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Psycho (1960): fare la doccia, non è mai più stato lo stesso

Quando i giornalisti hanno la possibilità di intervistare John Carpenter, il più delle volte finiscono per chiedergli le solite quattro domande su Halloween, il suo tema musicale e il fatto che il film abbia dato il via al genere Slasher. Il Maestro, pragmatico come al solito il più delle volte taglia corto e lapidario conclude: «Lo Slasher lo ha creato Alfred Hitchcock con Psycho.»

Cosa si può ancora scrivere di una pietra miliare come “Pyscho” (in Italiano reso anche come “Psyco”, sacrificando quella lettera “H” che avrebbe mandato in crisi la nostra capacità di pronuncia), a sessant’anni dalla sua uscita? Non credo poi molto, non dopo l’infinità di saggi, libri e interviste di François Truffaut sull’argomento. Quindi, mettetevi nei miei panni (non quelli della signora Bates), siamo di fronte ad un film che ha cambiato la storia del cinema per sempre, l’unica cosa che posso fare di davvero originale è dargli il benvenuto tra i Classidy!

Dopo due titoli leggerissimamente famosi e fondamentali come “La donna che visse due volte” (1958) e “Intrigo internazionale” (1959), Alfred Hitchcock era alla ricerca di una storia da portare sul grande schermo. In quel periodo, il maestro del brivido era a contratto con la Paramount per tre film, ma prima di passare alla Universal, sfogliando il New York Times scoprì il titolo del romanzo di Robert Bloch, “Psycho” (1959), pubblicato inizialmente in Italia con il titolo “Il passato che urla”. Una storia liberamente ispirata alle vite e le opere gli omicidi di Ed Gein, un simpaticone che con la sua particolare versione del bricolage casalingo è diventato nel tempo materiale da cinema. Negli anni Gein ha ispirato dei classici della paura come “Il silenzio degli innocenti” (1991) e Non aprite quella porta, ma è stato zio Hitch a portarlo per primo al cinema, un’altra tacca sulla cintura di questa pietra miliare.

La storia di un assassino seriale con la fissa per la tassidermia?! Alla Paramount si mettono le mani nei capelli, questo film è perverso non possiamo produrlo. Hitchcock, vanesio e testardo, gradiva un no come risposta, più o meno come chiunque potrebbe gradisce il cameriere che ti porta via il dolce da sotto il naso, quando ne hai ancora più di metà da mangiare, quindi mette le corna a terra e trova il modo di convincere la Paramount giocandosi il chiavistello che apre tutte le porte del mondo: soldi.

Guardate i titoli di testa, ma io lo so che nella vostra testa sentite solo Bernard Herrmann.

Hitchcock con la sua Shamley Productions, sfornava episodi di “Hitchcock presenta” per la tv al ritmo di una grande fabbrica, un film come “Psycho” avrebbe potuto produrlo con la miseria di ottocento mila fogli verdi con sopra le facce di altrettanti ex presidenti defunti, la Paramount doveva solo occuparsi di distribuirlo nelle sale. Un affare visto che il film portò a casa 50 milioni degli stessi fogli verdastri, il più grosso successo commerciale della carriera di zio Hitch (storia vera).

La sceneggiatura scritta da Joseph Stefano, ha apportato alcune modifiche al romanzo originale di Robert Bloch, non solo sull’aspetto di Norman Bates che passa dall’essere un tozzo e rosso bevitore accanito al dinoccolato e rassicurante (ad una prima occhiata) Anthony Perkins. Nel romanzo, inoltre, alcune soluzioni sono tipiche di una storia scritta, utilizzando solo le parole Bloch conserva il colpo di scena intatto per il finale, Hitchcock, invece, non può nascondersi, il cinema è basato sulle immagini e il maestro del brivido con la sua lunga gavetta nel cinema muto lo sa bene, per questo “Psycho” è un capolavoro della settima arte, perché è un film dove a primeggiare sono la regia, il montaggio, la fotografia e la colonna sonora, tutti gli aspetti più puramente tecnici della realizzazione di un film.

Zio Hitch parlava alle sedie vuote ben prima di Eastwood (ma nessuno si è mai lamentato)

Se siete appassionati di cinema avrete sicuramente letto il fondamentale “Il cinema secondo Hitchcock” di François Truffaut (testo sacro), dove zio Hitch, con malcelato orgoglio, conferma che del soggetto di “Psycho” non poteva importargli davvero di meno, ma se il film ha funzionato non è stato per via di una grande interpretazione (anche se Anthony Perkins è passato comunque alla storia), quello che ha smosso il pubblico è stato il film puro, la pura arte cinematografica.

Visto che mi sono messo in testa di affrontare una pietra miliare in circolazione da sessant’anni, mi sembra ridicolo dovervi mettere in guardia sulle anticipazioni e le svolte della sua trama, mi auguro abbiate trovato 109 minuti della vostra vita per fare visita al Bates Motel, ma se nel caso così non fosse, cosa cazzarola perdete tempo a leggere me, correte a vedermi il film mi ringrazierete dopo.

