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Peninsula (2020): to fast to Zombie

Ve lo ricordate Train to Busan? Si che ve lo ricardate, è stato uno di quegli horror che dopo aver fatto il giro di tutti i festival cinematografici giusti, è riuscito ad arrivare anche in sala guadagnandosi una certa visibilità. Si perché il genere zombie sarà anche svalutato, ma quando arriva un bel titolo con i morti viventi, siamo tutti felici di gustarcelo, anche se quelli di “Train to Busan” erano tecnicamente persone infette, che correvano come centometristi incazzati.

Yeon Sang-ho, il regista coreano ha dimostrato di avere in testa dei piani precisi per i suoi zombie virali, già nel 2017 aveva diretto il prequel d’animazione “Seoul Station”, ed ora con questo seguito dimostra di aver studiato la lezione: ogni “numero 2” ha il compito di espandere il mondo presentato nella prima pellicola, ma siccome il primo capitolo era quasi tutto ambientato su un treno, diventa anche abbastanza semplice allargare il tiro.

“Peninsula” (anche noto come “Train to Busan 2 – Peninsula”) è ambientato esattamente quattro anni dopo gli eventi del primo film, sfruttando l’espediente di un talkshow americano, noi spettatori veniamo aggiornati sui fatti: Busan era un luogo sicuro solo sulla carta, il virus scappato di mano si è sparso e tutti i rifugiati in fuga dalla Corea del Sud, sono stati caricati su navi cargo dirette verso Hong Kong, almeno fino alla chiusura delle frontiere (per la gioia di Salvini), la Corea del Sud in quanto penisola è diventata terra di nessuno, popolata da morti viventi e qualche povero Cristo che non è riuscito ad andarsene, come vediamo nel prologo del film, quello che serve a presentare il protagonista Jeong-seok (l’attore Gang Dong-won) e i suoi sensi di colpa.

«Ma io ho i sensi di colpa!», «Si però in silenzio, altrimenti diventiamo cibo per zombie»

Il problema di “Train to Busan 2 – Peninsula”? Nel tentativo riuscito di espandere il mondo in cui è ambientata la storia, Yeon Sang-ho getta nel mucchio un sacco di influenze – tutte piuttosto riconoscibili – che rendono il film molto meno teso del precedente, ma decisamente più nutrito per quanto riguarda le scene d’azione, insomma Yeon Sang-ho è sceso dal lato Jimmy Cameron del letto, applicando al suo seguito la lezione di Aliens – Scontro finale, il che per quello che mi riguarda non è affatto un problema, voglio metterlo in chiaro.

Jeong-seok e il suo compare baffuto di cui non ho capito il nome (il mio Coreano è piuttosto arrugginito) e che nel dubbio chiamerò Beppe, non sono visti tanto di buon occhio, in quanto provenienti dal Paese da cui si è diffuso il virus, sono gli ultimi degli ultimi e per questo accettano una missione suicida: tornare sul suolo della penisola Coreana per recuperare un camion con il suo carico, venti milioni di fogli verdi, con sopra le facce di altrettanti ex presidenti defunti, abbandonati sul posto dagli Yankee. Al gruppetto di disperati, verranno fornite armi, visori notturni e un telefono satellitare da utilizzare per organizzare l’estrazione, in cambio, un paio di quei milioni tutti per loro per sistemarsi e magari, zittire qualche senso di colpa del passato.

«Shhhh! Ho detto zittire non urlare!»

Immagino abbiate colto il riferimento, almeno io penso proprio che Yeon Sang-ho non possa davvero non averci pensato, il suo piano iniziale sembra quello di mettere su una sorta di Vite Vendute (oppure Sorcerer di William Friedkin se preferite) però con i morti viventi, il tipo di film che io vedrei tipo… Ieri!

Ma più che prendere il classico di Henri-Georges Clouzot ed intingerlo in salsa George A. Romero, Yeon Sang-ho si concentra molto sull’azione, infatti il tentativo di recupero del camion si trasforma in una fuga disperata da orde di zombie, perché la penisola del titolo non è popolata solo da ex-vivi, ma anche da una parte di popolazione che si è inventata tutto un nuovo modo di vivere, per cercare di non finire divorata dagli zombie.

