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Phantasm (1979): un incubo dalla quale non possiamo più svegliarci

Che gran mese ottobre, uno dei migliori dell’anno, inizia oggi, ha cinque settimane e termina il giorno di Halloween, l’occasione perfetta per portare su questa Bara Volante un’icona dell’horror che in quanto becchino vestito di nero, sembra fatto dal sarto per questo blog, il Tall Man ci terrà compagnia con lo speciale dedicato alla saga di “Phantasm”.

Già un’icona, impossibile non considerare tale il personaggio del Tall Man, eppure perché lo spilungone creato da Don Coscarelli e la saga di “Phantasm” in generale non gode della stessa celebrità delle altre grandi icone horror degli anni ’80? A ben guardare, il Tall Man è stato interpretato sempre dallo stesso attore come accaduto a Freddy, da sempre sfoggia lo stesso identico modo di vestirsi come per Chucky ed è anche uno spilungone minaccioso come Michael e Jason, eppure la sua fama è relegata a pochi, ma accaniti fans, uno zoccolo duro che considera giustamente questa saga un culto.

La saga di “Phantasm” è sempre rimasta legata mani e piedi al destino e alla carriera del suo creatore, Don Coscarelli ha scritto tutti i cinque film e curato la regia dei primi quattro, eppure il buon vecchio “Don Cosca” non ha mai portato a casa il successo che meritava, anche perché non ha mai “svenduto” la sua opera restandone al timone e garantendo così non solo un’enorme continuità tra i vari capitoli, ma anche quel senso di familiarità, basta guardare i film di “Phantasm” per capire quanto Coscarelli voglia bene a questo suo piccolo e spaventoso scrigno pieno di incubi.

I titoli di testa sono modesti, il film invece non lo è per niente.

Anche perché “Fantasmi”, come è stato tradotto e presentato in uno strambo Paese a forma di scarpa il primo film della saga, era davvero qualcosa di personale per Coscarelli, quasi intimo se vogliamo. Dopo due titoli da regista di genere differente, Coscarelli allora venticinquenne finì a scrivere e dirigere un film che è la quintessenza del cinema horror, sì, perché questo genere è quello che deve parlare delle nostre paure, no? Infatti, il vecchio (allora giovanissimo) Don proprio questo ha fatto, la leggenda vuole che si sia ritirato in una casa isolata per mettere nero su bianco una storia che contenesse tutti i suoi incubi, letteralmente, visto che tra le varie ispirazioni di “Phantasm” metteteci anche un incubo in cui Coscarelli sognò di ritrovarsi tra infiniti corridoi costellati da loculi di marmo, inseguito da una minacciosa sfera di metallo volante. Questo ben prima che il Quidditch di Harry Potter venisse sdoganato e se non ci credete siete solo dei babbani!

Ed Harry Potter… MUTO!

“Fantasmi” è un film che in 88 minuti riesce a creare quintali di iconografia, certo, in parte è anche derivativo perché nella sua pancia possiamo trovare riferimenti a “Dune” di Frank Herbert, ma anche qualcosa delle atmosfere di Suspiria di Dario Argento e di Ray Bradbury, visto che Don Coscarelli sognava di portare al cinema “Il popolo dell’autunno”, ma non poté farlo perché i diritti di sfruttamento del film, come abbiamo visto, erano saldamente in mano alla Disney. Ma se volessimo proprio essere onesti (ho un blog intero per farlo), in molti passaggi “Phantasm” gira a vuoto, la storia ha delle lacune difficilmente spiegabili che, però, a mio avviso, rendono il film ancora più affascinante. Ormai siamo abituati a prodotti con i paragomiti e i bordi arrotondati, che spiegano ogni svolta e ogni passaggio più e più volte per non perdersi nemmeno l’ultimo degli spettatori, quello seduto in ultima fila impegnato con la fidanzatina.

Boys boys boys, I’m looking for a good time (cit.)

“Phantasm”, invece, è lacunoso, traballante, anche un po’ sghembo se vogliamo, ma ha un’atmosfera unica ancora in grado di mettersi in tasca molti film più famosi. Il suo modo di scoprire le carte è quello tipico dei sogni, anzi meglio, degli incubi, in cui non tutto è caratterizzato da un rapporto causa-effetto cartesiano, ma da singoli momenti di ansia e paura che se non vi faranno svegliare urlando nel cuore della notte, per lo meno vi resteranno nella memoria anche il mattino dopo, forse per questo la frase di lancio del film scelta fu proprio: «If this one doesn’t scare you, you’re already dead!», può sembrare un po’ generica, ma pensateci, gli incubi fanno paura per definizione e sapete chi ha smesso definitivamente di sognare? I morti.

