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Possession (1981): lui, lei e l’altro(ve)

Avete presente quei titoli di culto che sembrano aver visto
tutti, tranne te? Il film che risponde a queste caratteristiche per me è stato
sicuramente “Possession”, anche se la frase mi è uscita fuori come un pezzo
famoso di Fabri Fibra.

Del film di Andrzej Zulawski sapevo tutto, mi mancava solo
di poter finalmente vedere, a mia parziale discolpa posso portare come
argomentazioni il fatto che avevo visto altri film del regista polacco, come
“Il diavolo” (1972) e che qui da noi, in uno strambo Paese a forma di scarpa
questo film uscì sforbiciato di quasi 45 minuti, ancora oggi mettere le mani
sulla versione integrale è un bel problema, visto che il vecchio DVD sta diventando
una rarità.

Non che altrove siano stati più teneri con il film di Zulawski,
in Inghilterra finì dritto nella lista dei famigerati “Video nasty”, mentre in
Germania dove il film è stato girato, non uscì fino al 2009. Cose che capitano
quando lo stesso regista, nel tentativo di vendere il film alla Paramount mezza
intenzionata a distribuirlo, riassunse la sinossi dicendo: «La storia di una
donna che si scopa un polpo» (storia vera).

“Se ve lo state chiedendo, non si chiama Paul”

Pur avendo passato una vita a chinare la testa rispondendo
mestamente no, alla domanda «Hai visto Possession?» negli ultimi due anni ho
recuperato vedendolo due volte, la seconda in occasione di questo post pensato
per festeggiare i primi quarant’anni di questo film di culto. Ho capito tutto
di “Possession”? Penso che quel primato possa spettare solo a Zulawski o al
massimo, a qualche saccente laureato del DAMS, forte della sua tesina dedicata
a questo film piuttosto che ad uno a caso di Béla Tarr.

Non scrivo recensioni di film, al massimo scrivo commenti
(lunghi), per pensare di poter smontare pezzo per pezzo “Possession”, bisogna
essere attrezzati con una faccia come il culo che, perdonatemi, mi manca. Penso
sia anche uno di quei film per cui non sia nemmeno un bene andare a mettere le
mani sotto il cofano troppo, si rischierebbe di restare con qualche pezzo in mano, senza capire bene cosa farsene. “Possession” ha tantissimi
livelli di lettura, ma mi piace essenzialmente per il primo, quello più
istintivo: la capacità di provocare sanissimo malessere allo spettatore. Questo
mi permette di passare al prossimo (grosso) argomento, ovvero a che genere
cinematografico appartiene questo film?

Bella Berlino, però non ci vivrei.

La critica definiamola “alta”, ha cercato di impossessarsi del
film etichettandolo in vari modi: dramma sovrannaturale, horror psicologico (ma
l’orrore non è sempre psicologico? Vabbè), insomma trovo sempre buffo quando un
autore si cala anima e corpo in un genere considerato popolare e buona parte
della critica pur di non vederlo “sporcarsi” con quella roba per tutti, cerca
di stendere la giacca sopra la pozzanghera come tanti gentiluomini
ottocenteschi al passaggio di una dama.

Per me le chiacchiere stanno a zero: “Possession” parlerà
anche di divisioni e problemi di coppia, ma lo fa utilizzando il linguaggio
proprio del cinema horror. Zulawski comincia con un dramma da interni (girato
seguendo i suoi personaggi in camera con movimenti di macchina da presa
splendidi, roba che andrebbe studiata da chiunque volesse fare cinema per
davvero), chiede al suo cast di recitare così tanto sopra le righe osando, là
dove anche le aquile avrebbero paura ad andare, poi dopo quasi un’ora buona di
film, si gioca una tentacolare creatura Lovecraftiana (creata da Carlo
Rambaldi) quando ormai tu, spettatore che di questo film sapevi già (quasi)
tutto prima di vederlo, non speravi quasi più di vedere. Posso solo immaginare
cosa dev’essere stato per un giornalista di cinema vedere questo film la
prima volta avendo in testa il cinema di Zulawski, solo per trovarsi davanti
la storia di una donna che si scopa un polpo.

“Ma poi a te nemmeno piace l’insalata di polipo! Non me l’hai fatta mangiare per anni!”

