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Police Story (1985): il punto zero del cinema di Jackie Chan

Quando ho stilato la lista dei compleanni cinematografici del 2025, “Police Story” l’ho segnato in rosso. Non un rosso qualsiasi: proprio quello squillante, quello che usi solo per i film che ti hanno cambiato la percezione delle cose, tipo gli avvisi importanti che ti lasci sul frigorifero.

Perché i primi quarant’anni di “Police Story” non sono un traguardo, sono un ritorno alle origini di un certo modo di intendere il cinema d’azione. Il momento esatto in cui Jackie Chan ha deciso che non avrebbe mai più seguito nessuno e che sarebbe stato lui a tracciare la strada, perché questo film è un Classido! A proposito di colore rosso.

Il film nasce come reazione, anzi come vendetta creativa agli insuccessi americani, Jackie non ne poteva più delle gabbie hollywoodiane: sceneggiature ingessate, stunt annacquati, registi che non capivano la sua grammatica fisica. Dopo il flop di un film dalla trama quasi identica comunque girato in patria, ovvero “The Protector”, il Buster Keaton dell’azione decise di fare un film dove la trama si piegasse completamente al servizio dell’azione. Non più contorno: l’azione è il piatto principale, il contorno, il dessert, caffè e l’ammazza (di botte) caffè. L’idea di raccontare una storia di poliziotti c’è, certo, ma è un’impalcatura minimalista, un’idea di sceneggiatura pensata per sostenere sequenze di stunt che ancora oggi sembrano un suicidio filmato, se non proprio la volontà di morire in nome del Cinema.

Jackie parte subito col botto, l’inizio di “Police Story” è uno dei momenti più seminali mai impressi su pellicola d’azione, quel mega-inseguimento in discesa senza freni iniziale è una dichiarazione di guerra: Jackie lancia se stesso, la sua troupe e un intero villaggio addosso al pubblico. Auto che esplodono nel nulla, baracche attraversate come lattine vuote, una scena di apertura che per altri, sarebbe il climax (come in realtà poi è stato), un autobus lanciato a velocità da mal di stomaco e i membri della sua squadra di cascatore lanciati attraversi parabrezza dritti sul selciato, pronti a morire per il sogno matto del loro comandante in campo, il tutto con una padronanza del ritmo che avrebbe reso fiero Buster Keaton e il suo amico d’infanzia Sammo Hung allo stesso tempo.

Il Buster Keaton ma anche l’Ajeje Brazorf di menare.

Ora, permettetemi una parentesi, per confermarvi l’importanza di questo inizio, che per altri film sarebbe la scena madre, ma che per “Police Story” è gran riscaldamento, vi ricordo che anche Tango & Cash ha pescato a piene mani proprio da questo inizio. In quel film Stallone ha lo stesso microscopico (per un eroe dell’azione Yankee) revolver, lo stesso è anche il modo di fermare l’autobus in corsa, nel giro di soli quattro anni dalla sua uscita, il 18 dicembre del 1985, “Police Story” ha conquistato il mondo e anche John Carpenter, che voleva proprio Jackie Chan nel suo Grosso guaio a Chinatown dopo averlo visto volare attraverso quintali di vetri rotti qui (storia vera).

Nemmeno Superman fermava gli autobus come Jackie Chan.

Tutta questa energia, questa furia controllata, si sente fin dai primi minuti, Jackie è un uomo in missione che costruisce le scene come se volesse dimostrare che ogni oggetto è potenzialmente un’arma, una piattaforma di lancio, un appiglio, insomma cinema. Infatti non c’è un solo movimento, una sola caduta, che non sia pensata con una clamorosa coreografia, perché “Police Story” non è semplicemente “un film di Jackie Chan” ma è il film in cui Jackie definisce cosa significhi fare un film di Jackie Chan.

Il resto del film è un alternarsi di momenti slapstick e tensione che si incastrano con una naturalezza disarmante, Jackie era nel suo periodo d’oro, quello in cui riusciva a tenere insieme Keaton, Chaplin e Bruce Lee dentro un solo corpo. Ci sono momenti di rilassamento (la scena della telefonata) che precedono il drammatico cambio di passo finale, oppure tutta la parte romanticona con la fidanzata, futura protagonista di un film amatissimo come “In the mood for love” che qui, doveva essere “In the mood for botte” non perché Jackie fosse avvezzo alla violenza domestica, quello mai, ma perché anche le scene di litigate tra fidanzatini, sono pensate come stunt, come quando Jackie le sfila il motorino da sotto il sedere.

