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Pistols (2022): never mind the Bara, here’s the Sex Pistols

Potreste aver
sentito la notizia, nel caso un breve riassunto: nell’anno in cui si festeggiano
i settant’anni del suo regno, il più lungo della storia di Albione, l’8
settembre del 2022 si è spenta all’età di 96 anni la regina Elisabetta II. Lo stesso giorno su
Disney+ è stata rilasciata la miniserie dedicata ai Sex Pistols.
Lo. Stesso. Giorno
(storia vera).
Clamoroso tempismo che
passa per anarchica botta di culo oppure, considerato che la serie Hulu (i cui
diritti in Italia sono nella mani di Star, quindi Disney+) era stata annunciata
per l’8 settembre del 2022 già da prima dell’estate, forse Hulu sapeva qualcosa
che non sapevano nemmeno a Buckingham Palace? Anche perché ormai il finale di
stagione di The Crown è stato scritto dai fatti.

Ovviamente la regina
Elisabetta II è da sempre associata ai Sex Pistols e sapete quale altro nome è
sempre stata associata alla celebre (per non dire famigerata) band punk? Quello
di Danny Boyle. Ammettiamolo, tra tutte le associazioni tra soggetto e regista, quella
tra quel vecchio punk di Manchester che ha diretto Trainspotting e il
gruppo di Johnny Rotten era fin troppo facile, anche più che associare che so,
Tim Burton e la famiglia Addams, anche perché sono ancora convinto che il
regista con i riccioli non sia affatto quello ideale per la celebre famiglia
(ma presto lo scopriremo), mentre quel tipo di disagio, quella volontà di
rompere gli schemi e le palle portando se serve, un po’ di oscenità a furore,
sono molto nelle corde di Boyle, strano che ci abbia messo così tanto.
I punk rispettano i pronomi (cit.)

Forse mancava il
soggetto giusto, scritto da uno fresco fresco di un’altra biografia musicale,
come Craig Pearce, che dopo il Re del Rock si è gettato sugli iconoclasti “sostenitori” della regina. “Pistols” è una miniserie in sei episodi della durata
di circa un’ora ciascuno, che racconta ascesa e veloce caduta di una band che al
netto di un solo disco registrato in sala e di zero strumenti suonati come si
dovrebbe, hanno rivoluzionato il mondo della musica per sempre, dando rabbiosa
voce ad una generazione “senza futuro” che nel movimento punk si ritrovava alla
perfezione.

Credo che pochi
altri gruppi più dei Sex Pistols siano stati analizzati e raccontati, anche
perché in una manciata di anni hanno collezionato aneddoti, record di vendite e
follia assortita come quasi nessun altro gruppo nella storia della musica, solo il
papà di Juno, ovvero Julian Temple (che ovviamente compare impersonato anche
nella serie) ha dedicato loro due documentari “La grande truffa del Rock ‘n’ Roll”
(1980) e “Oscenità e furore” (1999).
Almeno è riuscito ad impugnarla giusta la chitarra, per suonarla poi vediamo.

L’approccio di Craig
Pearce è differente, lo sceneggiatore sceglie di partire dall’autobiografia di Steve
Jones, il cantante che non cantava e il chitarrista che non sapeva suonare, che
di norma viene ricordato un po’ meno rispetto ai folli compagni, per certi versi
il primo di quei “bellissimi assassini” scelti da Malcolm McLaren (Thomas
Brodie-Sangster) partiti dal suo sexy shop chiamato semplicemente “SEX” e
vestiti da capo a piedi dalla stilista Vivienne Westwood (Talulah Riley),
lanciati con tutta la forza del loro disgusto contro l’istituzione.

Pearce in sei
episodi copre tutti i momenti chiave della storia, dando spazio a tutti i
personaggi in modo abbastanza omogeneo, una trama dove trovano spazio anche Chrissie
Hynde (Sydney Chandler) futura leader dei The Pretenders oppure Jordan (un’irriconoscibile
Maisie Williams), icona di stile e portatrice sana di punk.
Come sono diventati i giovani Stark, cresciuti senza una padre nel freddo di Gran Inverno.