Facile capire perché Don Coscarelli sognava di adattare “Il popolo dell’autunno”, il romanzo parla di perdita e di giovani protagonisti che affrontano un male assoluto. L’allora giovanissimo Don dimostrò al volo di aver appreso la lezione del maestro Ray Bradbury, raccontando la sua storia di perdita dal punto di vista di Mike (A. Michael Baldwin), un ragazzino che ha perso i genitori e tutto quello che gli resta della sua famiglia è il fratello maggiore Jody (Bill Thornbury) e un loro comune amico, l’eccentrico uomo dei gelati con la passione per la musica Reggie (Reggie Bannister).

Suonarne (e berne) un paio tra amici, prima di affrontare il male assoluto.

Normale che un film che parla di perdita cominci in un cimitero, con la morte violenta del loro amico Tommy, Mike decide di voler indagare e qui fa la conoscenza del misterioso e spaventoso Tall Man, l’uomo alto, come viene soprannominato dal ragazzo, una di quelle facce da cinema clamorose che risponde al nome di Angus Scrimm che si merita decisamente un paragrafo tutto tuo.

Nato con il nome di Lawrence Rory Guy, prima di cambiarlo ufficialmente in Angus Scrimm (che suona come una sinistra onomatopea) lo spilungone di 1 metro 90 centimetri  ha lavorato come giornalista nel campo della musica, ma Coscarelli lo ha voluto con sé fin dal suo dramma d’esordio “Jim the World’s Greatest” (1976), forse perché aveva capito che una faccia del genere apparteneva al cinema e andava sfruttata a dovere, ecco perché grazie a scarpe con il tacco e vestito stretti che aiutassero a farlo sembrare ancora più alto, Angus Scrimm si è impresso a fuoco nell’immaginario collettivo grazie al personaggio del Tall Man, a tutti gli effetti un Mr. Dark ancora più smaccatamente orrifico.

Qualcosa di sinistro (e molto alto) sta per accadere.
Mike vede il Tall Man sollevare a mani nude una bara (non volante) del peso di un paio di quintali, cerca di convincere il fratello degli strani eventi, ma Jody inizialmente non gli crede ed è qui che la narrazione di “Phantasm” inizia il suo ipnotico gioco di scatole cinesi. Incredibile come un film girato con un budget di trecentomila fogli verdi con sopra facce di ex presidenti catturati dal Tall Man defunti (capace di portare a casa dodici milioni della stessa valuta al botteghino) sia riuscito a ricreare l’atmosfera degli incubi così bene, lo zen e l’arte di arrangiarsi per Coscarelli che, in mancanza di un direttore della fotografia per le mani, pensò bene di occuparsene lui e fatto trenta, facciamo anche trentuno (oppure quarantasette, morto che parla) visto che si prese in carico anche il montaggio del film.

Ma per mettere in chiaro la natura intima e i pochi mezzi a disposizione del giovanissimo Don, suo padre (che lo aveva aiutato a raggranellare il denaro per girare il film) venne accreditato come produttore e finì a coprire piccoli ruoli nella pellicola, mentre mamma Coscarelli si occupò del trucco e dei costumi (storia vera).

La mitica ‘Cuda, la Plymouth Barracuda del 1971 che compare in tutti i film della saga!

Il risultato finale è un film che anche rivisto oggi risulta piccolo e artigianale, come molto del cinema di Coscarelli, ma con dentro un quantitativo di idee notevoli e un’atmosfera onirica impareggiabile, ancora oggi “Phantasm” sembra un incubo uscito dritto dall’inconscio e messo su pellicola. Al suo interno è impossibile non notare come “Don Cosca” abbia affrontato il tema della perdita, dell’abbandono dal punto di vista di un ragazzo, ma anche della paura della morte, non scegli un lugubre becchino alto due metri che vive in un mausoleo pieno di tombe se non vuoi parlare della paura di morire, ma è il come Coscarelli riesce a farlo a colpire ancora oggi a più di quarant’anni dalla uscita del film.

Il sinistro, ossessivo e ripetitivo tema musicale composto da Fred Myrow e Malcolm Seagrave, non ha poi molto di originale nel suo giocarsi qualche eco Carpenteriano, ma ha una capacità di incollarsi addosso perfetta per la regia di Coscarelli. Se i sogni e i loro cuginetti cattivi, gli incubi, sono la prova che nelle nostre teste concetti come la regia e il montaggio già esistono da prima che Auguste e Louis Lumière si diedero da fare con la loro invenzione (sono in vena di semplificazioni oggi), Don Coscarelli lo capisce al volo riempiendo il suo film di momenti di tensione che sono pure e semplici immagini, potenti ed efficaci come possono essere appunto solo gli incubi, oppure il cinema della miglior fattura.

