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Planet of the apes (2001): il battito d’ali dell’uccello Padulo

Quando una saga diventa abbastanza famosa da fare la storia del cinema, succede l’inevitabile: accade che prima o poi qualcuno si svegli e pensi bene che è il momento per un bel remake. Ecco, sul “Bel” poi magari ne parliamo, intanto benvenuti al nuovo capitolo della rubrica… Blog of the apes!

Dopo il clamoroso tonfo al botteghino di Anno 2670 – Ultimo atto, le scimmie sono state riciclate in televisione, nella serie TV che da bambino guardavo incantato dalla presenza dei miei quadrumani preferiti. Eppure, per decenni, la 20th Century Fox ha provato a corrompere chiunque sapesse muovere una macchina da presa per provare a rilanciare la prolifica saga, ma chiunque sul serio!

Come un ubriaco alle tre del mattino in discoteca, quei volponi del ventesimo secolo ci hanno provato con tutti i registi a portata di mano, incassando le pernacchie di Peter Jackson, Sam Raimi, Chuck Russell, James Cameron, Chris Columbus e Oliver Stone (!), per pensare che davvero uno con la filmografia di Olivero Pietra sia interessato ad un’operazione di questo tipo, devi davvero essere combinato peggio dello sbronzo delle tre del mattino.
Chi possiamo chiamare di ancora più assurdo di Oliver Stone? No, sul serio, chi è che non assoceresti mai e poi mai ad un film come questo? Prima di mettersi a consultare le pagine gialle di Copenhagen (le “Päginesten Giälleur”) alla “V” di Von Trier sentono suonare il telefono, Tim Burton è pronto a dirigere.
Tranquillo e sicuro, come un campeggiatore, nei primi minuti di Venerdì 13.

Lo dico? Lo dico a costo di sputtanarmi, lo dico perché comunque non me ne vergogno: io a Tim Burton gli ho voluto bene un casino, ma proprio un casino nel senso di tanto, uno dei primi film visti al cinema in vita mia era il suo Batman ho amato tutti i suoi primi film, eppure il suo nome associato a quello de Il pianeta delle scimmie, faceva pizzicare il mio “Senso di Cassidy”. Malgrado il mio amico che alla prospettiva di questo film mi diceva “Ah quello sarà bello!”. Sono passati sedici anni, ma ancora oggi quando qualcuno dice “Planet of the apes”, vado due minuti in catalessi, sguardo sbarrato perso nel vuoto in stile Jim Morrison e nella mia mente risuona come un eco… Sarà bello, sarà bello, sarà bello…

Uscito dalla sala, non so come mi ha colpito, raggiungo subito il sesto livello (su sette) dell’ubriachezza messicana di Paolo Rossi, “Negacion de la evidencia”, divento le tre scimmiette di me stesso. Questo film diventa di colpo l’oggetto da  nascondere sotto il tappeto di tutti i Burtoniani, due anni dopo esce il bellissimo “Big Fish” che insieme a “La sposa cadavere” ci da ragione di credere che sia stato uno scivolone isolato. Invece no, ora è tutto chiaro: “Planet of the apes” era un monito, forse un grido di aiuto, il primo segno di squilibrio di un regista che di lì a poco si sarebbe trasformato in un arredatore d’interni, principale responsabile della piaga nota al mondo come il nome di Johnny Depp.
Se c’è una cosa che ho imparato in tanti anni su Tim Burton, è che più le sue affermazioni antecedenti all’uscita di un suo film suonano ambiziose più il film sarà una cagata, insomma quando Tim Burton inizia a parlare come un Hispter mettete la schiena contro la parete perché l’uccello Padulo è in volo e sappiamo tutti dove termina il suo svolazzare.
Per “Planet of the apes”, Tim Burton fa Hipster-viso a cattivissimo gioco, perché sa benissimo di avere delle pessime carte in mano, lo sceneggiatore William Broyles Jr. ha anche firmato cose decenti, ma alla 20th Century Fox per essere sicuri di fare davvero un bel film, gli affiancano Lawrence Konner e Mark Rosenthal, quelli di “Superman IV” (FACCIAPALMO!) e Star Trek V – L’ultima frontiera (Doppio FACCIAPALMO carpiato).
«Konner e Mark Rosenthal? Che Seamus ci scampi!» , «Avrei preferito due babbuini»

In compenso, il budget previsto viene dimezzato, sapendolo Burton spara altissimo con le affermazioni, ad esempio, bacchetta tutti dicendo che il suo non è un remake, ma una “Re-imagination” del film del 1968 a cui, però, manca l’immaginazione aggiungo io. Ma soprattutto avvicina tutti gli attori, convincendoli con un pippone per cui la maschera non è un vincolo ma un’opportunità e la mia vita m’insegna che quando qualcuno esordisce con questa frase, occhio perché sento il battito d’ali dell’uccello Padulo.