Tra i personaggi che spiccano, sicuramente la famigliola (strettamente legata all’arco narrativo del protagonista), in cui le migliori a mani basse, sono le due ragazzine, che guidano come piloti di formula uno e sanno come distrasse gli zombie, radiocomandando rumorose macchine elettriche.

Per altro la macchinina, emette gli stessi suoni di quelle pistolette rumorose della mia infanzia (storia vera)

Ma a ben guardare “Train to Busan 2 – Peninsula” si gioca un’ambientazione post-apocalittica che fa istintivamente pensare ad un Mad Max ambientato in Corea, anche se a ben guardare sempre a casa di zio George “Amore” Romero dobbiamo restare, perché più che la città militarizzata di Land of the Dead, “Train to Busan 2” sembra l’adattamento cinematografico del fumetto scritto da Romero, Empire of the Dead, perché tra i sopravvissuti (come ogni buon film di zombie ci ha insegnato) non ci sono solo brave persone, ma anche qualche losco figuro che governa la penisola con il pugno di ferro, divertendosi ad organizzare lotte con gli zombie, in un’arena improvvisata, proprio come accadeva nel fumetto scritto da Romero. Ecco perché il povero Beppe, diventa involontario protagonista di una delle scene più memorabili del film, costretto a cercare di portare a casa la pelle, nella versione con zombie del panem et circenses degli antichi romani.

La partita a Rubabandiera più sanguinaria di sempre.

Insomma, già dal secondo atto, “Train to Busan 2 – Peninsula” è riuscito a gettare nel mucchio così tanto materiale da poterlo donare ai film meno fortunati, il problema vero del film resta il ritmo che purtroppo procede a strappi, quando invece il primo capitolo era molto più compatto e di conseguenza teso per tutta la sua durata.

I 116 minuti del film si alternano tra momenti necessari per delineare i personaggi e le loro dinamiche, e le scene d’azione, che sembrano quelle che interessano di più a Yeon Sang-ho, che infatti non lesina su inseguimenti e fughe in auto (tutte in CGI mascherate dall’ambientazione notturna) e altre di sparatorie a breve distanza, però spesso coreografate come le scene di lotta in un film di arti marziali, altrimenti non mi spiego la mania degli sgherri del cattivone, di attaccare il protagonista sempre rigorosamente uno alla volta, invece che tutti insieme per sopraffarlo.

«Uno alla volta per favore, questo è un massacro educato!»

Se Train to Busan poi, vi aveva appassionato per la sua capacità di farci tifare per i protagonisti, restando in pena per il loro destino, il seguito prova nel finale a giocarsi la stessa carta, con una scena drammatica che però anche a livello logistico non ha la stessa forza (e logica), di quella del padre che doveva raggiungere la scaletta del treno per mettere in salvo sua figlia.

Senza anticiparvi nulla della trama, i sacrifici dei protagonisti in “Train to Busan 2” non hanno lo stesso impatto, sembra che il regista fosse molto interessato a girare scene di auto sgommanti in CGI, forse per candidarsi alla regia di uno dei prossimi Fast and furious? Chi lo sa, di sicuro a fine visione le scene con le auto sono quelle che ricorderete, il che in un film sulla falsariga di 28 giorni dopo, bisogna ammetterlo, è parecchio anti convenzionale, se non proprio anti climatico.

«Sta zitto e sali Boomer, e non dimenticare la cintura»

Anche se mi sento comunque di spezzare una lancia a favore di Yeon Sang-ho, che avrebbe potuto semplicemente riproporre lo stesso identico film, cambiando il mezzo di trasporto – non riesco a non pensare ad operazioni come “Speed 2” del 1997, con la nave da crociera al posto dell’autobus – invece ha voluto espandere la trama mostrandoci il mondo fuori da quel treno, il risultato finale perde in originalità e non ha lo stesso impatto del primo capitolo, però se siete affascinanti da società post apocalittiche che non prevedano solo mascherine e distanziamento sociale, sicuramente riuscirete a divertirvi con questo seguito. Anche se ho qualche dubbio su quanti altri capitoli possa ancora spremere fuori Yeon Sang-ho, forse la sua storia di zombie è già finita su un binario morto.

Sepolto in precedenza giovedì 3 settembre 2020

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