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Pearl Jam – TEN: I’m still alive (anche dopo venticinque anni)

Lo so, sono in
ritardo di qualche giorno per celebrare in tempo i 25 anni dell’uscita di “Ten”
il primo disco dei Pearl Jam, che venne pubblicato il 27 agosto del 1991. Capitemi,
o almeno provateci, non credo ci sia nulla di più banale di un fan dei Pearl
Jam che parla (bene) di “Ten”, ma allo stesso tempo anche complicato, dopo
venticinque anni cosa si può dire ancora di un disco fondamentale, che ha
venduto dieci milioni di copie e tutte quegli altri numeroni impressionati lì?

Ho davvero un
solo modo per parlarvi di questo disco, il mio, quindi scusate se da qui in poi
sarò più sbilenco e stropicciato del solito, “Ten” non è un affare da poco.
Ora, mi sono
interrogato tutta la vita su quale sia stato il momento in cui ho iniziato ad
ascoltare i Pearl Jam, come è iniziato tutto, la risposta che mi sono dato è chiara: non me lo ricordo.
Strano, perché la
memoria di solito mi supporta, quello che ricordo bene sono i pomeriggi da
qualche parte a metà degli anni ’90, ho già contratto da diversi mesi quella
che l’avvocato Federico Buffa chiama “the disease”, la passione per la
pallacanestro, tutto il tempo che non passo tra libri, fumetti e film lo passo
al campetto o in palestra a giocare a Basket, il giochino si sta sdoganando
presso il grande pubblico, sulle reti tv iniziano a passare qualche partita, ma, soprattutto,
l’appuntamento fisso settimanale: NBA Action.



Un frammento (non a caso) della sfocata sigla di NBA Action,

Mezz’ora di
notizie, schiacciate, interviste, schiacciate, azioni, schiacciate dalla lega
professionistica più famosa del mondo, ci si ritrova con gli amici a turno a
casa di qualcuno per esaltarsi in gruppo, intanto il videoregistratore a casa
fa il suo dovere, perché poi in settimana si rivede più e più volte l’episodio,
in attesa della nuova puntata, lucida follia.

Se già avete
una bassa considerazione di me (fate bene) state per perdere anche quella, il
livello di malattia (mentale) è talmente alto che persino la sigla di NBA action è un rituale da mandare a memoria, sulla musichetta sincopata scorrevano
spezzoni di giocate con commento (esagerato) originale, tipo schiacciata di
Grant Hill, “Grant Hill an explosion!”, seguito a ruota da “in your face shot!”,
il fatto che io ricordi ancora le frasi vi dice abbastanza dei miei problemi.
Tra le frasi più colorite, il mitico urlo “Moooookieeeeeeeee!”, che altro non
era che l’esultanza dopo un canestro di Daron Oshay Blaylock, detto Mookie,
guardia dei New Jersey Nets prima e degli Atlanta Hawks dopo, gran difensore ed
esperto di palloni portati via agli avversati, giocatore di culto e tormentone
sul campo, porti via la palla al tuo avversario e vai via in contropiede al
grido di “Moooookieeeeeeeee!”, ho già usato l’espressione follia, vero? Ok, voi
direte: “Cosa c’entrano il vecchio Mookie Baylock e il fatto che non sono tutto
finito con “Ten” dei Pearl Jam?”. C’entrano, siate buoni se potete (cit.).



Mookie in palleggio, su di lui in difesa, uno piuttosto famoso.

Mesi, giorni?
Settimane? Non ricordo, tempo dopo un mio amico mette le mani sulla biografia
di Dennis Rodman, io cresciuto nel culto dei Bulls di Michael Jordan, ho una
sacrosanta venerazione per Rodman, magari lo conoscete per qualche
(tendenzialmente brutto) film, o per il suo look appena appena eccentrico,
mettiamola così: nessuno su un campo da basket è stato più irripetibile nel
look e nel talento del “Verme”. Nel libro, parte della sua mattissima visione
della vita e delle cose del mondo, il titolo “Bad as i wanna be” suona ancora
oggi come un capolavoro (e manifesto intellettuale), sulla copertina Rodman
nudo su una Harley Davidson, con una palla da basket a coprire le vergogne, quando
distribuivano la timidezza Dennis era a letto a smaltire la sbornia.