Inoltre, all’apice del suo delirio Hipster, Tim Burton si bulla al bar con gli amici che il suo finale è mooolto più simile a quello del libro originale di Pierre Boulle, altro che quella robetta con la statua che vi ricordate voi tzè! A ben pensarci sì, è vero, il finale somiglia di più a quello di “Viaggio a Soror”, peccato che sia tutto il resto ad essere sbagliato e di conseguenza quel finale non ha alcun senso. Credetemi, tra cinema e DVD (ho il cofanetto della saga classica e questo era dentro, prendere o lasciare) ho visto il film tre volte (di troppo) e davvero non c’è un singolo indizio nella storia per dargli un senso, ma andiamo per gradi!
Anno 2029, Leo Davidson (Marky Mark Wahlberg) è un marine super cazzuto sulla base spaziale Oberon, ma invidioso di Matthew Broderick fa da badante a degli scimpanzé astronauti come Pericles, spedito ad esplorare una tempesta elettromagnetica nei pressi della stazione. Siccome Leo è un fiero militare americano, nessuno dev’essere lasciato indietro, nemmeno uno scimpanzé (ma allora perché lo avete spedito? Vabbè) quindi con una seconda navetta parte all’inseguimento del compagno partito per primo (infatti è un primate!) e finisce per schiantarsi sul pianeta alieno Ashlar.
«Ba-na-na! Lo sai dire? Ba-na-na» , «Poi chiedetevi perché ci siamo presi il vostro pianeta»

Qui le scimmie sono al comando e gli umani utilizzati come pettinatissimi schiavi, come Kris Kristofferson che si vede due minuti (tempo di incassare l’assegno) e Daena interpretata dalla bellissima Estella Warren. Un corpo da modella (che poi è anche il suo VERO lavoro), montagne di riccioli biondi impeccabili già pronti per un set fotografico, vestitino preso dalla nuova linea “Follie nella savana” di Mugatu, ah Estella Warren! Che bella modella! Espressiva, poi, come il sushi sul nastro trasportatore del ristorante, però più pettinata.

Giovani, carine ed imbronciate.

Tim Burton fa di necessità virtù, avendo due set a disposizione, si gioca tutto sui primi piani, per fortuna, può contare almeno sul contributo di un semi Dio come Rick Baker, curatore degli effetti speciali di tutti i vostri film della vita, che qui si supera un’altra volta, se c’è qualcosa per cui vale soffrire e vedere questo film, sono proprio le scimmie realizzate dal suo straordinario make-up, per la prima volta non abbiamo solo gorilla, oranghi e scimpanzé realizzate alla grande, ma tutta una serie di nuove scimmie e scimmiette una meglio dell’altra.

Motivo per cui gli attori restano tutti incredibilmente riconoscibili, anche se trasformati in scimmie umanoidi del tutto credibili, il compianto Michael Clarke Duncan nei panni del Colonnello Attar ad esempio è perfetto, tanto che gli si perdona pure il fatto che pronuncia la frase che Charlton Heston riservava ai suoi aguzzini, ribaltata per gli umani (“Take your stinking hands off me, you damn dirty human!”). 
Fun Fact: Michael Clarke Duncan infortunato al ginocchio sul set, è stato portato dritto in ospedale, con tutto il costume addosso (storia vera).

Mark Wahlberg, l’uomo che alterna ottime prove a ruoli da scemone, qui è semplicemente perfetto nei panni dell’americano figo e palestrato che arriva a portare la democrazia ai selvaggi, solo che la trama è di una tale fastidiosa pochezza che il suo essere giusto per il ruolo, fa un giro completo su se stesso fino a diventare sbagliato. Perché, di fatto, siamo di nuovo di fronte alla solita parabola dell’eroe Yankee che guida la rivolta contro gli oppressori, tra il suo nome Leo che ricorda il leone Cristiano e il Dio scimmia Seamus, la critica sociale di Pierre Boulle e della saga originale si annacquano in una banalissima metafora Cristologica, che potremmo riassumere nella immortali parole di: America… FUCK YEAH!