A ben guardare, “Possession”, malgrado il suo titolo che fa
pensare a “L’esorcista” (1973), si spinge oltre a dove aveva osato anche
Polanski con “Rosemary’s Baby” (1968), qui ci sono quasi gli estremi per il
body horror, considerando che pochi anni prima, David Cronenberg ci aveva già
raccontato una storia che prevedeva le afflizioni di una donna capace di
mettere (fisicamente) al mondo una covata malefica. Ma se Cronenberg era al servizio delle mutazioni della carne e in
una fase della carriera ancora votata al cinema più splatter, Andrzej Zulawski
aveva intenti anche più ambiziosi, dopo anni passati ad ammettere con tutto il
candore di cui sono capace che questo film no, non lo avevo mai visto, oggi
sono felice di festeggiare il suo quarantesimo compleanno aggiungendolo al club
dei Classidy.

Con buona pace dei critici con la pipa e gli occhiali,
“Possession” è un horror perché prima di tutto parla del male che entra nelle
vite dei protagonisti, prima logorandoli, poi seminando il dubbio (anche in noi
spettatori) solo per finire ad aprire (letteralmente) la porta al male nella
sua forma più suprema, la prima parola che non può mancare quando si
scribacchia di “Possessione” è “Lovecraftiano”, quindi mi gioco subito questa
formalità, perché il male strisciante che aleggia sul tutto il film, cresce
fino a prendere tentacolari forme che forse sarebbero piaciute al solitario di
“Providence”.

Zulawski si porta in una Berlino spettrale, antecedente
alla caduta del muro, alcune scritte in tedesco inneggiano proprio a questo, “il
muro deve cadere” e di muri che cadono liberando il loro contenuto “Possession”
è pieno. Nella Berlino Ovest dell’anno 1980 Anna (Isabelle Adjani, come al
solito bella da togliere il fiato) e Mark (Sam “Presto, migliore attore degli anni
‘90” Neill) sono una coppia in crisi, inseguendoli con la macchina da presa Zulawski
ci racconta del loro figlio Bob e del tradimento di Anna con Heinrich (Heinz
Bennent) che Mark proprio non può sopportare.

Isabelle Adjani bellissima anche così, fuori come un geranio.

Per quasi tutta la parte iniziale sembra di guardare una
specie di “Scene da un matrimonio” (1973) sotto acido, in cui gli attori
recitano tre o quattro metri sopra le righe, scelta voluta perché nel caso di
Sam Neill, tutti sappiamo quanto possa essere misurato anche affrontando il Male, nella sua forma più pura. Qui, invece, ogni reazione è enfatizzata, a
tratti, e lo dico più che altro per preparare il pubblico che non avesse mai
visto questo film (come accaduto a me per anni), pare quasi di stare guardando
una parodia tanta è esagerata la recitazione, a questo aggiungeteci anche il
montaggio che è la parte che mi ha messo più in difficoltà.

Se la regia e i movimenti di macchina di Zulawski sono da
manuale, il montaggio sembra un assalto frontale, con stiletto tra i denti e
granata in mano alla percezione del pubblico. Anche qui (credo) che la scelta
sia voluta, in alcuni momenti non è chiarissimo se stiamo assistendo ad un
flashback oppure a piccoli errori di continuità, in ogni caso la capacità di
minare le certezze degli spettatori di “Possession” non sono in discussione,
nemmeno per un minuto.

Le divisioni sono ovunque in questo film, evocate proprio
dal famigerato muro della città che scorre sullo sfondo alla storia, riemergono
con sinistra puntualità. Ad esempio, mi hanno fatto impazzire i due tavolini
separati, posizionati ad angolo uno rispetto all’altro, a cui si siedono i due
protagonisti, quando decidono di incontrarsi in un luogo neutrale come un bar
per parlare. Una soluzione visiva efficacissima per suggerire al pubblico
quanto i due protagonisti, siano peggio di Totò e Peppino (divisi a Berlino).

“Piuttosto che sopportarti ancora, vado in un’isola piena di dinosauri!”

Con il passare dei minuti l’efficace colonna sonora di Andrzej
Korzynski (ma quale divinità hanno fatto adirare i Polacchi per meritarsi
questi cognomi con troppe consonanti?) scompare quasi completamente lasciando
spazio ad un film che racconta per immagini, ma se l’aggettivo “Lovecraftiano”
è un rito di passaggio da cui non si può sfuggire, non si può certo mettere
insieme parole in fila dedicate a “Possession” senza parlare del tema del
doppio. Ho sbrigato un’altra formalità, visto?

Il doppio, il doppelgänger
visto che il film è ambientato in Germania, Zulawski punta su questo tema in
maniera ossessiva, l’aborto di Anne e le due gemelle chiamate una “Fede” e
l’altra “Possibilità”, sono un modo per rendere carne (e sangue) questa
dicotomia tra fede e caos che manovra le vita dei protagonisti. Il doppio
ritorna con forma anche nel personaggio della maestra di scuola Helen
(interpretata sempre da Isabelle Adjani che per questo film ha fatto davvero
gli straordinari) e, ovviamente, nel finale dove i doppioni dei protagonisti
sono riconoscibili solo dagli occhi verdi, l’invasione degli ultra corpi secondo David LoPan.

