lunghissima, della sua ideale confessione, in mano ad un’attrice di minor
talento o meno calata nella parte, sarebbe risultata difficile da digerire per
il rischio di ammazzare (ah-ah) il ritmo della narrazione, invece è un
crescendo davvero coinvolgente che prepara al gran finale.

Quel sorriso poi,
che da gioioso diventa disperato, poi folle e ancora spaventoso, che Mia Goth
si mette sul volto per qualcosa come i tre minuti finali dei titoli di coda,
non solo fa già parte dell’iconografia di questa trilogia in divenire, ma
potrebbe averci regalato un’altra icona Horror, una di quelle destinate ad essere
ricordate.

Sorridi, e il mondo sorriderà con te. Piangi, e piangerai da solo (cit.)
Poteva essere un’operazione
Hipster, oppure una paraculata micidiale, tirata su per cavalcare il successo
di un film come X, invece Ti West e Mia Goth confermano i rispettivi
talenti, guadagnandosi ulteriori punti stima e mettendo in chiaro che il filone
aurifero che hanno trovato ha ancora molte pepite da regalare. Ero già molto
curioso di vedere il prossimo “MaXXXine”, ma ora è decisamente tra i titoli che
attendo di più.

Per festeggiare
questo Halloween come si deve, non perdetevi i prossimo post.

Sam Simon che ci parla di Ringu 2 di Hideo Nakata.
Il Zinefilo fa a pezzi “Halloween Ends”.

Ma per finire
davvero alla grande, qui sotto trovate il resto dell’iniziativa della GeekLeague, che tutta riunita festeggia insieme Hallowgeek!

Arcangelo sulla pagine di Omiverso ci parla di Drag me to Hell di Sam Raimi.
Pietro affronta le più belle storie a fumetti Disney di Halloween.
Ema ci parla di Halloween Party #1.
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