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Pelle (2017): pink is the new black

Anche quest’anno l’iniziativa Cassidy cover your favorites IV è stata un successo, mi avete
bombardato con un sacco di richieste e mi ha fatto estremamente piacere
scoprire che una buona fetta di queste, erano già in rampa di lancio su questa
Bara, siamo più coordinati di una squadra di nuovo sincronizzato.

Quest’anno per questa iniziativa ho deciso di esagerare un
po’, non sapendo cosa scegliere nell’abbondanza di titoli, ho pensato di
scegliere tre titoli, pescando tra i più matti e i più richiesti, perché se non
mi complico la vita da solo non sono felice. In ogni caso sappiate che
parecchi dei titoli snocciolati arriveranno in ogni caso, vi basterò avere un
po’ di pazienza, ho solo dieci dita e una tastiera su cui scrivere.

Per questa “trilogia della follia” ho pensato bene di
iniziare da “Pelle” (2017), titolo più volte suggerito da il Popcorn di Cechov
che ringrazio per la provocazione, perché di questo si tratta, un film
estremamente provocatorio proveniente dalla Spagna, prodotto non a caso da Álex de la Iglesia, se un film è strambo e spagnolo, state sicuri che lui è nelle
vicinanze.

Di che parla “Pelle” (figlio di Apollo)? Eh, ora sono tutti
cavoli miei parlarvene, mettiamola così, mi affido ai fatidici cinque minuti
iniziali, quelli che segnano tutta l’andamento del film e la pellicola
d’esordio di Eduardo Casanova inizia in una sala d’aspetto, tutta rosa.

Quintali di rosa, fino a dove l’occhio umano (o di orsetto rosa) può vedere.

Un padre risponde alla cornetta (rosa) del telefono, sua
moglie ha appena partorito il loro primo figlio, ma l’uomo sudaticcio e in
evidente ansia non è in ospedale, bensì in una sorta di strambo bordello
(rosa), dove un’anziana maitresse nuda e con i capelli ovviamente rosa, gli
chiede di scegliere da un grosso libro (rosa), con chi preferisce grattarsi via
il prurito. Si perché l’uomo ha degli istinti pedofili che vorrebbe sfogare al
chiuso di beh, una casa chiusa. Quella di questo film offre ogni genere di
intrattenimento estremo, hai un particolare feticismo per le bambine nate senza
occhi (ma vestite di rosa)? Qui puoi trovarle.

Lei è l’unica che non può vedere tutto questo rosa.

Siete ancora vivi? Eduardo Casanova la tocca pianissimo
portando l’asticella della provocazione subito molto in alto, un livello di
fastidio notevole bisogna ammetterlo, infatti mi sembra strano che nessuno su
internet si sia accanito su questo film, disponibile per altro sul catalogo di
Netflix. Evidentemente non era in “home page”, quindi non lo avranno visto in
tanti se non io, il mio Bro Marco e beh, il Popcorn di Cechov.

Pensate che Casanova si sia limitato ai primi cinque minuti
di provocazione iniziale? Ma figuratevi! La trama continua con una parata di
diversità portata all’estremo, ad esempio vogliamo parlare della ragazza nata
con un leggerissimo scombinamento del sistema digestivo? Mettiamola così, per
dire tutto senza risultare troppo esplicito, diciamo che la poveretta è nata
con le estremità del tratto digerente invertite, ovvero la sua bocca si trova
esattamente dal lato opposto e viceversa. Conoscete la mia passione per i
fumetti e per Preacher in particolare, quindi mettiamola così, Facciadiculo,
uno dei personaggi più sopra le righe mai creati da Garth Ennis, potrebbe
trovare una fidanzata laggiù in Spagna.

La chiamavano bocca di ros… vabbè lasciamo perdere.

Le provocazioni di “Pelle” finiscono qui? Guardate il dito a
tergicristallo, no no, perché tutto il film è una carrellata di “mostri” le cui
vive si intrecciano come Robert Altman insegna, sempre in bilico sul filo
sottile della provocazione (a volte fine a se stessa) e del dramma umano.