Scaramucce tra innamorati, ma in stile Bara Volante.

Tutto questo, per arrivare ai fatidici sette minuti, quei sette minuti che tutti ricordano, anche chi il film non l’ha mai visto perché sono talmente fondamentali che ancora riecheggiano. La resa dei conti al centro commerciale, il finale, l’Apocalisse del vetro o come lo chiamavano sul set, “Glass story” per via di tutto il vetro rinforzato che Jackie ha chiesto di avere sul set, in modo che ad ogni impatto la rottura risultasse più credibile… Ma anche più dolorosa! Innumerevoli i feriti portati avanti e indietro dal set, per tagli e ferite, lo stesso protagonista, dopo il suo salto nel vuoto, lo vediamo, una maschera di sangue, che ben riassume come il personaggio sia entrato in modalità “Berseker”. Mentre sul set tutti cercavano di fermare l’attore, in piena trance agonistica, lo stesso Jackie Chan non si era nemmeno reso conto di essere ridotto ad un puntaspilli di schegge di vetro umanoide (storia vera).

Nessuno si è fatto male nella realizzazione di questa scena, nessuno, tranne Jackie.

Non è un semplice climax: è un monumento al cinema d’azione, una cattedrale costruita con scale mobili, manichini e vetrine che Jackie decide di usare come se fossero materassi. Ogni salto è un colpo al cuore, ogni vetrata infranta è un battito che si ferma, ogni caduta da balconata è una firma in calce alla sua poetica. Nessuno, e dico nessuno, aveva mai osato una cosa del genere, come abbia fatto a non morire lui o qualcun altro sul set, io, francamente, non l’ho mai capito.

Tanto aveva fatto il simpaticone in tutto il secondo atto del film (tipo l’indifendibile scena del tribunale) tanto diventa una furia in quei sette minuti fatali, Jackie attraversa il centro commerciale come un uragano, sfruttando ogni centimetro di scenografia, sembra quasi un videogioco in anticipo sui tempi: salti, rincorse, cadute laterali, rimbalzi, placcaggi e, come se non bastassero, lotte improvvisate con qualunque oggetto capiti sotto mano. Non è solo la quantità di stunt, è la precisione con cui tutto è coreografato a fare impressione, ma proprio come ogni pezzo cada al momento giusto, ogni stuntman voli nella direzione prevista, ogni vetro si frantumi come in una partitura musicale, un crescendo talmente perfetto da poterlo studiare in un conservatorio. Delle mazzate però.

Sapete come si chiama tutto questo qui sulla Bara? Arte.

Tutto questo ci porta alla mitologica discesa del palo, un tentativo di suicidio da leggenda: Jackie si lancia dall’alto, scivola giù per quel maledetto palo avvolto da lampadine incandescenti e si schianta attraverso una vetrina. Uno stunt che gli è costato ustioni di secondo grado su mani e corpo, tagli e ricoveri, ma è anche l’immagine che ha donato “Police Story” alla posterità. La follia di quell’atto riassume tutto il film: la dedizione, il rischio, la fisicità, l’idea che il cinema non debba essere imitazione del reale, ma realismo assoluto filmato per risultare il più spettacolare possibile. Quella discesa non è solo un colpo di scena: è Jackie Chan che riscrive, davanti ai nostri occhi, cosa significhi mettere il proprio corpo al servizio del cinema.

Rivedere oggi “Police Story” non è nostalgia è pura celebrazione di un intero modo di fare arte in movimento, un modo per ricordarsi di quando il cinema d’azione non ti doveva convincere con il CGI, ma con la pelle, le palle il sudore e l’inarrestabile potenza della gravità, un’idea di gesto atletico elevato ad arte, non ad accessorio.

Ecco perché l’ho segnato in rosso, perché quarant’anni dopo, “Police Story” resta ancora uno dei manuali definitivi del cinema d’azione, un film che ha fatto scuola, che ha generato imitazioni, che ha ispirato Hollywood, che ha ridefinito un linguaggio, il punto zero del cinema di Jackie Chan… Auguri capolavoro!

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