Home » Recensioni » Per un pugno di dollari (1964): Al cuore Sergio!

Per un pugno di dollari (1964): Al cuore Sergio!

Quando un uomo con una bara volante incontra un uomo con il
fucile, quello con la bara volante è un uomo morto. Vediamo se è vero,
bentornati al nuovo capitolo di… Un mercoledì da Leone!

Che cos’è un film italiano? Per molti un film italiano, è uno
di quelli dove due personaggi parlano dei loro problemi esistenziali per un’ora
nel tinello di casa ed uno dei due personaggi è Margherita Buy. Per me, invece,
un film italiano è “Per un pugno di dollari” e non ne faccio una questione di
genere cinematografico, ma proprio di condizioni, premesse e risultato finale.
Solo gli Italiani potevano sfornare “Per un pugno di dollari” e farlo così, di
tutte le affermazioni fatte su questa pellicola leggendaria, la mia preferita
resta quella del suo regista, Sergio Leone che con schiettezza (ammettiamolo,
molto italiana) di questo film è arrivato a dire: «L’avemo fatto con la fame!»

Nel 1963 Sergio Leone era al lavoro su un altro peplum dopo
Il colosso di Rodi, intitolato “Le aquile di Roma”, a sua detta, una specie di I magnifici sette ambientato nell’antica
Roma. In quel periodo la popolarità dei “sandaloni” era in calo, a
Cinecittà venivano già prodotti innumerevoli Western, ma Leone, pur amandoli,
era scettico nel fare il salto da un genere all’altro, gli unici soldi che
aveva visto in carriera erano arrivati per il lavoro come aiuto regista in “Sodoma
e Gomorra” (1962), quindi non c’era tanto da scherzare.

“…Prepara tre casse. Ma una falla volante”

Qui i fatti e la leggenda si mescolano, perché dopo l’enorme
successo di “Per un pugno di dollari” tutti hanno voluto dire la loro sulla
genesi del film, quindi è stata una specie di gara in cui l’ultimo che arriva,
paga il conto, almeno fino al momento in cui non sono arrivati gli avvocati
giapponesi (lasciatemi l’icona aperta, più avanti ci torniamo) al che nessuno
sapeva più niente e le versioni delle persone coinvolte erano tutti
contraddittorie. Tipico italiano, insomma.

Pare che Enzo Barboni abbia visto nel cinema Arlecchino di
Roma La sfida del Samurai, salvo partire come un razzo a fine film dritto in
braccio a Sergio Leone, lui quel film di Kurosawa lo doveva vedere per forza,
perché gli sarebbe piaciuto molto. Leone segue il consiglio, il film va a
vederlo il giorno dopo con la moglie Carla, ne rimane folgorato come qualunque
persona sana di mente davanti al genio di Kurosawa.

A quel punto Leone consiglia il film a tutti, in particolare
a Duccio Tessari e Fernando Di Leo che scriveranno con lui la sceneggiatura, o
almeno parte di essa, perché nel grande polverone legale sollevato dal successo
del film, Di Leo ha affermato che Leone ha scritto tutto da solo in poco meno
di cinque giorni e non è difficile da credere, perché possiamo girarci attorno
quanto vogliamo, ma “Per un pugno di dollari” è un plagio fatto e finito. La
celebre massima di Pablo Picasso qui torna buona: «L’artista mediocre copia, il
genio ruba!» e Leone qui ha rubato come se non ci fosse un domani, come se
nessuno lo stesse guardando perché tanto… chi lo vedrà mai un film fatto con la
fame?

“A proposito de magnà, laggiù ci sta un posticino dove fanno dei filetti di baccalà che sono la fine del mondo”

Eppure, il genio di Kurosawa era quello che serviva a Leone
per fare il salto di qualità, per trovare la sua voce e diventare da onesto
mestierante capace di gestire attori e maestranze in lavori come Il colosso di Rodi, al genietto che ha
rivoluzionato (se non proprio inventato) un intero genere cinematografico. Come
i disegnatori di fumetti che prima di sviluppare un loro stile personale
scimmiottano, tante volte in maniera palese, i loro modelli di riferimento. Su
come lo abbia fatto, però, resta lo stile tipico italiano: un enorme casino da
cui non si sa bene come, qualche volta può uscire fuori qualcosa di fantastico,
questa è decisamente una di quelle volte.

