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Per vincere domani – The Karate Kid (1984): romanzo di formazione (con calcio della gru)

La Geek League come l’impero, colpisce ancora e per il secondo anno di fila torna con il Geekoni Film festival, una rassegna estiva piena di titoli di film per ragazzi, trovate tutti i dettagli e il calendario alla fine del post.

Lo so bene che nella prima edizione del Geekoni, l’orso chiacchierone aveva già scelto questo film, ma tutto questo non fa che confermare la mia idea: pochi titoli più di “Karate Kid” – da noi in uno strambo Paese a forma di scarpa condito con quel “per vincere domani” che aggiunge la giusta epica – hanno saputo diventare dei titoli di culto, alla base della formazione cinematografica di almeno un paio di generazioni di (ormai ex) ragazzini.

Di mio non credo che i protagonisti di “How I met your mother” avessero completamente ragione quando dicevano che se parli con qualcuno che non ha mai visto questo film, non lo devi definire il migliore della storia, in modo che le persone possano andare autonomamente fuori di testa quando decidono di vederlo. Per me “Karate Kid” è un’adorabile puttanata se preso sul serio, eppure ha dentro di sé tutta una serie di spunti che lo rendono un titolo formativo e allo stesso tempo totalmente cinematografico.

“Karate Kid” è ancora un film in grado di parlare ai ragazzi, per il semplice fatto di essere nato da un soggetto reale, lo sceneggiatore Robert Mark Kamen ha messo su carta una versione romanzata della sua esperienza con alcuni bulli, un sensei troppo violento e sia infine arrivato a studiare il Karate di Okinawa, da un maestro che secondo la sua versione dei fatti, non parlava una parola d’inglese (storia vera).

John G. Avildsen, grande Sensei del cinema drammatico/sportivo che ha formato almeno un paio di generazioni.

Per la sua sceneggiatura Kamen è stato più volte “scherzato” da Sylvester Stallone, perché di fatto “Karate Kid” è una specie di Rocky per ragazzi che, non a caso, condivide anche lo stesso regista John G. Avildsen, interessato al soggetto, anche perché dopo le infinite litigate con John Belushi sul set del film “I vicini di casa” (1981) e qualche altra commedia, tornare ad atmosfere familiari, non era nemmeno un male per il regista. Per il titolo del film, invece, è stato un po’ più complesso, la Columbia Pictures ha dovuto ottenere il permesso di utilizzare “The Karate Kid” direttamente dalla DC Comics che nella sua legione dei supereroi ha un personaggio con lo stesso nome, questo spiega i ringraziamenti alla Distinta Concorrenza, nei titoli di coda del film (storia vera).

Per il ruolo del protagonista si sono alternati svariati nomi: Eric Stoltz colui che nella stessa carriera ha rischiato di essere sia Marty McFly che Daniel LaRusso, Charlie Sheen, Emilio Estevez, ma soprattutto – tenetevi forte – Nicolas Cage (!) che mi piace immaginare sia stato scartato, perché avrebbe messo in fuga il Cobra Kai indicandoli con enorme potenza e sbraitando loro dietro con le sue facce da pazzo.

Daniel LaRusso ovvero come far pensare a tutti gli adolescenti del mondo: Beh dai, in fondo non sono così sfigato.

A spuntarla, alla fine, fu Ralph Macchio che Avildsen aveva (intra)visto in “I ragazzi della 56ª strada” (1983) perfetto per il ruolo, anche per il fatto che nessuno credeva al fatto che al momento di interpretare il personaggio, aveva già 22 anni. Per la parte del maestro Miyagi, invece, la produzione voleva un nome grosso, qualcuno come Toshiro Mifune che, però, sfiga! Non parlava una parola d’inglese. Anche Mako era interessato alla parte, peccato che fosse già impegnato sul set di Conan il distruttore, malgrado la resistenza da parte della Columbia Pictures, a spuntarla per la parte fu Pat Morita, secondo la produzione ancora troppo identificabile con il suo personaggio interpretato nella serie tv “Happy Days”, ma non secondo un paio di generazioni di spettatori e l’Accademy awards, che per la sua prova lo nominò all’Oscar, ed ancora oggi è ricordato come uno dei più famosi maestri della storia del cinema occidentale.

