
Per parlare di questo compleanno di livello, ho chiesto l’aiuto a Rebel Rebel, che come sempre ha risposto presente, quindi lascio la parola a lei per parlarci di questo bel film di Francis Ford Coppola… Buona lettura!

Quando un po’-po’ di regista quale Francis Ford Coppola decide di realizzare una commedia dall’apparenza leggera/leggerissima, la manina fatata funziona e impreziosisce il risultato. Un viaggio nel tempo affrontato con ironia, senza pretese di alta filosofia, ma comunque capace di strappare una riflessione sul noi stessi del passato. Tra un sorriso e l’altro in compagnia della splendida protagonista di questa pellicola ci sale la voglia di abbracciare quei ragazzi che siamo stati, perdonandoci per gli inevitabili errori commessi perché comprendiamo di aver fatto ciò che si è potuto con quello che avevamo a disposizione. Un bel pensiero che da solo vale la visione di Peggy Sue si è sposata (in USA Peggy Sue got married) anno di produzione 1986; perciò buon quarantesimo compleanno al film di oggi!
Usciva esattamente l’anno prima, 1985, Ritorno al futuro di Zemeckis e molti lessero il film di Coppola come una risposta speculare al tema del viaggio nel tempo; i due film in realtà, oltre a risolvere l’opportunità del tornare indietro con due linee concettualmente opposte (in uno si torna per correggere nell’altro per accettare) sono molto diversi sotto molti altri aspetti. Decisamente più nostalgico ed intimo, Peggy Sue si è sposata potremmo dire che, senza nulla togliere ai numerosi pregi della pellicola di Zemeckis, disegni in un modo forse più poetico l’incantesimo del cinema che è esso stesso macchina del tempo, un modo di viaggiare venendo catapultati di volta in volta in mondi diversi di cui non sapevamo di avere ricordo o nostalgia. Sapete già che non tifo per i nazionalismi ma questo gigante da 7 Oscar – il primo nel 1970 per la sceneggiatura di Patton generale d’acciaio – che si sommano ad una caterva di altri premi, per chi non crede alle coincidenze, è anch’egli un italo-americano (!), fautore tra i più influenti della fatidica New Hollywood. Nato a Detroit nel 1939 da famiglia di origini lucane, padre jazzista e nonna proprietaria di una sala cinematografica, Coppola diviene uno dei più possenti protagonisti della storia della settima arte, capace anche di fenomenali bancarotte l’ultima dovuta a Megalopolis per riparare alla quale ha messo in vendita orologi preziosi, la sua isola in Belize (udite! Udite!) e altri valori ancora. Era già accaduto con Apocalypse Now, Un sogno lungo un giorno e Cotton Club. Coppola è uno che al miraggio del cinema ci crede per davvero e penso abbia ampiamente dimostrato quanto sia disposto a realizzarlo a sue spese.

Siamo in una cittadina degli Stati Uniti di metà anni ‘80, quando le donne sfoggiavano con disinvoltura delle acconciature illogiche. Peggy Sue (che ha il viso intelligente di una splendida Kathleen Turner) è una donna che ha passato la quarantina con due figli ormai grandi e un divorzio alle spalle che ancora la fa soffrire. Il suo ex-marito Charlie (un giovane Nicolas Cage al secolo Nicolas Kim Coppola… Eh sì è il nipote del regista!) l’ha delusa e tradita. Il film si apre con un interno di famiglia e il tema della famiglia in questo film ritorna perfino negli interpreti col nipote e la figlia del regista presenti… Anche questo è molto italiano purtroppo o per fortuna. Peggy si trova in camera e si sta facendo bella, senza troppa convinzione, in compagnia della figlia Beth (Helen Hunt) mentre sullo schermo della TV sta passando uno stupido spot pubblicitario in cui compare Charlie senza farci una gran figura. In questa prima scena, come vedremo anche nell’ultima, c’è uno specchio che si rivela essere un trick, un trucco da vero mago del cinema che un carrello all’indietro ci svela. Un rimando tra realtà fisiche, temporali, immaginate, che gioca sulla linea narrativa del film e sul senso stesso del fare cinema. Lo specchio, che poi capiamo non essere altro che artificio, come mondo altro che ci riflette ma che ci può anche cinematograficamente ingannare e trasportarci altrove.
La nostra protagonista sta per partecipare ad una rimpatriata tra ex compagni del liceo per celebrare i 25 anni dal diploma. Peggy non si sente esattamente a suo agio nella situazione, il suo disincanto per una vita che non è stata quella che si augurava, si fa pungente nel rivedere i suoi amici di gioventù. Colta da malore sviene nel bel mezzo della festa per poi risvegliarsi nei favolosi anni ‘60 quando era una diciottenne e la sua vita era ancora tutta da scrivere, ovvero il sogno proibito che ognuno di noi ha coltivato almeno una volta. Lo stratagemma narrativo è che lei si ritrova nel passato con tutta la memoria e la consapevolezza dei suoi 43 anni (perfino l’aspetto non è cambiato).