Per girare il film viene coinvolta la produzione della Jolly
Film, ma è Leone che dopo aver lanciato il cuore oltre l’ostacolo, mette
insieme i fondi trovando co-produttori spagnoli e tedeschi, questo spiega
perché Marisol è interpretata dalla popolarissima attrice tedesca Marianne Koch.
Armato di un pugno di dollari Lire l’unico imperativo è tenere bassi i
costi, questo spiega perché la banda di gatti senza collare capitanata da Leone
finisce nel deserto poco fuori Madrid a girare, il piano è quello di sfruttare
costumi e set già pronti per il film sulla quale la Jolly puntava per davvero, “Le
pistole non discutono” (1964) diretto da Mario Caiano, uno di quei titoli
che sono diventati una nota a piè di pagina nel libro della storia del Cinema.

“Ah Clint, come niente sigaro? E che lasciamo a casa il protagonista?” (storia vera)

La sceneggiatura buttata giù di getto da Leone con ancora le immagini del film di Kurosawa nelle pupille, prende il titolo di “Il magnifico straniero” un titolo pretenzioso che verrà modificato all’ultimo con un ben più adatto (anche considerate le condizioni produttive) “Per un pugno di dollari” (storia vera). Ma prima di partire per il deserto spagnolo, Leone riceve un’ultima dritta: ascoltarsi la colonna sonora di un altro film della Jolly, “Duello nel Texas” (1963) composta da un tale che si faceva chiamare Leo Nichols, ma che quando andava alle elementari con Leone, la maestra durante l’appello chiamava solamente Morricone, Ennio. Potreste averne sentito parlare come di uno dei più grandi compositori per il cinema di sempre.

Dove nasce la mia mania per i titoli di testa? Dai film di Leone, i suoi erano arte.

Quindi, nella mia testa (matta) m’immagino Leo Nichols e Bob
Robertson (nome d’arte di Leone, scelto in onore del padre Roberto Roberti e
per altro la prima “firma” con cui ho conosciuto Quinto Moro, storia vera in entrambi i casi) partire alla volta
della Spagna canticchiando «We can fight! We can fight!». Cosa manca? Beh,
robetta: a chi lo facciamo recitare questo film? Anche qui, realtà e leggenda
si mescolano in uno stato di confusione permanente, che solo gli Italiani
possono generare.

Trovo romanticissima l’idea di Leone, che cerca di far avere
la sceneggiatura del suo film al suo mito Henry Fonda e poi a due dei Magnifici, James Coburn e Charles
Bronson. Anche se riportata da più fonti trovo improbabile che una produzione
tanto spiantata, potesse davvero ambire a tali nomi, ma essendo con il tempo
tutti quanti finiti a recitare per Leone, un po’ di romanticismo lo comprendo,
anche se trovo ben più sensato il fatto che il rifiuto di Rory Calhoun,
protagonista di Il Colosso di Rodi,
abbia lasciato Leone con un palmo di naso e senza un protagonista. Per trovare
il giusto candidato, qui davvero è intervenuto un fattore tutto italiano, che in
uno strambo Paese a forma di scarpa definiremmo: una gran botta di culo.

Se questo non è uno dei primi piani più leggendari della storia del cinema, mi mangio il cappello.

Visto che la voce del casting aperto si era sparsa, Claudia
Sartori, dipendente dell’agenzia William Morris di Roma, fece arrivare alla
Jolly Film una copia di un episodio di “Rawhide” (qui da noi più noto come “Gli
uomini della prateria”), in cui recitava un lungagnone che poteva andare bene a
Leone. Sergio vede quel tipo e pensa che con quella sua aria pigra e
addormentata sarebbe perfetto e poi con un pugno di dollari (15.000 per la
nuda cronaca) possiamo convincerlo, anche perché il biondo era alla ricerca di
altri ruoli fuori dal piccolo schermo. Ogni viaggio comincia con un primo
passo e questo è il primo della leggenda di Clint Eastwood che, però, gli
stivali indossati dal suo personaggio, deve portarseli da casa, come buona
uscita da “Rawhide” (storia vera).