Il maestro Miyagi, il nemico naturale degli insetti che rovinano le vostre serate estive.

“Per vincere domani – The Karate Kid” è il più classico dei romanzi di formazione e se per la scorsa edizione del Geekoni avevo scelto un film dove i protagonisti si trasferivano in California, qui succede esattamente lo stesso: Daniel LaRusso con la sua ansiosissima madre si trasferisce dal New Jersey ad un orrendo condominio della California del sud, dove la piscina è una pozza piena di acqua verdastra. Tra le tante particolarità del film, quella che balza agli occhi è il suo protagonista: Daniel LaRusso ha la sfiga dentro, ma è anche particolarmente urticante quando ci si mette, viene preso di mira dai bulli del Cobra Kai, perché ha la scientifica capacità di mettere gli occhi sulla bionda sbagliata (trattandosi di Elisabeth Shue, difficile anche dargli torto), ma allo stesso tempo un atteggiamento che si chiama proprio i coppini sulla nuca. Non so voi, ma io ogni volta che dopo un’ora e passa di film, dopo aver maltrattato Ali in ogni modo, confessa alla ragazza – ancora inspiegabilmente cotta di lui – «Senti, sono stato un cretino» a me viene voglia di mettere il film in pausa ed applaudire, lasciatemi l’icona aperta su questo punto, più avanti ci torniamo.

“Karate Kid” sarà anche un film datato, anzi lo è, basta guardare come va in giro conciato Johnny Lawrence (William Zabka) per capirlo, però allo stesso tempo funziona ancora alla grande come film per ragazzi, perché tratta il famigerato tema del bullismo (fin troppo attuale) con un approccio ancora azzeccato. Daniel LaRusso non è la vittima designata, quelle due cose di Karate che ha imparato da un libro a Newark lo fanno sentire abbastanza sicuro da non chinare la testa quando Johnny gli zompa addosso con il più classico dei «Oh ‘azzo guardi la mia tipa!», ma allo stesso tempo è in continuo equilibrio tra chi è stato preso di mira e chi un po’ se la va anche a cercare, insomma in tal senso è molto più realistico di quanto i canoni del cinema ci abbiano abituato.

In fondo Johnny non è un tipo geloso, no no, per niente.

John G. Avildsen fa valere la sua esperienza con “Rocky”, dimostrando che la musica nei film è fondamentale, infatti sottolinea il ritorno a scuola di Daniel – con occhiali da sole per coprire l’occhio nero – utilizzando “Cruel Summer”. Mentre tutti a scuola coglionano il protagonista etichettandolo con il soprannome di “Karate Kid” dopo la sua figura barbina, è chiaro per noi spettatori che per Daniel quella che lo attende sarà davvero un’estate crudele e il pezzo delle Bananarama diventa una specie di campana a morto per il disagio del protagonista.

Ogni adolescenza coincide con la guerra (cit.)

Che, però, come detto, è abbastanza ardimentoso (e cretino) da continuare a stuzzicare i suoi aguzzini, quindi tutta la prima parte del film è un lungo tira e molla tra Daniel e i membri del Cobra Kai che il più delle volte esagerano (l’inseguimento impari, moto contro bicicletta) e in altri momenti, quando sembra si siano dimenticati di lui, si beccano una doccia d’acqua da un LaRusso travestito da doccia (Miglior. Travestimento. EVAH!). Già il Cobra Kai! Metà del mito di questo film arriva dai cattivi della pellicola.

Bisogna ammetterlo però, come travestimento è geniale.