Occhio che qui
ora i Pearl Jam rientrano in scena, non vi addormentate, dai, che ci sono quasi! Nel libro Rodman fa due cose: la prima, illustrarmi tutti le derivazioni
possibili della parola “culo”, sul serio, prima di allora non credevo che si potesse
fare un utilizzo così creativo di questa parola per iscritto, grazie Dennis per
la lezione. L’altra è descrivere in dettaglio le sue acrobazie tra le
lenzuola con Madonna e, anche qui, abbiamo tutti da imparare dal vecchio
Dennis.



Dennis, icona di stile e maestro di vita.

Mettiamola così:
non proprio il libro che la maestra vi darà da leggere a casa per l’estate! Ad
un certo punto, il maestro Rodman snocciola la perla, parla di sua figlia, si
fa sincerissimo parlando del suo timore che un giorno una volta cresciuta,
possa prendere le distanze da lui e dalle sue stramberie, per farlo cita il suo
gruppo preferito, i Pearl Jam (Finalmente!!) “Non chiamarmi figlia, non mi si
addice”, colgo al volo la citazione, ovviamente la canzone è “Daughter”, la
conosco, è di quel gruppo che piace solo a me, perché i miei amici ascoltano
altra roba. Dennis Rodman è un super fan del gruppo, ancora oggi, quando
suonano a Chicago, città natale del cantante Eddie Vedder, sale sul palco e
sull’ultimo pezzo prende in braccio Eddie (storia vera), memore di quando negli
anni ’90 quando i Bulls vincevano tutto, Eddie e il bassista Jeff Ament non si
perdevano una partita della squadra di Michael Jordan.

Mi sembra il caso di dirlo: Double Team, gioco di squadra.

Per merito (o
per colpa? Fate voi, io direi grazie) di Rodman approfondisco quel gruppo che mi
piaceva, di cui conoscevo già “Daughter” (quindi l’album “VS”) e altri pezzi,
in un era pre-internet scopro che il primo disco si chiama “Ten”, lo compro
sulla fiducia, ancora oggi è nella mia collezione, consumato dagli ascolti ma
in ottimo stato, non credo di aver mai speso i miei soldi in modo migliore.

Ogni volta che i PJ suonano a Chicago, questi due finiscono così.

Non ricordo
nulla del primo ascolto del disco che per me è sempre un po’ un rituale quando
ne compro uno, mi sarò isolato per sentirlo come si deve (cosa che cerco di
fare ancora oggi), non ricordo le reazioni, non ricordo quasi nulla, in effetti
non ricordo nemmeno quando ho smesso di ascoltarlo, forse per una semplice
ragione: non ho mai smesso di farlo.

Venticinque
anni dalla sua uscita, qualcuno meno da quando io ho scoperto gruppo e disco,
sono ancora il mio gruppo preferito, li ho ascoltati sullo stereo, in macchina,
in cuffia, su CD, su vinile, dal vivo, li ho cantati sotto la doccia, ai
concerti, con il sole, con la pioggia, sul serio, quel primo ascolto di “Ten”
iniziato un giorno che non ricordo, penso finirà quando mi metteranno sotto
terra con i piedi avanti, nel caso, niente fiori, ma opere di bene, fatevi una
bevuta e per la musica, sapete già cosa scegliere.
Vi devo
parlare delle origini del gruppo? Del successo dei Mother love bone, della morte
di Andrew Wood e di come dalle ceneri di questa tragedia sia nato un gruppetto,
composto dal bassista e dal chitarrista dei MLB, Jeff Ament e Stone Gossard,
insieme al loro amico, il chitarrista appena appena bravino Mike “McFucking” McCready
e l’allora batterista Dave Krusen, abbiano fatto avere tramite passa mano (tra
cui quelle di Matt Cameron, attuale batterista del gruppo, e dei Soundgarden
prima) la loro demo incisa su cassetta a svariati cantanti, fino al più
improbabile, un ragazzo di Chicago, trasferitosi a San Diego in cerca di belle
onde su cui fare Surf di nome Eddie Vedder?



I ragazzi, in versione 1991 o giù di lì.