Il set è una discreta Babele, Eastwood non parla Italiano,
Leone non parla Inglese e per parlarsi hanno bisogno di uno che faccia da
traduttore, in compenso, il regista sbraita ordini in romanesco a gente che si
chiama Richard Stuyvesant Mario Brega, il direttore della fotografia Jack
Dalmas
Massimo Dallamano e lo scenografo Charles Simons Carlo Simi.
Insomma: manca uno che si faccia chiamare Cassidy e il circo poi sarebbe al
completo.

“Ma poi che nome de merda è Cassidy? Si chiamasse almeno Bob Robertson, quello è un nome!”

Gian Maria Volonté che arrivava del teatro a Leone piaceva
il giusto, troppo manieristico per i suoi gusti, però con quella faccia lì, che
fai non te lo porti nel deserto? Mi immagino che grandi chiacchierate avrebbe
potuto fare lui, militante di estrema sinistra, con Clint Eastwood,
repubblicano convinto fino al midollo che, infatti, lasciava che questi Italiani
casinisti litigassero gesticolando sul set tra di loro, fino al
momento di girare, il resto del tempo lo passava arrotolando il suo 1,93, sul
retro di una vecchia Fiat 500 scassata, dove si sparava dei gran sonnellini (storia
vera).

“Cassidy, prova a fare la battuta su i quattro elefanti nella 500 e ti becchi una pallottola”

Che poi ‘sto Eastwood, a Leone non è che dicesse poi tutto
questo granché, sì, aveva il piglio e la faccia giusta, ma mancava un po’ di
carattere secondo il regista romano (chi? Eastwood? L’epitome del duro mancava
di carattere? Oh mammasaura!), per questo Leone lo costringeva a recitare con un
mezzo sigaro puzzolente in bocca, per la gioia di Eastwood, non fumatore
convinto. Ma di tutta la montagna di parole scritte negli anni su questo film,
quella che riassume il rapporto tra i due resta la monumentale affermazione di
Leone, una specie di sfottò tra amici: «Clint Eastwood mi piace perché è un
attore che ha solo due espressioni: una con il cappello e una senza cappello».
Ed ora se volete scusarmi, siccome averla finalmente potuta citare anche io in
maniera ufficiale all’interno del suo contesto adeguato, è uno dei più grandi
traguardi della mia vita di cinefilo e Blogger, vado un secondo ad esultare
sparando in aria con i revolver come se fossi Yosemite Sam, qui i presenti
attorno mi guarderanno strano, ma è un momento che va festeggiato.

“Quel vecchio pazzo di Cassidy, guarda come fa andare quelle pistole” (didascalia che andrebbe letta con questa voce nella testa) 

L’uscita nelle sale di “Per un pugno di dollari” è uno
spartiacque, le sale cinematografiche italiane vengono prese letteralmente
d’assalto, in qualche caso bisogna chiamare le forze dell’ordine per
ristabilire l’ordine (storia vera). Il piccolo film girato con la fame inizia a
macinare soldi arrivando fino nel Paese del Sol Levante, laggiù sono sempre
andati pazzi per i film italiani e guardavano con interesse al nascente
fenomeno degli “Spaghetti Western” ed è a questo punto che io chiudo l’icona
lasciata aperta lassù, come in un vecchio film con Michael Keaton, arrivano i
Giapponesi e si portano dietro gli avvocati.

Akira Kurosawa fa giustamente causa a Leone per plagio e gli Italiani rispondono all’Italiana, avete presente la lucetta “Panic!” di “L’aereo più pazzo del mondo” (1980)? Si accende ed è il panico vero. Leone era convinto che la Jolly Film avesse acquistato i diritti di sfruttamento del film di Kurosawa, poi, però, cambia idea e su consiglio probabilmente dei legali, si gioca la carta della comune fonte d’ispirazione, il racconto “Piombo e sangue” (1929) di Dashiell Hammett (che
sarebbe stato d’ispirazione anche per Ancora Vivo di Walter Hill, su questo vi consiglio il preziosissimo post di
Lucius, uno dei miei preferiti di sempre direttamente dalla pagine del Zinefilo), ma anche un po’ della commedia
di Carlo Goldoni “Arlecchino servitore di due padroni”, per tentare di dare
radici italiane al suo film. Non ci crede nessuno, è un plagio fatto e finito,
Kurosawa vince la causa, la Toho casa di produzione giapponese del film
originale, si porta a casa una gran pacca di soldi e diritti sul remake non
autorizzato, ma è una multa per eccesso di velocità, la leggenda di Sergio
Leone era nata.

