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Predator – Badlands (2025): un passo in avanti e due indietro

Avete notato che la locandina qui sora ricorda quella di Tremors? Detto questo, ci risiamo, altro giro, altro capitolo della saga di Predator, gli alieni della Fox, ormai da cinque anni di proprietà della Weyland-Yutani Disney che storicamente, sono sempre stati considerati i cugini “di giù!” (cit.) rispetto agli Xenomorfi.

Il problema è che un solo sito di cinema nella galassia ha dedicato una rubrica ad un Maestro come John McTiernan, un giorno sarà materiale studiato, testimonianza dell’importanza di un regista fondamentale che però ad oggi, anno di grazia 2025, non è ancora considerato come merita e non all’altezza di nomi come l’altro Scott o ancora di più, James Cameron, che invece hanno nobilitato la saga degli Xenomorfi.

Ecco perché è curioso quello che sta avvenendo, i due alieni si ritrovano di nuovo faccia a faccia a darsi idealmente il cinque alto del “cambio basket”, quello che si danno i giocatori in uscita dalla panchina, perché la saga di “Alien” è passata dal grande schermo a quello piccolo, con risultati molto rivedibili, mentre quella di “Predator” ha coperto il percorso contrario, alla sua uscita nemmeno la Disney ha creduto in Prey, classico film che risulta molto meglio della media della roba da streaming e per questo, si è guadagnato del credito, ma l’idea di affidare la saga a Dan Trachtenberg ha pagato dividendi tutti riassunti in un titolo: Predator – Killer dei killer.

Sostituite la “W” di Weyland-Yutani con la “D” di Disney ed ecco noi, il pubblico medio, davanti all’avanzata dell’impero del Topo.

A mani e zampe basse, il miglior prodotto targato “Predator” uscito negli ultimi anni, un titolo che faceva molto ben sperare per questo “Predator – Badlands”, che rappresenta l’ultima tappa del percorso di rientro degli Yautja verso il grande schermo, da cui mancavano da fin troppo tempo.

Dopo il credito conquistato sul campo, da vero guerriero Yautja, da parte di Trachtenberg con “Killer of the killers”, era almeno lecito attendersi qualcosa dal ritorno in sala degli alieni, ma il primo vero mostro che i cacciatori hanno dovuto affrontare è stato il PG-13 imposto dalla Disney, che va detto, si nota parecchio, perché il trucco utilizzato è quello che una volta salvò la pelle al caro vecchio videogioco “Carmageddon” (ho un età, perdonatemi…) il sangue verde dei passanti al posto di quello rosso della prima versione, per aggirare il limite della censura. Qui succede un po’ lo stesso, il lato positivo di “Badlands” consiste nel suo non avere (quasi) nessun essere umano in scena, quindi tra sangue verde di Yautja, bianco di “sintetico” e viola di mostri vari, almeno non si vedono i tanto temuti schizzi rossi, quello che invece spicca sono le altre imposizioni disneiane, parliamo della sinossi, poi ci caliamo nei dettagli.

A giudicare dall’impugnatura, Dek è mancino, scusate, ossessioni da ex arciere.

Nascere Yautja non è semplice, si sa, lo scopre anche Dek (Dimitrius Schuster-Koloamatangi) giovane aspirante guerriero, che malgrado tutto il suo impegno, viene considerato, anche per stazza non proprio da gigante, quello più nano della cucciolata, insomma una delusione e una vergogna per il suo clan guidato dal padre Njohrr (sempre Dimitrius Schuster-Koloamatangi ma con diverso trucco), non vale nemmeno la pena sporcarsi le mani per eliminarlo, spartanamente, un compito affidato al fratello maggiore Kwei che preoccupato gli dice: vattene a Bel-Air Genna!

Genna, nome da pornodiva per il pianeta più pericolo della galassia o giù di lì, un luogo che è una sfida anche per gli Yautja esperti, dove fondamentalmente, ogni cosa può ucciderti, piante, insetti, animali, marchi di sigaretta e nomi di automobili, tutto su Genna può squartati, avvelenarti, divorarti e ucciderti, di sicuro può farlo il Kalisk, che vivendo su un pianeta così è nato incazzato (vorrei vedere voi…) ed è proprio per questo un trofeo ambitissimo, il resto lo avete già capito, a me tocca aggiungere due dettagli chiave.

Il primo: su Kalisk il giovane guerriero si imbatte in Thia, una mezza-sintetica, impersonata quasi tutta di primi piani da Elle Fanning, superstite di una squadra di ricerca della Weyland-Yutani, che finisce per fare da guida a Dek, a patti di scarrozzarla tipo zainetto, come Chewbacca faceva con D3BO.

