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Private Eye: La notte che bruciammo il cloud

L’investigatore
privato dei noir è una figura tipica della narrativa, un archetipo ben
delineato forse un po’ complicato da impiegare in maniera originale in una
storia targata 2017. A meno che a farlo non siano due talenti come Brian K.
Vaughan e il disegnatore Marcos Martin, che utilizzano proprio un investigatore
privato, per parlarci di un argomento molto odierno come la gestione dei dati personali
e delle informazioni informatiche.

Investigatore
privato in inglese si dice “Private Eye”, che oltre essere il nome del
protagonista del fumetto, è anche un gioco di parole, un occhio privato, che
scruta la vita delle persone, in questo caso la vita in rete delle persone. Perché
“Private Eye” inteso come fumetto, è un operazione post moderna che fonde noir
e sci-fi, in cui è possibile trovare riflessioni sulle nostre vite sempre più
web-connesse, ma anche un cattivone con un dirigibile che sembra uscito da un
fumetto Pulp degli anni ’30.

Un po’ di azione e una bella moto retro-futuristica.

Un fumetto che
unisce tradizione e modernità anche nel formato, nato come webcomic sul portale
Panelsyndacate, “Private Eye” è disegnato su tavole dal formato panoramico 16/9,
pensate proprio per essere lette su un tablet, sullo smartphone o su un PC. Ogni
numero composto da una trentina di pagine rigorosamente ad offerta libera
(quindi si, anche zero centesimi se siete particolarmente taccagni), una specie
di striscia a fumetti, ma pensata per l’era digitale. Un prodotto che nelle
intenzioni dei suoi autori non nasce per far soldi ma che ha comunque procurato
qualche Eisner Awards ai suoi creatori e che qui da noi la Bao Publishing ripropone
in volume anche lui panoramico, non comodissimo da leggere da di grande impatto
e cura nel formato.


In una Los
Angeles che potrebbe essere quella che vedremo tra qualche anno, Brian K.
Vaughan ci mostra una società che è sopravvissuta adattandosi al nuovo ordine
mondiale. Per certi versi il mondo di “Private Eye” è una società post apocalittica
nata dalle ceneri di quella precedente, come la Neo Tokyo di “Akira”, solo che
la bomba esplosa non è stata atomica, ma altrettanto distruttiva, l’esplosione
del cloud ha devastato la vita come la conosciamo.



Papa-paparazzi (scusate non ho potuto resistere!).

I protagonisti
ricordano tutti la vita quando esisteva ancora Internet, ma ricordano anche
quante vite sono state distrutte quando un attacco hacker ha reso disponibili a
tutti i dati sensibili. Dal cloud sono uscite fuori tutte le foto di dive nude
che potevate desiderare, ma anche tutti gli scheletri negli armadi virtuali, la
cronologia dei computer ha distrutto più, vite, professioni e famiglie di
qualunque altra cosa. In questo senso ho trovato riuscitissimo il nonno del
protagonista, un vecchio Hipster tatuato che a distanza di anni non ha ancora
superato la sua dipendenza da dispositivi che gli permettano di condividere,
mettere “Mi piace” e quant’altro, se per caso vi ricorda qualcuno che conoscete
(magari molto da vicino) è solo per farvi capire fino a dove questa storia può
spingersi.

Il nonno impegnato a giocare a “Call of duty” e il nipote a leggere, benvenuti nel futuro.

In questo
(coraggioso) nuovo mondo, il controllo privacy di Facebook è stato sostituito
da maschere e travestimenti, identità fittizie da utilizzare nella vita reale e
dietro cui mascherare vizi e virtù, una volta usavamo dei Nickname, avete
presente come quelli che si fanno chiamare con dei nomi immaginari tipo che so…
Cassidy? Ecco gentaglia del genere.

“Esatto Wendy. Tutti noi portiamo una maschera, metaforicamente parlando!” (Cit.)

In questa società
dove tutti vanno in giro mascherati, la sicurezza è affidata ai custodi delle
informazioni, ovvero i giornalisti, armati di macchine fotografiche che possono
paralizzare chi infrange la legge. Il loro contro altare sono quelli che fanno
contro informazione, paparazzi e investigatori privati come il protagonista,
che finisce con tutte le scarpe nel classico caso più grande di lui.


Brian K. Vaughan
mette in chiaro i modelli di riferimento, nell’appartamento del protagonista
fanno bella mostra di se i poster di film come “Il mistero del falco” (1941) e Blade Runner, ma le maschere e i “costumi”
di tutti i personaggi sembrano quasi una parodia alla mania dei super eroi che
dominano il mercato dei fumetti americani.

L’indagine del
protagonista si snoda in questo mondo dall’aspetto post moderno in cui anche la
figura del tosto investigatore privato, maschio, bianco e sciupafemmine viene rielaborata
da Vaughan, uno che già con il bellissimo SAGA
ha dimostrato di essere bravissimo a creare personaggi realistici non per forza
aderenti ai canoni del famigerato gender. Il nostro Private Eye, con la sua
pelle scura e gli occhi a mandorla sembra un personaggio perfetto per far
venire un infarto ad Adinolfi, il suo look poi lo caratterizza ancora di più,
mentre tutti indossano maschere, lui sfoggia un trucco sugli occhi degno di Michael
Stipe durante i suoi concerti, mentre il cappuccio sulla testa strizza l’occhio
(privato) al movimento “Black life matters”, però con una maschera disegnata
sulla nuca, come a suggerire al lettore che il protagonista è un dritto perché ha
gli occhi anche dietro la testa.

Per una volta non è un solamente un modo di dire.

In una storia di
fantascienza, costruire un mondo credibile e dettagliato intorno ai protagonisti
è estremamente importante, in “Private Eye” il compito è affidato a ottime
mani, quelle del disegnatore Marcos Martin, che ho già avuto modo di ammirare
sulla pagine di “The Amazing Spider-Man” ma anche di “Daredevil” e che trovo
davvero geniale nel suo modo di costruire le tavole.

Martin sfrutta
alla grande il formato widescreen per le scene d’azione, ma con la stessa
maniacale cura per il dettaglio ci regala dettagli di un mondo
retro-futuristico, in cui i protagonisti fuggono su una versione aggiornata
della vecchia Fiat 500, oppure dove l’elisoccorso porta il nome dell’ospedale
da cui è decollato, lo Schwarzenegger Hospital.



“Sì, l’abbiamo aero-trasformata all’inizio del XXI secolo” (Cit.)

Insomma “Private
Eye” è un ottima lettura, capace di sollevare riflessioni al lettore, i dieci
numeri che compongono il volume filano via che è una meraviglia, fino al climax
finale che però mantiene vivo il dubbio attorno alla rete, la tecnologia ci ha
liberati oppure resi schiavi? Senza staremmo davvero meglio? trovo sempre
affascinante quando l’arte solleva questo tipo di domande e spero non vi sia
sfuggita l’ironia di fondo: Un fumetto venduto su Internet che parla della fine
dell’era di Internet. Brian, Marcos, siete due diavolacci! 

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