Che poi magari si somigliano un po’, non sono proprio uguali…

Nei quasi sessant’anni di storia di questa pellicola, tanti
hanno dedicato due righe etichettando il film come “liberamente ispirato da”,
ma non facciamo gli Italiani che s’impettiscono per le loro cose mettendo la
testa sotto la sabbia, nel confronto diretto con La sfida del Samurai, il film
di Leone va sotto bevendo dall’idrante, tra i due titoli intercorre la differenza
che c’è tra il genio e l’ammiratore entusiasta armato di per l’appunto, un
pugno di dollari. Quando il vecchio spiega a Toshirō Mifune la situazione del
villaggio diviso tra due clan, Kurosawa sceglie una soluzione visiva, l’anziano
sposta due pannelli e come spettatori, insieme al samurai Sanjuro, possiamo
sbirciare la condizione del villaggio. Leone, invece, più modestamente e da buon Italiano, sceglie una soluzione “parlata”, Eastwood sale le scale e dall’alto («Le
cose viste dall’alto fanno meno paura»), gli viene raccontato cosa accade nel
paesino di San Miguel. Su questo dettaglio vi consiglio il pezzo di Roberto Recchioni che ha illustrato il
tutto con dovizia di dettagli.

…no vabbè, scherzavo Akira! Hai sempre ragione tu.

Eppure, “Per un pugno di dollari” era la scintilla di cui
Leone aveva bisogno, l’ispirazione sarà anche arrivata tutta da Kurosawa, ma è
con questo film che il regista romano trova il suo stile che andrà migliorando
nettamente di titolo in titolo, ogni capitolo della “trilogia del
Dollaro” è migliore di quello precedente, ma “Per un pugno di dollari” crea il
modello, porta sporcizia, polvere, sudore, facce brutte ed epica in un genere
neonato, marchiandone a fuoco l’estetica e le caratteristiche, tutti lo
ricordano come il primo Spaghetti Western, vorrei ricordarlo anche come un
Classido!

Per me “Per un pugno di dollari” è la quinta essenza del
film italiano, perché ne conserva tutto lo spirito, i lati migliori e peggiori,
sarà pure nato da un furto, ma rappresenta l’arte di arrangiarsi tipica di
questo strambo Paese a forma di scarpa e dei suoi abitanti. Una caratteristiche
portata da Leone agli Spaghetti Western sono gli (anti) eroi che li popolano, l’uomo
senza nome (per comodità ribattezzato Joe) di Clint Eastwood è tutto tranne
che il vostro eroe in scintillante armatura, ha un cappello bucato, un poncho
lurido, la barba lunga e se può tirare su due soldi non si tira indietro
davanti a niente. Ha tutte le caratteristiche del cattivo (e del Sanjuro
originale), ma filtrate dall’italica sensibilità, un po’ furbetta, un po’
sorniona che ci ha fatti tutti amare ed odiare nel mondo, per questo film
barrate pure la prima opzione.

Raccontarvi il film sarebbe inutile, ogni suo dettaglio è
leggendario, di fatto, Leone ricalca tale e quale la trama di La sfida del Samurai, declinando tutto in salsa Texmex e portando elementi italiani alla
storia. L’energumeno che pesta l’uomo senza nome qui è interpretato dalle mani
pesanti (che possono essere fero, ma anche piuma) di Mario Brega e se Sanjuro
doveva vedersela con un avversario armato meglio, qui accade lo stesso, la
pistola di Clint Eastwood contro il fucile di Gian Maria Volonté.

Ladies and gentlemen, the Ramones Ramón (quasi-cit.)

Quello che rende davvero italiano questo Western (il re di
tutti i generi cinematografici, quello più americano di tutti) è proprio la
parlata, i dialoghi, il chiacchiericcio italico che ci contraddistingue, più voi
che me, io fuori da questo blog sono monosillabico alla Eastwood. Dove Kurosawa
creava il mito usando il cinema, Leone arriva allo stesso livello di leggenda
usando le parole e i dialoghi che sono tanti e tutti mitici, un’abitudine che il regista romano però avrebbe affinato a meraviglia nei film successivi.

