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Poltergeist II – L’altra dimensione (1986): tra horror e seguito su commissione

Nel 2026 “Poltergeist II – L’altra dimensione” compie quarant’anni, ottima occasione per riprendere le fila di questa saga, perché questo seguito pur rimanendo nell’ombra del suo illustre predecessore, merita attenzione per le sue scelte.

Certo, non si può nascondere, però, che il film porti con sé un certo sapore di operazione commerciale, un tentativo evidente di capitalizzare sul successo straordinario del primo Poltergeist, pur cercando di espandere il racconto in nuove direzioni.

Dopo gli eventi traumatici vissuti a Cuesta Verde, la famiglia Freeling si trasferisce nella casa di Jess, madre di Diane. Qui la vita sembra finalmente stabilizzarsi, nonostante i problemi economici e l’assoluto divieto di televisori, simbolo inquietante del precedente orrore. L’illusione di normalità è però fragile: la medium Tangina, accompagnata da un gruppo di ricercatori, scopre una caverna sotterranea sotto le rovine della vecchia casa, rivelando che il pericolo non è stato scongiurato. La minaccia prende forma nella figura sinistra del reverendo Kane, che emerge dal nulla per riportare il male nelle vite di Steve e Diane e per cercare di impossessarsi nuovamente della piccola Carol Anne.

«Hanno chiamato per dire che tornano a casa. A casa nostra»

Qui entra in scena Julian Beck, la cui interpretazione del reverendo Kane è uno dei punti più inquietanti del film. Beck, con il volto scavato e lo sguardo di chi non vorresti vicino ai tuoi figli, conferisce al personaggio una carica inquietante, Kane diventa una minaccia ricorrente per la famiglia Freeling, il film deve molto a questa presenza, che rende memorabile anche un sequel nato per motivi commerciali.

Lo spaventoso nuovo arrivato di questo capitolo.

Al contempo, il film introduce Taylor, interpretato dall’altissimo Will Sampson, un personaggio che funge da guida e sorta di sciamano per la famiglia. Taylor diventa un punto di riferimento spirituale e pratico, pur con un lato ironico: nei dialoghi, spesso si scherza sul fatto che sembri “scappato da un manicomio”, un chiaro richiamo al ruolo dell’attore nel celebre finale di Qualcuno volò sul nido del cuculo. Taylor desidera anche la station wagon del padre, piccolo dettaglio, una gag ricorrente che fa da nota di leggerezza in un film altrimenti abbastanza cupo.

«Fuma, dopo potrai affrontare i fantasmi», «Nemmeno questa volta ci hai messo dentro un po’ di tabacco eh?»

Questa trama, pur semplice, genera sensazioni contrastanti nello spettatore, da un lato c’è la consapevolezza di un sequel nato per sfruttare il successo commerciale del primo capitolo, dall’altro, non si può negare che il film possegga elementi validi in grado di mantenere vivo l’interesse e di generare tensione. L’espansione del mondo soprannaturale e l’approfondimento della famiglia Freeling conferiscono al film un legame emotivo con il primo capitolo, manca tutto il resto, ovvero lo zampino di Spielberg e il tocco di Tobe Hooper.

«Mi sa che avremmo di nuovo bisogno di te», «Ed io di voi, questo è il mio ruolo più famoso»

“Poltergeist II” si distingue per la gestione dell’orrore, più vacuo e persistente rispetto al precedente, il male non è un intruso occasionale, ma una presenza costante che segue i protagonisti ovunque. La casa non è più un semplice luogo infestato, la minaccia li accompagna, li osserva, li costringe a confrontarsi con la propria vulnerabilità. Il film lavora sulla sensazione di accerchiamento e sulla fragilità della normalità, facendo percepire allo spettatore che l’orrore non è mai davvero sconfitto, e le zampate di orrore “grafico” non mancano.

Ora capisci perché mamma e papà ti dicevano di lavarti i denti tre volte al giorno?

Dal punto di vista visivo, il film sfrutta effetti speciali tipici degli anni Ottanta: datati secondo gli standard odierni, ma ancora efficaci nel fare il loro sporco dovere. La costruzione del disagio alterna momenti spettacolari a sequenze di pura tensione, mantenendo viva l’attenzione dello spettatore.

Il cuore del film resta il legame familiare, i Freeling, pur segnati dal trauma, sono ancora uniti e la loro resilienza – parola alla moda – diventa un elemento narrativo centrale. La famiglia non è idealizzata: è fragile e provata, e proprio questa vulnerabilità aumenta l’impatto emotivo, la paura non è solo per ciò che accade, ma per ciò che rimane dentro casa, invisibile ma percepibile.

Finali con effetti speciali in quantità, ne abbiamo?

Rivedere oggi “Poltergeist II – L’altra dimensione” significa confrontarsi con un sequel che non cerca di replicare pedissequamente l’originale, ma accetta il rischio di deviare dal modello consolidato. Pur con tutte le sue imperfezioni, e la sua mancanza di autorialità, resta un film con pregi significativi: la gestione della tensione, la costruzione del male come presenza costante, la forza inquietante di Julian Beck, il carisma e l’umanità di Will Sampson, e il tentativo di approfondire la dimensione emotiva e familiare dei personaggi. Il risultato è un horror che, a quarant’anni di distanza, lo si ricorda più come tassello di una saga diventata “maledetta”, ma di quello parleremo più in dettaglio per la conclusione della saga.

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