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Priscilla – la regina del deserto (1994): bisogna essere un vero uomo per indossare un vestito da donna

Ci tenevo a contribuire in minima parte a questo giugno e in
occasione del “Pride Month”, non potevo perdere la possibilità di affrontare
quello che a casa Cassidy è un assoluto culto: “Priscilla – la regina del
deserto”.

Ci sono storie che diventano famose al cinema dopo essere
stati musical o spettacoli teatrali, mentre ci sono film tanto mitici – e in
questo caso sgargianti – da diventare successivamente musical di successo,
replicati a ripetizione in tutti i teatri del mondo, com’è accaduto, ad esempio, a
“The Adventures of Priscilla, Queen of the Desert”, scritto e diretto
dall’australiano Stephan Elliott, uno che in carriera un colpo come questo non
l’hai mai più avuto in canna, ma tanto è bastato per piazzare questo culto
lassù nell’immaginario popolare che, per altro, è uno dei parametri per essere
riconosciuto come Classido.

La componente australiana di questo film non è certo da
sottovalutare e ha contribuito al suo successo, non solo perché a Stephan
Elliott spesso basta inquadrare un paesaggio a caso di quello sconfinato
deserto per imprimere su pellicola fotogrammi bellissimi che sanno
immediatamente di cinema, quanto più che altro alla cultura stessa di un Paese
in cui la mascolinità è un elemento radicato.

Se penso agli Australiani mi vengono in mente grandi
bevitori di birra, campioni del mondo di barbecue, surfisti e pazzi che sgommano
nel deserto a velocità folli, guidando mezzi a motore come in un film di George Miller, non a caso, anche lui
Australiano. Tutte attività che l’istinto e una cultura radicata ci portano a
riconoscere come estremamente maschili ed ecco dove “Priscilla – la regina del
deserto” mena il suo colpo più duro, raccontandoci una storia di viaggio e
formazione, di amicizia (più o meno, forse meno) virile e di accettazione di sé, utilizzando tre grandi attori uomini, tanto talentuosi da risultare
perfetti anche in pazzeschi abiti fatti con le infradito («Questo è il kitsch-o-rama!»).

Un po’ come il chitarrista di Mad Max Furiostrada, solo molto prima e molto più gaio.

Le nostre tre eroine sono Bernadette Bassenger (Terence
Stamp), Mitzi Del Bra (Guy Pearce) e Felicia Jollygoodfellow (Hugo Weaving), una
transessuale e due Drag Queen che si esibiscono nei più famosi gay bar di
Sydney, all’inizio del film le troviamo cantare in “lipsight” (specialità in
cui qualunque Drag deve brillare) sulle note di “I’ve Never Been to Me” di
Charlene.

Bernadette ha appena perso il compagno di una vita in un
incidente di… Beh, ossigenazione dei capelli. L’occasione diventa, quindi,
perfetta: cambiare aria e accettare l’invito di Tick/Mitzi per un viaggio alla
volta di Alice Springs, esattamente dal lato opposto dell’Australia per
esibirsi al Lasseters Hotel Casino. Quello che gli altri non sanno è che
l’albergo è gestito dall’ex compagna di Tick che sotto trucco e parrucco
nasconde un segreto: un figlio nato dalla relazione con la donna da andare a
conoscere. Il flashback in ospedale della nascita del pargolo («Chi è il padre?»)
resta uno dei tocchi di genio di questo film ultra pop e ultra colorato,
proprio come il vecchio bus scassato acquistato per due spicci da Adam/Felicia,
da un branco di Svedesi ubriachi, ribattezzato per l’occasione “Priscilla,
la regina del deserto” e presto adattato (anche nei colori) alle tre dive
che lo utilizzeranno in questo lungo viaggio sulle strade dell’Australia.

Genitore uno, due e forse, anche tre (una trilogia)

Stephan Elliott fa un ottimo lavoro, gestendo alla grande i
tempi comici dei suoi tre attori protagonisti e costellando il film di piccoli
tocchi surreali, mi fa sempre ridere la partenza del trio, sulle note
dell’azzeccata “Go West” dei Village People: tre “pazze” in grado di radunare
più pubblico della podista, partita per attraversare in una lunga corsa
solitaria attraverso il Paese.

Lo stile è tutto nella vita.

Cantando e bisticciando di seni, di peni e degli ABBA, il
trio procede nel suo folle viaggio sostenuto dalla chimica di personaggi
che più diversi fra loro non potrebbero essere. Mitzi dovrebbe essere quella
equilibrata del gruppo, una Drag Queen con molta esperienza, responsabile delle
coreografie di ballo, costretta ad affrontare i dubbi relativi a qualcosa che
più maschile non potrebbe essere, ovvero la sua imminente paternità.

Felicia è la Drag Queen giovane, sboccata (anche se tutto il
film è caratterizzato da un turpiloquio anche in questo magnificamente australiano che funziona in entrambe le versioni, originale e doppiata), in fissa
nera con gli ABBA e talmente irritante da fare il giro su se stessa risultando
quasi simpatica. Del trio è la preferita della mia Wing-woman, giusto per
ribadire che a casa Cassidy, questo film è un’istituzione (storia vera).

“Sono gente strana questi Cassidy”, “Si, mi fanno un po’ paura”

L’ultima, ma non meno importante, la migliore in assoluto: Bernadette
una delle mitiche “Girls”, il primo vero gruppo di Drag Queen d’Australia, una
pioniera del settore, dignitosamente sul viale del tramonto come una Gloria
Swanson sotto ormoni, con la capacità di inchiodare chiunque al muro grazie
alla sua fulminante capacità di rispondere (il più delle volte male) alle
provocazioni, il tutto conservando la classe della vera signora.