Non che non
sarei in grado di farlo, da buon maniaco (ormai la cosa è stata messa in
chiaro), mi sono studiato il mio gruppo preferito in tutta la sua storia, per
ora vi consiglio il bellissimo documentario “Pearl Jam: Twenty” diretto dall’amico
del gruppo, nonché regista con i migliori gusti musicali della storia, Cameron
Crowe. Ma prima di scappare a sentire raccontata la storia per bocca dei
diretti protagonisti, lasciatemi chiudere il cerchio, prima di battezzarsi
ufficialmente “Pearl Jam”, nome scelto perché non vuol dire nulla e suona figo,
sapete come si chiamava il gruppo? Mookie Blaylock, dopo il cambio di nome, al
momento di scegliere un titolo per il loro primo disco, la scelta è ricaduta su
“Ten”, il numero di maglia del giocatore. Ed ora tutti insieme, come ai vecchi
tempi: Moooookieeeeeeeee!

Occhio al poster la dietro, visto che Mookie tornava buono in questa storia?

“Ten” è
composto da undici pezzi, quattordici nell’edizione Europea con tracce bonus, che
poi è la copia che comprai allora, fra le quali la versione dal vivo di “Alive” (lo
scioglilingua Alive Live), la dichirazione d’amore assoluto senza risultare
melensi “Wash” e la mattissima “Dirty Frank”, di cui Rob Zombie, amico del
gruppo da anni minaccia di fare su un film, personalmente, la storia dell’autista
di bus cannibale che porta i ragazzi al concerto meriterebbe i soldi del
biglietto.

Un disco
talmente sincero e intimo anche nei temi, da risultare assoluto come il suo
successo commerciale, tanto che gli stessi Pearl Jam hanno impegnato gli anni ’90
a cercare di scrollarsi di dosso la celebrità e le pose da Rockstar che
chiunque, specialmente i tipi della Epic Records volevano per loro. Di tutta la
cricca dei quadrettati di Seattle, i Pearl Jam sono sempre stati quelli strambi
della cucciolata, i più legati al Rock e al Punk degli anni ’70, anche per
questo, pur amando “Alice in catene” con il loro suono quasi metal, i “Giardini
del suono” e il fin troppo osannato, mitizzato e compatito Kurt, non ho mai
avuto dubbi: questi con il nome spalmabile mi hanno sempre preso al cuore.



L’Abitudine dei salti folli deve ancora perderla dopo venticinque anni.

Se mai la musica avesse salvato qualche anima (ed io credo ne abbia salvata più d’una), “Ten”
probabilmente è tra i dischi in grado di farlo, si potrebbe dire che il tema
generale è una specie di noi contro tutti, ben riassunto dalla posa del gruppo sulla
copertina del disco, il tema ricorrente è quello di “Genitori bastardi contro
figli degeneri”, un disco capace di consolarti quando sei incazzato, farti
gasare quando sei felice, farti da colonna sonora per i momenti neri e allo
stesso tempo di prenderti per il bavero dicendoti: “Datti un giro ciccio!”, insomma
la musica al suo meglio assoluto.

La perdita di
controllo causa rabbia di “Once”, quella stessa rabbia che Eddie Vedder ha
sempre avuto negli occhi per anni, lo guardavi con la sua giacchetta marrone
ringhiare sul palco e pensavi: questo ragazzo non potrà mai farcela, ha troppa
rabbia dentro, nemmeno arrampicarsi ovunque sui palchi (pericolosissima
abitudine che ancora non ha del tutto perso) potrà servire davvero. Rabbia ben
motivata nel pezzo simbolo del gruppo “Alive”.



La versione in vinile di “Ten”, tanto per ribadire il concetto.

Figliolo, ho
una storiella per te: quello che tu credevi fosse tuo padre, in realtà non lo
era, il tuo vero padre è morto quando avevi 13 anni, mi spiace che tu non l’abbia
conosciuto, ma sono felice che abbiamo parlato.