«Sposami, facciamo tanti bambini americani insieme!»

L’idea di mostrare alcuni tick della nostra società, interpretati ed esasperati dalla comunità delle scimmie, è anche simpatica, ma occupa davvero pochi minuti, l’idea dell’uomo che balla mentre la scimmia suona l’organetto è un efficace ribaltamento, messo su più che altro a scopo “Risatone” che a vera critica sociale e questo spiega perché Paul Giamatti fa le faccine anche sotto la maschera.

«Ah non lo so, io sono qui solo per fare le faccette»

Sì, perché a Tim Burton e ai suoi sceneggiatori non frega nulla proseguire lungo il filone della saga originale che ha avuto alti e bassi bassissimi, ma non è mai stata anonima, questo film è un innocuo blockbuster uscito per altro in un mese in cui nessuno poteva avere il cuore leggero (Settembre 2001), a cui frega cazzi di fare critica sociale. Solo un umano al centro di uno scontro tra fazioni identico a quello di qualunque Fantasy abbiate visto nella vostra vita. Se al posto di Thade ci fosse stato Gargamella e invece di Ari (Helena Bonham Carter identica a Michael Jackson come tutti Internet ha già fatto notare) ci fossero stati gli orsetti del cuore, sarebbe stato uguale, tranne il titolo, “Planet of the Care Bears”.

«Mi sa che ti sei calata un po’ troppo nel personaggio Helena»

La totale assenza di passione per la saga è chiara dalla spudorata scena in cui Charlton Heston
conciato da scimmia, viene chiamato a fare il verso alla frase finale del primo film, cosa sarebbe questo un
omaggio? A me sembra un’enorme cazzata che forse avrei accettato in un altro film, ma non in questo, dove è evidente che a nessuno (Rick Baker escluso) freghi nulla delle scimmie e della saga originale, inoltre è impossibile non pensare ad uno spot dell’NRA nel vedere Heston che consegna un’arma a Thade cosa che, per altro, ha creato più di un problema etico a Tim Roth, fiero sostenitore del controllo delle armi (storia vera).

«Lascia che ti tolgano l’arma solo dalla tue fredde zampe morte…»

Alcuni costumi, come quello del Generale Thade, sono ben fatti, altri invece sono assurdi e molto poco funzionali. Mi spiegate che cacchio è quella conchiglia sulla testa dei gorilla? Inoltre, i pochi set realizzati, sono estremamente scenografici, ma davvero poco logici e funzionali quando ti soffermi a pensarci.

Potresti anche dire delle grandi verità, ma con quell’affare in testa è davvero difficile crederti.

Ad esempio, ho sempre trovato stupidissimo il fatto che la battaglia finale sia incredibilmente ben girata, da uno come Burton che non è affatto uno specialista del genere (anzi!), peccato che il super piano di Leo, di far saltare per aria la prima fila di gorilla, usando i razzi di Calima (ciò che resta della Oberon) sia cinematograficamente molto spettacolare, ma praticamente davvero stupido. Se Thade avesse fatto il giro lungo è attaccato gli umani dall’altro lato? Primi segnali della trasformazione di Burton da narratore ad arredatore di interni.

«Se li attaccassimo da dietro signore?» , «Soldato! Io farò di te un marines!»
Forse l’unica vera traccia di Tim Burton in questo filmetto scimpanzé che si finge gorilla di montagna, è il fatto che il cattivo rubi davvero la scena a tutti, in questo riconosco il regista che in Batman Returns rendeva il Pinguino e Catwoman i vero protagonisti. Il perfido Generale Thade di Tim Roth insieme al make up di Rick Baker sono davvero le uniche cose riuscite di questo film, ho sempre avuto una grande stima per Tim Roth e nemmeno questo film è mai riuscito a scalfirla, il fatto che il suo personaggio non muoia, ma resti intrappolato come un babbuino impazzito, è la prova che Tim Burton ha sempre avuto un occhio di riguardo per i suoi cattivoni.
«Era dalla prima volta che ti ho sentito rappare che sognavo di farlo!»