Il fatto che questi tre diversi esempi di femminilità sopra
le righe, siano interpretati da tre grandi attori che ancora oggi è facile
riconoscere (per il grande pubblico) per i loro ruoli più Pop è indicativo
dello stato di film di culto di “The Adventures of Priscilla, Queen of the
Desert”. Guardare (o riguardare) questo film oggi, equivale a assistere ad una
delle migliori prove di Guy Pearce, uno che nel corso del tempo si è assestato
sul ruolo fisso dell’incravattato
doppiogiochista, ma che qui esibiva un grado di “stronzaggine” del tutto
diverso e decisamente più divertente sui tacchi di Felicia.

“Tatuaggi? Nolan? Hai sniffato la vernice rosa per caso?”

Mitzi ha le sopracciglia ad ala di gabbiano di Hugo Weaving,
alle prese con un ruolo di culto ben prima dell’agente Smith di Matrix che,
comunque, qui risulta meno “gaio” di quando faceva l’elfo in “Il signore degli
anelli”, sarà per via della parrucca con capelli lunghi che, per altro,
utilizzava anche dietro la maschera di V?
In ogni caso, Leo Ortolani nella sua parodia Tolkeniana, faceva “interpretare”
Re Elrond alla sua Cinzia, quindi non
devo essere stato il solo a pensare (male).

A completare e ad aggiungere ulteriore blasone ci pensa
Terence Stamp, uno che in carriera ha lavorato con tutti i più grandi registi
per tanti ruoli iconici, anche se il secondo più popolare (dopo Bernadette) era
il generale Zod di Superman II. Posso
dirlo? In uno scontro diretto, la transessuale avrebbe preso a calci nelle
palle il Kryptoniano in qualunque giorno della settimana, sorseggiando un
Martini.

Va dallo stesso parrucchiere di Giovanna Botteri, non poteva che essere cazzutissima!

Tre attori che il grande pubblico ancora oggi può facilmente
identificare in altrettanti cattivoni cinematografici, qui mettono su uno
spettacolo sopra le righe, travolgente tanto che nessuno di quelli che
incrocerà il tragitto di Priscilla, non potrà che esserne travolto. Si va dagli
aborigeni che finiscono a ballare con solo sulle note di “I Will Survive” di
Gloria Gaynor, fino agli incontri anche più assurdi, come il remissivo Bob
(Bill Hunter) e della sua scatenata signora, dopo il personaggio di Cynthia,
non potrete mai più guardare delle palline da ping pong con gli stessi occhi,
ma siccome sono in vena, ora vi rovino anche l’infanzia dicendovi che l’attrice
che la interpreta, Julia Cortez, nel tempo è diventata celebre anche per un
altro ruolo, quello di Rita Repulsa, la cattiva dei Power Ranger (storia vera).
Mentre siete impegnati ad immaginare i ranger più colorati della bandiera
arcobaleno alle prese con alcune palline sparata dalla strega, sia messo agli
atti che gli attori con trascorsi da super cattivo dell’immaginario, in questo
film sono quattro. Ma visto che i supereroi si sono infiltrati in questo post,
sappiate che “Priscilla – la regina del deserto” è uno dei primi film che io
ricordi (arrivato dopo Arma Letale 3)
che si gioca una scena dopo i titoli di coda, ben prima che i Marvel Studios
rendessero questa specialità un’abitudine (storia vera).

I pantaloni scampanati stanno bene solo ai marinai e alle Drag Queen.

“The Adventures of Priscilla, Queen of the Desert” procede
bello spedito tra improvabili momenti musicali e battute e battutacce piuttosto
divertenti, in una storia di presa di coscienza e accettazione di se stessi,
che sa giocarsi in modo non banale anche momenti seri. L’omofobia radicata in
un Paese “Macho” come l’Australia, ma anche in tutta la cultura occidentale
(anche se di fatto qui siamo dal lato opposto del globo) è il vero mostro che
le tre dive devono affrontare, ovviamente alla loro maniera.

Quando il loro mezzo di trasporto viene imbrattato da
scritte omofobe, loro lo dipingono di rosa shocking («Se pensi che starò qui a guardare Picasso lavorare
per l’azienda dei trasporti ti sbagli di grosso, tornerò con la cavalleria tra
poche ore»), una reazione che è una presa di posizione contro l’omofobia, in un
film che tra momenti comici (tanti) e momenti seri (brevi ma intensi), ricorda
a tutti che bisogna essere un vero uomo anche per indossare un vestito da
donna.

Non sapevo ci fossero anche gli struzzi in Australia.

Il finale non può che essere una celebrazione, per quanto
Terence Stamp, il migliore in campo del trio, sia abbastanza un palo quando si
tratta di ballare, “The Adventures of Priscilla, Queen of the Desert” mette in
chiaro che forse le nuove generazioni sono forse più pronte ad accettare
concetti allargati di famiglia e che per prima cosa bisogna sentirsi bene
dentro i propri panni, anche quando sono quelli da Drag Queen.

Come ,“Priscilla – la regina del deserto” è diventato
un culto anche sui palchi teatrali di tutto il mondo in versione musical, i
suoi pacchianissimi ed esagerati costumi sono stati premiati con l’Oscar,
generando anche tentativi di emulazione da parte degli americani, con il non
altrettanto riuscito “A Wong Foo, grazie di tutto! Julie Newmar” (1995), ma
soprattutto è un titolo che ci tenevo ad avere in questo mese, su questa Bara, per l’occasione in rosa, come la Cadillac di Eastwood o beh, Priscilla.

“Non sono gay, ma vorrei esserlo per il solo desiderio di far incazzare gli omofobici” (Kurt Cobain)
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