In una magnifica ricostruzione dell’epoca – al punto da ottenere una candidatura all’Oscar per la Miglior Fotografia – con le pazzesche macchine color pastello, le code di cavallo e i ciuffi dei ragazzi ad onda d’oceano, Peggy sperimenta la meraviglia di re-incontrare gli affetti che il tempo ci obbliga a mettere in ombra (almeno così si prova a fare) per continuare a vivere attraversando l’inesorabilità del tempo che passa. I suoi amati genitori, la tenerezza dei nonni, la sorellina (la piccola Sofia Coppola) e tutti i suoi amici di ragazza tra cui troviamo Walter un giovanissimo Jim Carrey in cui riconosciamo già i tratti peculiari del suo stile recitativo da fumetto.
Questo è stato anche il momento cruciale della sua vita in cui ha conosciuto Charlie, il ragazzo semplice non propriamente brillante con l’aspirazione di diventare un cantante, ragazzo di cui si era innamorata e con cui, con troppa fretta, era convolata a nozze causa gravidanza non programmata. Quale occasione folle ed inaspettata è questa per Peggy! Può cambiare il passato, togliersi qualche rimpianto per desideri che non ha soddisfatto come approcciare quel ragazzo affascinante e ombroso che le piaceva tanto. Soprattutto può fare scelte diverse per evitare a sé stessa, e non solo, l’infelicità che sa arriverà nel futuro. Ma come avrete già capito, a dispetto delle intenzioni, le cose prenderanno una piega diversa ed il percorso a ritroso per evitare i presunti errori si muterà in qualcos’altro.

Il film non verrà certo ricordato come uno dei capolavori di Coppola anche in ragione del fatto che lo si associa ad alcuni film su commissione che il regista sceglieva di realizzare per sanare dei debiti ingenti, spesso per ripianare i buchi della sua casa di produzione, l’Amercian Zoetrope. Non era nuovo a questo genere di incarichi a puro scopo commerciale, Il padrino stesso è il suo lavoro su commissione più celebre e sappiamo bene in che cosa si è trasformato. La ricerca di una libertà totale, artistica, creativa e produttiva intrapresa da Coppola in guerra perenne con il sistema degli studios di Hollywood gli ha presentato spesso il conto e lui ha sempre messo mano al portafoglio sia in senso figurato che non. Eppure trattandosi di Francis Ford Coppola la stoffa del prodotto si può toccare. Buon successo al botteghino e tre candidature agli Oscar tra le quali quella meritatissima alla Turner in grado di imprimere dolcezza da un lato e lucido disincanto dall’altro alla sua Peggy. Lei è per certo una delle attrici più capaci di interpretare ruoli carichi di ironia ed è stata la scelta perfetta per un film che ne esprime tanta e mai banale, senza strizzatine d’occhio. Tutto il film è attraversato, soprattutto nel favoloso scenario rockabilly del salto nel passato, da una gioiosa presa per i fondelli dell’imperante paternalismo dell’epoca. Dal discorso del padre di Peggy al fidanzatino al modo in cui una volta i padri consegnavano ai possibili futuri mariti la custodia di un oggetto, amato, prezioso, ma pur sempre un oggetto privo di autodeterminazione. Alla confidenza della madre alla ragazza “quest’anno voterò per i democratici, ma non dirlo a tuo padre” o alla battuta ancor più canzonatoria verso l’arretratezza culturale dei tempi “stai lontana dal pene”. In alcune trovate l’ironia verso il paternalismo è geniale come nel parossismo della rappresentazione della pseudo loggia massonica del nonno (quella dagli impresentabili cappelli) dove signori più che attempati si riuniscono a fare cose insensate neanche fossero un gruppetto di dodicenni in un gioco di ruolo. Anche Nicholas Cage si produce in una ottima caratterizzazione del ragazzo sempliciotto ma indiscutibilmente innamorato e riesce anch’egli ad imprimere qualche tratto di follia all’interpretazione decisamente divertente e poco scontata: la camminata in stile Nosferatu sotto le finestre della ragazza per esempio, un accenno al vampiro che si ritroverà ad impersonare nuovamente in futuro.

Dietro le vesti della commedia facile realizzata per fare un po’ di cassa c’è un’opera in cui un intero mondo di nostalgia, carico di suggestioni perfino per chi non l’ha vissuto per davvero, serve per raccontarci di noi stessi e dell’eternità dei sentimenti anche attraverso il tempo. Solo l’arte cinematografica può compiere e farci vivere questo viaggio. Ognuno si immedesima nel vissuto di Peggy Sue con l’amara consapevolezza di essersi persi qualche passaggio fondamentale, di aver fatto delle scelte senza gli strumenti adatti per comprenderne la portata futura. Ma una volta che, grazie all’universo creato che il regista ci allestisce, siamo con Peggy allorché potrebbe modificare il corso degli eventi, ecco che la potenza di un sentimento che era reale nel passato e quindi per sempre, mette di nuovo ordine nel caos dal quale spesso ci sentiamo intrappolati. Una carezza di speranza per un destino che infondo ha una ragion d’essere anche nella sofferenza che può aver causato. Questo film non avrà la potenza immaginifica e di fuoco del suo Dracula ma la riflessione sul permanere del sentimento attraverso il tempo è della stessa matrice. Il ciondolo che Peggy porta al collo a memoria di ciò che il suo amore per Charlie ha creato (i due figli della coppia) è gemello della foto di Mina che risveglia nel vampiro la necessità di attraversare gli oceani del tempo per riaverla accanto. Ancora il vampiro, ancora il tempo a sfidare l’eternità dell’amore. Non so com’è che alla fine sono arrivata qui, un nesso ci deve pur essere oltre la cotta imperiale che mi ero presa per Gary Oldman che tornava a riconquistare la sua amata.
Per tutti quelli (diciamo pure tutti) che un giorno sì e l’altro pure si ritrovano a pensare “se l’avessi saputo prima” consiglio di vedere o recuperare questo film. Aldilà dello specchio, ruga più ruga meno, ci siamo sempre noi e ciò che eravamo non è mai del tutto scomparso.


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