Non fate battutacce sul fatto che sia la metà sbagliata, è una citazione ad un’altra proprietà intellettuale della Disney… Degenerati!

Il secondo: il co-sceneggiatore di questo “Badlands” insieme a Patrick Aison è lo stesso Brian Duffield del proto-alienoso Underwater, di un film con un giovane in viaggio in un mondo selvaggio pieno di mostri e di una serie animata Netflix su Skull Island, che per caratteristiche non è altro che Genna senza Re Kong. Capite dove voglio andare a parare? Lo spazio di manovra di Dan Trachtenberg si è drasticamente ridotto, ben poco libero di muoversi tra i paletti piantati nel terreno dalla Disney.

La costruzione del mondo è notevole, la ribellione all’autorità, l’andare oltre le apparenze con una certa dose di inclusività in testa è ben presente, certo, il lato positivo è che, per quanto Dek sia più minuto rispetto agli altri cacciatori del suo clan, non è una comanche di 50 chili, per questo è più facile accettare i momenti d’azione che per fortuna non mancano, malgrado la CGI che poteva andare bene per un prodotto da streaming, sul grande schermo in alcuni momenti mostra il fianco.

Se fossimo su un campo da basket gli altri Yautja farebbero a Dek il gesto “Too small”.

Va detto che però, per la saga di Predator, “Badlands” è il film che fa il salto dello squalo, fino a questo momento gli Yautja erano stati invisibili, in questo film Dek è sempre in scena, le sue vicende personali lo umanizzano perché, stringi stringi, siamo al cospetto dell’ennesimo film sull’importanza della famiglia che gli americani sfornano ogni settimana da decenni, ma sentivamo davvero il bisogno delle vicende private in casa Yautja e dei problemi del cacciatore piccolino e per questo escluso? Non lo so, io sono decenni che mi chiedo, se gli Yautja si allenano a cacciare, usando come “sparring partner” i peggiori soggetti della galassia, chi si stanno preparando a combattere? Credo che la mia domanda resterà senza risposta, devo farmi domande più facili, tipo che turbe ha uno Yautja più basso degli altri? Allora la Disney sarebbe più predisposta a rispondermi con i suoi film, anche alcune gialle e palesi citazioni ad Aliens, alla luce di tutto questo mi scaldano il giusto.

La mia reazione quando capisci che hanno trasformato la saga di Predator in una storia di famiglia stile Pixar, con un protagonista che si chiama come il decaffeinato.

In questo film dove i giovani protagonisti non allineati, affrontano un viaggio per ritrovare loro stessi e il loro posto nel mondo, il tono da Pixar c’è, ci ho visto anche una mezza strizzata d’occhio a Onward, ma magari sono solo io, a ben guardare, non aiuta nemmeno la presenza di Bud (Rohinal Nayaran), la creaturina puccettosa del pianeta Genna che diventa il nuovo amichetto-mascotte, insomma, lo vedete lo squalo? Bene, ora assistete al salto. Intrattiene eh, ma sempre di salto si tratta, per di più strapieno di battutine scemine tipo film Marvel, andiamo avanti, facciamoci del male.

Lati positivi? Le musiche di Sarah Schachner e Benjamin Wallfisch funzionano molto bene, opprimenti sottolineano la suspence che comunque non manca, anche se arriva dalle costanti minacce di Genna e non da Dek, inoltre il design di mostri e creature varie è molto ma molto figo, i collezionisti di action figure di Predator avranno tanti, ma tanti soldi da spendere nel prossimo futuro.

La vita è una lotta spalla a spalla, ma ho trovato in te il Giappone Predatore (quasi-cit.)

Dan Trachtenberg, come ha precedentemente e ampiamente dimostrato, conosce la materia e per lo meno, sembra il primo a divertirsi dirigendo gloriose mazzate, certo i protagonisti sono sfigatelli e forse anche un po’ ingenui (in certe scelte, anche molto più che un po’) ma sono sporchi, grondano sangue colorato e spesso menano come fabbri, il che per lo meno aumenta il livello di divertimento di un film che cavalca l’idea di farci empatizzare per uno Yautja, pericoloso certo, ma a sua volta in pericolo, non so se era quello che volevo vedere, so che ormai l’andazzo è questo, perciò permettetemi un ragionamento.

Il titolo di questo film, sarà anche in odore di Malick e di conseguenza, anche di Bruce Springsteen, ma visto il risultato, ovvero un ritorno in sala degli Yautja ma alle condizioni della Disney, più che Badlands, mi sembra che la saga abbia fatto, un passo avanti e due indietro.

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