A questo proposito! Se t’impongono di fare un remake de Il pianete delle scimmie, vuoi non ficcarci dentro anche il twist finale per fare il verso al film del 1968? Leo riprende l’astronave dell’Lancilotto 008 arrivato sul pianeta Ashlar dopo di lui, Alt! Ma Leo non era partito all’inseguimento dello scimmiotto? Perché è arrivato prima? Un’altra partenza intelligente come quella di Brent? Non si sa, sappiamo solo che Leo torna a sulla Terra e, precipitando su Washington, scopre che il Lincoln Memorial ha il volto di un Ape Lincoln, invece che di Abe Lincoln (stesso gioco di parole di Anno 2670 per altro).

Ex presidenti scimmia defunti (occhio alle scritte sul muro dietro).

Ha ragione Tim Burton a dire che succedeva lo stesso anche al protagonista del libro di Pierre Boulle, ma lì era tutta satira, una critica sociale, in questo film, mancando completamente questo elemento tutto il castello di carte crolla e se Ashlar e la Terra sono due pianeti diversi, com’è possibile che l’evoluzione sia andata nella stessa direzione?

La verità è che il finale aperto è stato imposto dai volponi del ventesimo secolo, per tenersi la porta aperta per un seguito, provando a fare delle deduzioni: la tempesta magnetica funziona che chi entra per primo, esce dopo? Come dove lavoro io in pratica? Thade è arrivato sulla Terra aggiustando la nave di Leo? Che poi era il trucco usato da Zira, Cornelius e Zira per fuggire? Come hanno fatto le scimmie sulla Terra a diventare la specie dominante, effetti dell’arrivo di Thade? Ogni volta che ho rivisto questo film (troppe ve lo assicuro!) ho cercato spiegazioni che vi assicuro non ci sono, allora me ne sono data un’altra: hanno voluto mettere su una trama sconclusionata e piena di buchi, per rendere omaggio a quelle che Paul Dehn ha scritto per tutta la saga classica! Non ho altre spiegazioni!

Che poi io dico, non poteva usare la pistola e far durare il film dieci minuti?

Anche perché il seguito sognato dalla 20th Century Fox (PER FORTUNA!) non è mai arrivato, “Planet of the apes” è uno dei pochi casi che ricordo di film che incassa un botto di ex presidenti morti stampati su carta verde, ma la cui casa di produzione rinuncia a produrre in seguito per eccesso di critiche incassate, cose che capitano quando accadono cose come Tim Burton, che intervistato alla domande “Faresti mai un sequel?”, risponde cose come “Piuttosto mi getto giù dalla finestra” (storia vera).

Magari la finestra Tim, sarebbe stato meglio usarla prima, no non per buttarti giù, t’ho voluto troppo bene per augurati questo. Solo per aprirla, cambiare aria, far uscire questa puzza di cacca di scimmia e rinfrescarsi le idee, magari avresti cambiato l’andamento di tutta la tua carriera. Ah, non vuoi farlo Tim? Vuoi “re-immaginare” anche un romanzo di Lewis Carroll? Ecco bravo fai così, però prima apri lo stesso la finestra, questo è il periodo di migrazione dell’uccello Padulo.
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  1. Per me il primo atto funziona grazie alla stravaganza di Burton nel riportare una società scimmiesca, probabilmente nel proseguire della storia tu che conosci molto meglio la saga hai sentito il messaggio originale (o forse meglio dire contesto sociale/biologico) molto diluito in semplicità e superficialità di sceneggiatura. Il cast scimmiesco è fantastico nelle impersonificazioni grazie pure al grande trucco di Baker, trovo pure riusciti i richiami a Bava (perché ci sono, costumi e la scena del marchio a fuoco sono lampanti). Estella Warren è il mio prototipo di biondismo sempre piaciuto quindi non approfondisco, ma il resto degli umani perde tantissimo sempre a causa della sceneggiatura continuamente rimaneggiata prima/mentre nella produzione del film. Secondo me, la più grave pecca sono gli ultimi due atti che non regalano niente a fronte comunque di una messa in scena d’ambientazione davvero accattivante.

    • Chissà perché ero sicuro che Estella fosse promossa per te 😉 Concordo, Rick Baker fa miracoli, il cast splendido, avrebbe anche delle cose da dire, poi scivola su una buccia di banana. Cheers!

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