La scena in cui Mike nel suo letto, viene afferrato da mani che lo inchiodano, mentre dietro di lui si erge statuario il Tall Man, ancora oggi viene giustamente considerata una delle singole scene più spaventose della storia del cinema horror. Un modo perfetto per rappresentare l’Incubus e le paralisi notturne che colpisce con tutta la sua potenza.

Solo questa scena vale a “Phantasm” tutto il suo stato di culto.

Quando poi Coscarelli non lavora di fino trascinandoci per il bavero in questo suo spaventoso mondo onirico, decide saggiamente di giocarsi dosi abbondanti di splatter, quindi dove “Don Cosca” non arriva con la sua atmosfera ansiogena, ci arriva facilmente con le sfere volanti del Tall Man e state pure tranquilli che le sue sentinelle possono venirvi a prendere ovunque.

Un brutto caso di doloroso cerchio alla testa.

“Phantasm” è un film girato quasi interamente di notte (d’altra parte voi quando fate sogni e incubi?), le poche scene luminose sono quelle tra i loculi in marmo del mausoleo del Tall Man, corridoi angusti e oppressivi tutti da attraversare correndo, inseguiti dalle micidiali sfere d’acciaio, con più lame di un coltello svizzero e il caratteristico rumore del trapano che il più delle volte queste armi svolazzanti  utilizzano per aprire un buco supplementare nel cranio delle vittime. Ma fosse solo questo! Il Tall Man con il suo ghigno ben poco rassicurante, i capelli a pagoda e la silhouette inconfondibile è un guardiano, le sfere sono solo alcune delle sue armi, ad aiutarlo nel lavoro sporco ci sono anche degli orribili nani incappucciati, a metà tra i piccoletti del coetaneo Brood oppure una versione più spaventosa dei Jawa di Guerre Stellari, può sembrare un paragone fuori luogo, ma nemmeno tanto, visto che per ogni guardiano in giro, ci deve essere anche una porta.

Una fugace sbirciata su un altro mondo, ma potrebbe anche essere l’inferno.

Quello di “Phantasm” è il modo con cui molto intelligentemente Don Coscarelli ci fa sbirciare sul mondo di provenienza del Tall Man, un luogo altrettanto onirico, ma che potrebbe tranquillamente essere un pianeta remoto oppure l’inferno, perché tanto il film solleva più domande di quante risposte fornisca per davvero, proprio come un incubo non è necessario capire proprio tutto della sua logica per restarne terrorizzati. Non è un caso se il finale nel film sia un colpo ad effetto che ad una prima occhiata potrebbe sembrare il solito finale aperto da film horror, ma vi faccio una domanda: come terminano in genere gli incubi? Proprio come “Phantasm” di colpo e con qualcuno che urla.

Il film di Coscarelli è stato un buon successo commerciale, ottenuto con pochissime concessioni e realizzato in quasi totale libertà creativa, solo un ragazzo giovanissimo che ha saputo portare al cinema i suoi incubi come il cinema horror dovrebbe sempre fare. Se solo un anno prima, nel 1978, il Maestro John Carpenter ha definito le regole dello Slasher con un film che ha dettato i canoni del genere per tutto il decennio successivo, Coscarelli ha fatto quasi lo stesso con gli horror onirici, riuscendo e dare corpo, motivazioni e sangue (arancione) ai suoi fantasmi, un esempio che, purtroppo, è rimasto legato ai pochi e combattivi appassionati di questa saga e alla carriera del suo creatore, anche se molto del meglio del cinema horror degli anni ’80, era già tutto qui in “Phantasm”, un oscuro scrigno pieno di incubi che Coscarelli ha regalato al mondo.

“Curagi fioi, scapuma!” (magari Coscarelli conoscerà il detto locale)

Un vero peccato che “Don Cosca” non abbia mai sfondato per davvero, il suo Bubba Ho-tep è un gioiellino con tutte le caratteristiche del cinema di Coscarelli (effetti speciali artigianali e grande cura per i personaggi) e a ben guardare l’ottimo “John Dies at the End” riprendeva molte delle idee di “Phantasm”, con più esperienza e un budget migliore, un titolo che, purtroppo, non ha ricevuto il successo (e lo stato di culto) che avrebbe meritato. Tutti titoli usciti tra un “Phantasm” e l’altro per Don, ma tranquilli, questo viaggio nel mondo da incubo del Tall Man è appena cominciato, ci vediamo la prossima settimana con il secondo capitolo, fino ad allora sogni d’oro…

Mi è venuta bene? Sono abbastanza inquietante? Angus Scrimm era meglio lo so, intanto non osate perdervi lo speciale su “Phantasm” di The Obsidian Mirror se non volete provocare l’ira del Tall Man.

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