No, sul serio, ora ditemelo: quando guardavate questo film da bambini, autoconvincendovi che bastassero due mossettine per diventare un campione di Karate, da chi avreste voluto impararlo? Da un tizio di Okinawa che parlava per ambigui enigmi («Per fare miele giovane ape ha bisogno di fiore fresco, non di vecchia prugna» oggi ti becchi una denuncia per molestie per molto meno caro Miyagi!), oppure da quei tamarri con kimono fighissimo del Cobra Kai? No, sul serio, a fine film si ricorda in parti uguali il «Dài la cera, togli la cera», ma anche il «Esiste la paura in questo dojo?!», «NO! SENSEI!»

«Il dolore esiste in questa Bara Volante?», «NO! SENSEI!»

Certo, poi se uno ragiona a mente fredda, diventa più facile fidarsi di un ambiguo, ma equilibrato maestro Miyagi, piuttosto che un mitomane paramilitare come il Sensei John Kreese, anche perché se i membri del Cobra Kai sono in perenne equilibrio tra i bulli di professione e i ragazzi con una pessima guida, la colpa è tutta sua (la serie tv “Cobra Kai” su questo punto é stata chiarissima). Martin Kove è talmente cattivo da togliere ogni dubbio, l’attore avrà anche recitato in un milione di film, ma è con il personaggio di John Kreese che si è scolpito un ruolo nell’immaginario collettivo di tutti.

Aveva già il suo Mini Me, molto prima del Dottor Male.

Il perfetto contraltare è il pacifico “Kata” del Maestro Miyagi, non so voi, ma io che sono sempre stato strambo fin da bambino, facevo fatica a non pensare che Pat Morita fosse una specie di versione meno verde (e non marionetta) di Yoda, vuoi per quel suo modo di esprimersi “al contrario”, con tante frasi degne di «Fare o non fare, non c’è provare».

Questo perché il maestro Miyagi altro non è che una figura classica del cinema orientale, quello di arti marziali “vero”, di cui “Karate Kid” è una versione edulcorata, un po’ come le edizioni per ragazzi dei classici della letteratura. Ma ha contribuito a sdoganare e rendere un’istituzione anche della nostra cultura popolare, la figura del saggio maestro che parla per frasi sibilline, che t’insegna attraverso il pensiero laterale, ma anche suggerendo il concetto stesso di “Kata” che consiste nel ripetere, ripetere e ripetere ancora, perché non esiste una sola cosa al mondo che puoi fare al meglio fin da subito, tranne ammazzarti di cibo e alcool, ecco tranne quello, per ogni altra cosa nelle vita ci vuole applicazione, sacrificio e disciplina.

Ma soprattutto ci vuole la cera, ma anche l’olio di gomito aiuta.

Con una certa dose di distaccato umorismo («Da dove vengono tutte queste macchine?», «Da Detroit») il maestro Miyagi e i suoi assurdi esercizi si sono conquistati un posto nell’immaginario collettivo, quante volte nelle vita avete ammonito qualcuno dicendogli «No, no no no no, Daniel San»? Io lo faccio spessissimo (storia vera). Il suo «Dài la cera, togli la cera» è diventato talmente iconografico da essere quasi un modo di dire di uso comune.

“Karate Kid” è il perfetto romanzo di formazione (con arti marziali) perché ne ha tutti gli elementi, alla fine Daniel LaRusso è un ragazzo a cui manca una figura paterna di riferimento e tra cattivi maestri come John Kreese, alla fine ne trova uno in Miyagi, al resto ci pensa John G. Avildsen che si conferma uno dei migliori cantori del dramma sportivo di formazione, adattando la formula di Rocky ad una dimensione da film per ragazzi così riuscita, da farti sospendere l’incredulità quel tanto che basta da credere che in poche settimane, una specie di stampella umanoide del New Jersey, possa arrivare a giocarsela con ragazzi che fanno Karate da anni e addirittura vincere, grazie ad un’etica e a delle motivazioni migliori. Tutte belle balle, ma talmente ben fatte da farti sopportare anche tutte le parti in cui l’ansiosissima signora LaRusso e la sua scassata auto, accompagnano il figlio al primo appuntamento. Roba da sentirsi in imbarazzo noi spettatori, figuriamoci il protagonista!

