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Portobello (2026): la kafkiana crociata di Enzo Tortora

Per dare un po’ di lustro alla piattaforma HBO Max, qualcuno deve aver pensato bene di coinvolgere Marco Bellocchio, idea brillante perché da quando è nata HBO ha sempre puntato su una certa dose di realismo.

Se l’idea era allargare il campo includendo anche produzioni non americane, Marco Bellocchio e il suo cinema sono la scelta ideale, storicamente impegnato a fare del buon cinema partendo dai fatti della nostrana cronaca, anche quella che il più delle volte viene nascosta sotto il tappeto.

La storia di Enzo Tortora è l’elefante nella stanza di uno strambo Paese a forma di scarpa, il più emblematico e clamoroso caso di errore giudiziario italiano, è una storia in tutto e per tutto kafkiana, che avrebbe tutto per attirare l’attenzione anche del pubblico fuori dai nostri confini, ma allo stesso tempo una miniserie perfettamente in linea con la filmografia di cui fa parte.

«Il segreto è che io, non mi chiamo nemmeno Portobello, in realtà mi chiamo Mario»

Come al solito poi, la dietrologia domina, visto che gli ultimi episodi della miniserie sono andati in onda quasi in contemporanea al referendum sulla giustizia (come se un’opera del genere potesse essere girata in due giorni per far campagna elettorale), ma anche questo rientra nell’impronta kafkiana di una Paese che è strambo, non solo per la sua forma.

Da un punto di vista formale, “Portobello” è cinema di qualità sul piccolo schermo, tanto che è una delle poche produzioni italiane dove si sente addirittura bene l’audio, non azzoppato dalla solita tradizione della presa diretta, ho un solo dubbio pensando a “Portobello” in ottica di fruizione all’estero: la scena un cui Tortora dalla finestra della sua cella, riceve la visita dei circensi, ok, va di pari passo con le “visioni” sui Pulcinella che costellano la sua drammatica esperienza, ma farà comunque da spartiacque.

Perché in Italia tutti conosciamo Moira Orfei e ancora di più Valeria Marini (che la interpreta in quella scena) e non servono grosse spiegazioni, all’estero ho dei dubbi, anche se molto probabilmente passerà per un momento “felliniano” che si sa, all’estero piace anche di più che qui da noi, sciolto questo mio dubbio da poco, “Portobello” è una miniserie bellissima, che mi ha fatto venire l’ansia, ma forse è proprio quello il suo intento.

Un personaggio schifoso fino al midollo, insomma, un camorrista.

La storia è drammaticamente nota, il popolarissimo presentatore della trasmissione Portobello, Enzo Tortora (Fabrizio Gifuni, bravissimo, che torna a collaborare con Bellocchio), all’apice della fama riceva un’accusa di concussione con la Nuova Camorra Organizzata guidata da Raffaele Cutolo e di spaccio di droga. Ad accusarlo una serie di pentiti, o meglio, dissociati, guidati dal viscidissimo Giovanni Pandico (Lino Musella da applausi nel suo farsi odiare), seguiti a ruota da altri gentiluomini come il pluriomicida Pasquale Barra (Massimiliano Rossi) e un’altra sfilza di personaggi in cerca di fama ma soprattutto, in cerca di protezione dopo essere stati scaricati da Cutolo.

L’accusa è assurda, anche fin troppo semplice da smarcare, visto che i famigerati “centrini” recapitati a Tortora questo erano, non di certo un nome in codice per le partite di droga e con tanto di supporto cartaceo a dimostrarlo. Ma Tortora è un nome semplicemente troppo grosso per essere scarcerato immediatamente come una svista, gli interessi politici si accumulano e pur di non ammettere immediatamente l’errore, inizia così il calvario di un uomo disperatamente e palesemente innocente, che dovrà comunque difendersi da una condanna a dieci anni per qualcosa che non ha commesso.

I veri criminali non vengono portati via in manette.

Lo sapete benissimo perché lo ripeto sempre, niente mi mette ansia come i film carcerari, “Portobello” lo è a tutti gli effetti, anche se il periodo in carcere di Tortora dura “solo” (ovviamente si fa per dire) sette mesi, l’idea stessa di un’ingiustizia del genere non può che far torcere le budella. Bellocchio lo racconta alla perfezione, con il suo stile classico e sempre efficacissimo, anche quando rompe l’idea parete della narrazione concedendosi momenti di pura fiction, come la fuga del pappagallo Ramon, spesso in gabbia come il suo presentatore.

Oppure quando ricrea momenti documentati, come Ramon che finalmente parla (devo smetterla di pensare al pappagallo!) o i processi a Tortora, spesso delle farse visto che tante testimonianze, non hanno prodotto una prova che fosse una, per una gogna basata sul sentito dire.

«Dove, eravamo rimasti» (cit.)

Se la regia di Bellocchio è perfettamente riconoscibile, una menzione speciale va a Fabrizio Gifuni, che trova il modo di calarsi perfettamente nei panni del personaggio, replicando (ma non imitando) anche la parlata forbita e cadenzata di Enzo Tortora e caricandosi la crociata dal personaggio sulle spalle.

Insomma, se i tipi di HBO erano alla ricerca di una miniserie di qualità per espandere il loro mercato, non potevano cascare meglio di così, mi è venuta l’ansia, ma è giusto che sia così con storie che si fanno carico della memoria collettiva come queste.

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