Si perché si parla tanto di promuovere la diversità nei
film, anche se è un concetto che viene spesso osteggiato da una buona fetta di
pubblico, Eduardo Casanova armato di volontà iconoclasta riempie il suo film di
personaggi uno più estremo dell’altro, sottolineando come alla fine siano i
“normali” i veri mostri. Tema abusato? Un po’ bisogna dirlo, perché “Pelle”
spesso sembra guardarsi troppo allo specchio, gongolando delle facce disgustate
che riesce a strappare al pubblico. In più di un momento la sensazione è quella
di immaginarsi Eduardo Casanova, come uno di quei bambini che ha appena
imparato una parolaccia nuova e si diverte a ripeterla, solo perché apprezza le
facce buffe che fanno gli adulti quando gli sentono dire che so, caccapupù!

“Lei capisce che i nervi erano completamente recisi signor
Napier, vede con che cosa io deve lavorare qui” (cit.)

Quini le trame della fidanzata di Facciadiculo si
intrecciano con il neo papà pedofilo, ma anche con Ana, dal volto deformato e
innamorata di Ernesto, nato anche lui con una terribile malformazione al volto. In questo gioco dei “sei gradi di separazione”, come in un fumetto della
Marvel, se la Torcia Umana si soffia il naso sulle pagine di “Fantastici
Quattro” e poi getta via il fazzoletto, quello deve cadere sulla testa di Bruce
Banner, che inferocito di trasformerà nell’Incredibile Hulk, quindi
nell’universo di mostri brutti fuori ma umani dentro, ogni azione provoca una
reazione uguale e contraria e se riuscirete a reggere la botta della volontà di
provocare del regista e sceneggiatore, quello che troverete è una trama che
chiede al pubblico di riflettere sulle vere mostruosità della nostra società.

Il vecchio è caro tema dell’accettare se stessi, che è un
po’ più facile quando il tuo tratto digerente non sembra che sia stato
disegnato da Picasso, ma è anche il tema che tiene banco nel film: Eduardo
Casanova estremizza i concetti per mettere alla berlina la società
dell’apparenza, i socialcosì che alimentano modelli estetici perfetti, ma anche
le persone che poi la mostruosità su Internet vanno a cercarsela, oppure la
alimentano con i loro commenti d’odio.

#ILoveYouHater

Alla fine Eduardo Casanova è un patatone, si atteggia come
un Punk e cinematograficamente parlando, va in giro con una catena legata al
naso ripetendo a tutti «CACCAPUPU’!», solo per godersi le espressioni
disgustante di “quelli che ben pensano” (cit.), ma poi di fatto ci racconta una
storia sull’accettazione personale, sfruttando intrecci di personaggi
quasi in stile Guy Ritchie, sembra rispondere al vecchio adagio per cui nella
vita, prima o poi ogni piede trova la sua scarpa.

L’unico dubbio che ho avuto guardando “Pelle”, oltre al
quantitativo di droga utilizzata abitualmente da Eduardo Casanova, ruota
intorno ad una domanda più o meno lecita: ma il regista alla fine, ai suoi
“mostri” vuole bene oppure no? In alcuni momenti sembra trascinarli nel fango
solo in nome di quella provocazione a tutti i costi di cui sopra, in altri
cerca di giocarsi la carta di un’empatia a tradimento, quella un po’ vigliacca
dei giornalisti che piazzano un microfono sotto il naso di un padre sconvolto,
sperando di poter mandare un po’ di lacrime facili al TG delle ore venti. In
altri momenti invece sembra davvero volerci far patteggiare per i suoi
protagonisti, che saranno diversi ma più umani degli umani.

Quando il film smette di essere rosa, tutto finisce giù lungo lo scarico.

In tal senso l’uso della fotografia (e dei costumi a tono)
sembrano tracciare una direzione, se all’inizio “Pelle” è un incubo tutto rosa,
pian piano tutto vira verso il lilla, almeno per i personaggi che riescono a
trovare (più o meno e con livelli di agonia differente) il loro posto nel
mondo. Insomma il rosa è il nuovo nero, in una società dell’apparenza non può
che essere così.

Insomma, se siete in vena di 77 minuti di stramberia
assortita e provocazioni applicate ad un film evidentemente di rottura
ringraziate il Popcorn di Cechov (lo trovate su Instagram, le sue recensioni sono
altamente consigliate) e sappiate che i prossimi due film scelti per Cassidy cover your favorites IV non
saranno da meno, non solo Eduardo Casanova sa alzare l’asticella della follia.

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