«Maestro a cosa serve questa tecnica?», «Per bere da fontana»

Le musiche di Bill Conti hanno un ruolo fondamentale, la colonna sonora orientaleggiante composta per il film è perfetta nel sottolineare il romanzo di formazione di Daniel LaRusso, il fatto che si finisca a fare il film per uno che per tre quarti di film si lagna e si lamenta, per me è la prova del talento di Avildsen, una cosa è emozionarsi con un personaggio incredibile come il pugile ignorante, dalle mani pesanti e il cuore grande di Philadelphia, ben altro è, invece, far schierare tutto il pubblico dalla parte di uno che per metà film vorresti solo che Miyagi prendesse a sganassoni.

I 120 e passa minuti di “Per vincere domani – The Karate Kid” sono un percorso di crescita per il protagonista, ma anche per il pubblico che inizia davvero a credere a questa favola, ammettiamolo, americana fino al midollo osseo, anche se utilizza un’arte marziale giapponese con grande libertà, se dobbiamo dirla tutta.

L’unico che ci capisce davvero qualcosa di Karate, è l’arbitro (storia vera)

In tutto il film, l’unico vero “Karate Kid” è Pat E. Johnson, direttamente dalla corte di Chuck Norris (per tutti i dettagli, passate a trovare Il Zinefilo) esperto di karate anche per molte star cinematografiche, nel film è l’arbitro dell’ultimo incontro e trovo sempre piuttosto ironico che quella che per il grande pubblico è la mossa di Karate più celebre di sempre, il calcio della gru, sia in realtà stata presa in prestito dal Kung Fu cinese. Per me questo è il riassunto di tutto “Karate Kid”: non è vero, non è realistico, ma sospende l’incredulità e fomenta, quel tanto che basta da scaldare i cuori.

Anche perché parliamoci chiaro: la scalata al torneo di Daniel LaRusso, sulle note di “You’re the best around” di Joe Esposito, è davvero galvanizzante, il pezzo originariamente era stato pensato per entrare a far parte della colonna sonora di Rocky III, ma scartato è stato colto al volo da John G. Avildsen, per questo suo “Rocky per ragazzi”. Che termina con un’unica grande tirata in cui se anche LaRusso per tre quarti di film si meriterebbe solo tanti schiaffoni, nel finale vorresti correre dentro lo schermo a soccorrerlo quando quel bastardo di John Kreese da l’ordine di rompergli una gamba.

«Ricordati che lui esce con Elisabeth Shue» (cattivi maestri)

Nel finale la distanza tra la “magia” di Yoda e quella del maestro Miyagi si azzera completamente, è il “Crane kick” di LaRusso è il suo modo di “Usare la Forza”, l’ultimo metro di una corsa in cui in palio c’è il credere in se stessi. Ed ecco perché per almeno un paio di generazioni “Karate Kid” è stato un titolo di formazione, capace di andare oltre tutti i suoi limiti (di credibilità) diventando grazie a quel finale così iconico, un modello di riferimento, un classico “di menare” per ragazzi, che nei casi peggiori va bene per farti appassionare ai film da cui prende in prestito dinamiche e situazioni, in quelli migliori a ricordarti che i Cobra Kai che la vita ti para davanti, puoi affrontarli solo grazie all’equilibrio interiore e alla determinazione che puoi trovare solo dentro di te.

Uno dei momenti più alti dell’iconografia di tutti gli anni ’80 (quanti bulli avete affrontato nel cortile della scuola stando in equilibrio su un piede solo?)

Qui no, ribadisco, non sono d’accordo con i protagonisti di “How i met you mother”, questo non è il più grande film della storia e nemmeno uno dei più credibili, ma di pellicole capaci di lasciarti con il cuore in fiamme come “Karate Kid” è ancora difficile trovarne. Ed ora, mentre voi studiate il calendario del Geekoni, io vado a dare la cera all’automobile.

No, no no no, Cassidy San! Dai la cera, togli la cera. Non dimenticare il respiro, è molto importante.

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