Così inizia “Alive”
il punto di vista quasi cinematografico di un ragazzo, che una mattina si
sveglia e riceva la notizia da sua madre che fa crollare il suo mondo. Una
storiaccia che sarebbe già tremenda se non fosse successa davvero ad Eddie
Vedder, origine di tanta di quella rabbia, ruggita in questo pezzo, una risposta
che arriva nel ritornello: “Tu mi hai tirato questo carico da cento, ma io sono
ancora vivo Hey I, I’m still alive”.
Perché amo i
Pearl Jam, tra le mille ragioni anche questa, “Alive” suonata su tutti i palchi
del mondo è un rito di esorcismo collettivo, trasformare il peggior momento di
sempre, in una celebrazione della vita collettivo, la musica per lenire la
rabbia e rialzare la testa, riesco a pensare a ben poche cose più buone e
giuste di questa, su questo gnocco minerale che ruota intorno al sole.



Ho ragione o no, Ed? Tu che dici?
Il tema
genitoriale di “Ten” continua in pezzi come “Why go”, con quel suo riff
iniziale che ti porta via e il testo un’altra storiaccia, vera pure questa, di
una ragazza finita in cura quando i genitori hanno trovato l’erba in camera
sua, con i medici a ribadire “Why go home” e il testo che all’omologazione (She
could join the game, boy/ She could be another clone) risponde incazzato a
colpi di musica.
Ma “Ten”
contiene anche ballate malinconiche, come la meravigliosa “Black”, di cui non
sono in grado di dire nulla senza scadere (ancora di più di quanto non abbia
già fatto) nel banale. Ascoltatela, vi smuoverà un terremoto di emozioni
interiori fin dal primo ascolto, garantito. Ma anche “Oceans” capace di
restarti incollata e tirarti sotto come un onda, come un dinosauro in una pozza
di catrame.
“Jeremy” s’incastra alla perfezione nel discorso genitori figli ispirata anche lei ad un brutto fatto di cronaca, controversa anche per via del suo costoso video, con satirico vilipendio alla bandiera, ma anche pezzi trascinanti come “Even Flow” pezzo che attenta, insieme ad “Alive” a canzone più suonata di sempre dal gruppo in venticinque anni di carriera. Oppure la fantastica “Porch” che potrebbe essere il mio pezzo preferito del disco, se solo il disco non fosse pieno di pezzi adatti ad ambire a questi titolo.

“E’ una cosa Grunge” (Cit.)

Un album
talmente bello che “Garden” con la sua riuscita metafora sulla morte (il “Garden
of Stone” che non è quello di Stone Gossard, ma un cimitero pieno di lapidi) rischia
di sembrare un pezzo dimenticabile, quando, invece, altri gruppi darebbero via un
mignolo per averlo composto, iperbole? Chissene tanto ormai ho sbragato.


Dopo tutto
questo dolore, fatto di delusioni amorose che tingono il mondo di nero, del Re
Jeremy il malvagio che parla in classe, di genitori bastardi e figli degeneri,
ma anche di brutte notizie servite a colazione, come si conclude il “Ten”? Con
la voce di un ragazzo, ideale voce narrante di tutto il disco, che parla con
suo padre che non ha mai conosciuto e prende una posizione chiara: da tutto
questo dolore si libererà. Il pezzo è ovviamente “Release”, una catarsi
liberatoria: 
I’ll hold the pain / Release me.

Per essere un surfista canti benino sai?

Per
venticinque anni e per i prossimi centoventicinque, quel ragazzo parlerà a
tutti quello che ascolteranno “Ten”, nelle sue parole c’è ognuno dei Pearl Jam,
c’è sicuramente Eddie Vedder che ci ha messo del tempo, ma guardandolo ora
pare finalmente che abbia trovato la serenità. Ci siete voi che vi siete
riconosciuti nei pezzi di “Ten” e ci saranno anche quelli che ancora non lo
hanno mai ascoltato. Ci sono io, io ci sono sicuramente, anzi, io lo sto ancora ascoltando “Ten”.
Mai smesso di farlo!

Sono riuscito
a parlarvi decentemente del disco? Assolutamente no, vi avevo promesso una roba
sghemba e sbilenca ed eccola qua, tocca a me citare Frank Zappa: “Scrivere di
musica è come ballare di architettura”, quindi fate una cosa, ascoltatevi questo
che merita, auguri di buon compleanno “Ten”, ah! Un ultima cosa… Moooookieeeeeeeee!

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