Anche se per ovvie
ragioni a tener banco sono i cambi di componenti, i dissidi interni, le faide,
gli sputi, la droga e il basso suonato in modo non accademico, ovvero la storia
dei Sex Pistols, che parte dal tormentato passato di Steve Jones (Toby Wallace)
esempio di quello che resta quando tutti i bravi ragazzi sono già stati scelti,
per arrivare al mio prediletto, Johnny Rotten che entra in scena con sguardo di
fuoco alla fine del primo episodio e si prende il secondo. Menzione speciale
per gli sguardi stralunati da pazzo di Anson Boon che vanno ben oltre la mera
imitazione, godetevi la sua interpretazione a braccio sulle note di “I’m 18” di
Alice Cooper, per una serie che io ve lo dico, vista doppiata perde una buona
fetta della sua forza, visto che i dialoghi si mescolano con i testi e viceversa.
Lo sguardo da pazzo gli viene benissimo, nulla da dire.

Ovviamente non può
mancare l’ascesa dell’uomo con nome da criceto, ovvero Sid Vicious (Louis
Partridge) e della sua Nancy (Emma Appleton), giusto per ribadire quante altre
volte i Sex Pistols siano arrivati al cinema anche interpretati – in linea di
massima benino – da nomi come Gary Oldman e Chloe Webb nel classico “Sid &
Nancy” (1986).

Ma chi è il vero Malcolm
McLaren della situazione? Chi porta valore aggiunto a questa versione di una
mitologia ormai nota a tutti perché raccontata in mille modi? Proprio l’approccio
alla materia di Danny Boyle, che si barrica dietro un rigoroso formato 4:3 per
utilizzare tutte le armi del suo cinema, affilate dai tempi di Trainspotting per sporcare volutamente il foglio: immagini d’epoca dell’Inghilterra di
fine anni ’70 da mescolare al veleno sputato nel microfono da Johnny Rotten
durante le incisioni di “Never mind the bollocks, here’s the Sex Pistol” oppure
cambi di tempo, di ritmo, un montaggio alternato su immagini apparentemente
senza contesto, in realtà perfette per fotografare alla perfezione l’ambiente
che ha partorito quella rabbia che solo nel punk poteva trovare una sua voce.
Come il bradipo dei cartoni, però scritto in modo diverso.
 
Danny Boyle ci
regala la sua selezione dei migliori pezzi dei Sex Pistols ed è chiaramente un
uomo in missione, anche i titoli degli episodi sembrano scelti per raccontare il
disagio dietro al mito, l’episodio 1×03 è di fatto la genesi della vera storia
dietro alla furente (e dolente) “Bodies”, in queste sei ore di piena anarchia,
Danny Boyle è libero di fare quello che vuole dal punto di vista visivo e la sua
esigenza narrativa si vede tutta. La risposta arriva anche dalle singole prove
degli attori, che vanno ben oltre l’ossessione tutta moderna che per
rappresentare a pieno un’opera o la storia di un artista, sia necessario replicarlo
identico in ogni sua posa. Insomma Danny Boyle alla britannica maniera solleva
indice e medio (da noi ci facciamo bastare il ditone lungo di mezzo) per dire a
roba come Bohemian Rhapsody cosa pensa davvero di quel modo di fare cinema e
biografie ed io, in quanto raffinatissimo custode della Bara mi schiero e sto
con il vecchio punk di Manchester tutta la vita.
 
Dopo Pam
& Tommy
, Hulu colpisce ancora e questa frase mi serve solo a ribadire
che è Disney+ a portare qui da noi il catalogo Hulu, perché ancora c’è qualcuno
che fa il figo alle feste facendo facile ironia su una serie prodotta da Disney
sui Sex Pistols. L’ironia vera piuttosto è il tempismo con cui è stata
rilasciata sulla piattaforma, poi dicono che il punk è morto eh?
A questo proposito metto le mani avanti, la prossima settimana avremo un’altra dose di Danny Doyle, restare in zona.
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