1975 1981: Occhi bianchi verdi sul pianeta Terra

Zulawski è bravissimo ad utilizzare le immagini (quindi
il cinema) per sottolineare le trasformazioni dei suoi personaggi, la casa in
cui Anna viveva con Mark è enorme e perfettamente illuminata, ma un totale
casino fatto di vestiti sparsi, piatti sporchi nel lavandino e caos (uno dei
dualismi del film) ovunque, mentre la casa in cui consuma con il suo amante
(umano o tentacolare che sia) è oscura, ma spoglia, buia, ma a suo modo
ordinata, insomma l’esatto opposto come a voler rappresentare la vita
pubblica, alla luce del sole, ma contorta della donna e quella nascosta,
ma a suo modo lineare attraverso i luoghi dove vive la sua vita.

Se la dicotomia è tra fede e caos, la religione diventa un’altra
degli strumenti utilizzati da Zulawski per scolpire la sua storia. Una delle
scene chiave, anzi LA scena chiave del film, quella senza ombra di dubbio più
celebre, arriva subito dopo una disperata sortita in chiesa di
Anna che sotto lo sguardo assente e distaccato di un Cristo in croce, sembra
rivolgere suppliche ad un Dio che non risponde. Il fallimento della fede apre le
porte al caos (e al male), infatti subito dopo arriva la famigerata scena della
metropolitana, dove Anne sparge la spesa (uova e latte, entrambi volendo
simboli di vita, ma qui si rischia di diventare pedanti nell’analisi, cioè,
ancora più pedanti!) e Isabelle Adjani ci regala una prova di recitazione
davanti alla quale, penso che anche Nicolas Cage avrebbe detto: «No vabbè,
questo è troppo anche per me!».

Qui Nicolas Cage si ferma e comincia Isabelle.

La scena è talmente straziante che pare che dopo averla
girata, Isabelle Adjani abbia avuto una crisi isterica piuttosto seria che ha
richiesto un’interruzione delle riprese (storia vera), d’altra parte in un film
dove i dialoghi vengono recitati otto metri sopra le righe, la possessione
demoniaca doveva essere per forza qualcosa di stravolgente e in tal senso, Isabelle
Adjani che a mio modestissimo parere resta una delle donne più belle che si siano mai viste al cinema è
perfetta per rappresentare il bellissimo volto dietro cui si nasconde il male.

La possessione del titolo risulta molto diversa da quella rappresentata in qualunque altro film di esorcismo abbiate visto, perché di fatto va
mano nella mano con il tema del film: il matrimonio in crisi dei protagonisti
li porta ad aprire le porte (e le loro vite) al male più oscuro, più la loro
storia d’amore precipita più il male nel mondo raggiunge livelli apocalittici.
Per questo la possessione del titolo non è per forza demoniaca, ma più che
altro è quel tipo di volontà che spinge i protagonisti a possedere l’altro,
trasformandoli in una copia perfetta di se stessi, la compagna o il compagno
ideale, due disumani doppelgänger dagli occhi verdi che
rappresentano allo stesso tempo la fine della coppia, ma anche dell’umanità dei
protagonisti. Il finale, poi, è davvero uno dei più apocalittici mai visti al
cinema, Stephen King in “Le notti di Salem” (1975) scriveva che non esiste
niente di più spaventoso di una porta socchiusa dietro la quale si nasconde
qualcosa di orribile, Zulawski l’orrore qui lo nasconde dietro una porta chiusa
che sta per essere aperta, ma prima ci ha descritto alla perfezione cosa ci
aspetta in agguato sulla soglia.

L’orrore è una porta chiusa. Per ora.

“Possession” è un film incredibile per tutto quello che è in
grado di evocare nel pubblico, David Lynch (nome che quando citato, fa drizzare
parecchie antenne ai cinefili) lo ha definito la pellicola più completa degli
ultimi trent’anni, io direi anche quaranta visto che trovare qualcosa di
somigliante al film di Andrzej Zulawski è ancora oggi francamente impossibile,
un oscuro e contorto viaggio che parte dalle divisioni di una coppia per
arrivare fino all’altrove. Forse di testa non sarà facile decriptarlo
completamente, ma di pancia colpisce, turba e crea reazioni da quarant’anni
che, poi, è quello che dovrebbero fare i grandi horror e i grandi film, con buona
pace dei cinefili con pipa, occhiali ed etichettatrice alla mano.

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