I personaggi qui hanno lo spirito burbero e satirico dello stesso Leone
(«Il governo messicano da una parte, il governo americano dall’altra e io in
mezzo. Troppo pericoloso») altri, invece, sono quasi dei tormentoni e
sicuramente lo sono diventati con il tempo, lo sappiamo tutti cosa succede
quando un uomo con la pistola, incontra un uomo con il fucile. Ma se proprio
dovesse citare il mio dialogo preferito, quello che è diventato una delle mie
“citazioni involontarie” nella parlata di tutti i giorni, quando qualcuno ti fa
un torto ancora sbraito «Al cuore Ramón, se vuoi uccidere un uomo devi colpirlo
al cuore!».

“Mi piace come lo dici Cassidy, continua a ripeterlo, però mettiti più verso il centro, bravo. Sta fermo così” 

Quello che interessa a Sergio Leone sul serio è lo stile,
ormai è normale nell’era del cinefilo su Internet, descrivere il talento di un
attore in base al numero di facce e faccette che quello sa fare (ecco perché
Johnny Depp piace a così tanti), la famosa e famigerata “espressività”. Sarà… ma io che sono cresciuto a pane e Sergio Leone ho sempre trovato più valore in
un primo piano potente, dove la faccia si valuta se ha il cappello oppure se è
senza, ma comunica, cavolo se comunica!

Leone ti fa sentire addosso la polvere del deserto, la puzza
del cuoio delle selle, il caldo del sole e anche se alcune soluzioni sono
girate a tirar via (l’effetto notte, in alcuni momenti fa tenerezza) da quelle
facce tira fuori l’oro. Ramón è un cattivo che amiamo odiare, Gian Maria
Volonté non va sopra le righe no, se le mangia le righe! Quando mitraglia i
soldati messicani sembra il diavolo il persona che si diverte a fare il suo
lavoro, dev’essere talmente malvagio da far passare per buono anche uno
straccione con la faccia da schiaffi come il pistolero di Clint Eastwood, che
con il suo modo caratteristico di strizzare gli occhi, sembra fatto dal sarto
per i primi e i primissimi piani del cinema di Leone.

Qui in una delle sue espressioni più riuscite (quella con il cappello).

Il loro scontro finale è talmente leggendario da aver
influenzato la cultura popolare in maniera indelebile (ricordate Ritorno al futuro parte II, ma anche parte III?), le sparatorie sono rapide
come i colpi di katana dei samurai di Kurosawa e l’epica è tutta sulle spalle
delle note di Ennio Morricone che prende in prestito il deguello di Un dollaro d’onore e ci aggiunge un fischio (molto all’Italiana anche questo), voi
prendere la scena in cui Eastwood si esercita a sparare prima dello scontro
finale, una roba del tutto normale, ma con le musiche di Morricone sotto, tutto
prende un respiro più ampio, enorme, il cinema dei grandi spazi, dei primi
piani assoluti e delle rughe dei volti che sembrano il Grand Canyon, non si poteva
trovare un compositore e della facce migliori. Niente male per un mezzo furto
organizzato da quattro spiantati con la fame nella pancia e la voglia di cinema
nel cuore.

“Forse non siete ancora pronti per l’anti proiettile sotto il poncho… ma ai vostri figli piacerà”

La miccia è accesa, il primo capitolo della trilogia del
Dollaro è andato, il bello è che i prossimi, sono anche meglio! Ci vediamo qui
mercoledì prossimo per un nuovo capitolo ed ora se volete scusarmi, me ne vado
cavalcando verso l’orizzonte: We can fight! We can fight!

Intanto vi ricordo lo speciale su Leone di della Fabbrica dei sogni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Film del Giorno

    Gli intrighi del potere – Nixon (1995): la storia di Tricky Dicky secondo Oliver Stone

    Oggi affrontiamo il titolo che per certi versi da solo, ha confermato una delle etichette appioppate al titolare della rubrica, quindi senza ulteriori indugi, benvenuti al nuovo capitolo della rubrica… [...]
    Vai al Migliore del Giorno
    Categorie
    Recensioni Film Horror I Classidy Monografie Recensioni di Serie Recensioni di Fumetti Recensioni di Libri
    Chi Scrive sulla Bara?
    @2024 La Bara Volante

    Creato con orrore 💀 da contentI Marketing