“Psycho” è un continuo gioco tra zio Hitch e il pubblico, non lo considero nemmeno il mio film di Hitchcock preferito, ma è sicuramente quello che ha dato il via a tutto il cinema che preferisco in assoluto, senza “Psycho” non avremmo avuto decenni di Slasher, non avremmo avuto quella tensione che Spielberg ci ha regalato con Bruce e non avremmo nemmeno avuto tutte quelle pellicola che mi fanno impazzire, quelle che iniziano come se appartenessero ad un genere, per poi svoltare di colpo e abbracciarne un altro, vi cito Predator solo a titolo di esempio.

La battuta più in voga nel 1960 riguardo a questa scena? Solo John Gavin era a torso nudo, quindi solo metà del pubblico ha potuto godersi la scena al meglio (storia vera)

Come tanti film di Hitchcock, “Psycho” comincia con un’inquadratura che parte dal grande (la città di Phoenix, l’11 dicembre 1959, dove nessuno indossa il cappotto perché in Arizona fa caldo anche a Natale) per arrivare al piccolo, una stanzetta dove si consuma uno dei tanti fugaci incontri amorosi tra la bella segretaria Marion Crane (Janet Leigh, Scream Queen mamma di un’altra regina dell’urlo come Jamie Lee Curtis) e l’imprenditore Sam Loomis (John Gavin). I due, oltre che ballare il mambo del materasso sono in ballo per un affare da quaranta mila dollari da consegnare in banca, affidati alla responsabile e affidabilissima Marion che, infatti, con quel denaro parte per tutt’altra destinazione. Il piano è una vita con il suo amato, ma per realizzarlo Marion deve guidare con i soldi in auto e senza nessun avviso per noi spettatori, il gioco di zio Hitch è già cominciato.

Non so voi, ma ho l’ansia io per lei. Ho paura che mi becchino mentre scrivo le didascalie!

“Psycho” è il film con cui Hitchcock ha aperto al futuro, portando in scena soluzioni visive più moderne rispetto ai suoi lavori precedenti, se in passato tra Marion e Loomis (il cognome potrebbe ricordavi qualcosa) avrebbe mostrato giusto un casto bacio, qui Janet Leigh nella prima scena è in reggiseno, gli anni ’60 sono alle porte e zio Hitch si dimostra pronto per il nuovo pubblico decisamente più scafato, l’opera del maestro del brivido inizia con piccoli suggerimenti (l’ora dell’incontro tra i due amanti, suggerisce che Marion salti il pranzo per vedere il suo uomo) e termina con un’aggressione quasi fisica alle cornee degli spettatori che di sicuro nel 1960 non erano pronti per quello che Hitchcock stava per lanciare loro addosso.

Tutto il primo atto di “Psycho”, ma anche buona parte del secondo è un thriller su una bionda hitchcockiana in fuga, come sempre il regista fornisce al pubblico più informazioni di quelle di molti personaggi nel film, quindi, quando Marion viene fermata da un poliziotto, noi sappiamo della valigia con i soldi e siamo in tensione per lei, perché questi 40 mila fogli verdi sono il MacGuffin che mette in moto la storia, ma è con la deviazione al Bates Motel che il film cambia genere.

Ai Bates è andata di classe, nel 1960 non esisteva Tripadvisor (una stellina!)

A ben guardare, “Psycho” è il padre nobile di molti film dove i protagonisti compiono una deviazione sbagliata e finiscono nelle mani di pazzi maniaci, “Un tranquillo weekend di paura” (1972), Le colline hanno gli occhi e Non aprite quella porta sono arrivati tutti dopo, con la differenza che il Norman Bates di Anthony Perkins è un ragazzo di bell’aspetto, educato e tutto a modino, non brandisce una motosega e non indossa maschere fatte di pelle umana, ma gli indizi ci sono tutti, dalla sua passione per la tassidermia alla frase «mia madre è innocua come uno di quelli uccelli impagliati», anzi, a voler essere pignoli, il cognome della ragazza Crane, anche quello indica un pennuto (la Gru) giusto per far capire la brutta aria che tira, ma sono tutti dettagli che diventano più chiari nelle visioni successive della storia, dopo il colpo di scena quando il giallo è stato svelato e risolto.

“Psycho” comincia con un piccolo atto di immoralità (il tradimento di Marion), continua con uno più grande (il furto dei soldi) e come un sassolino che rotola da una montagna diventa una valanga che trascina lo spettatore in un mondo di perversione fatto di brutali omicidi e schizofrenia del tipo peggiore, il modo in cui zio Hitch ci sfila il tappeto da sotto i piedi sullo schermo è arte allo stato puro, ma se vogliamo anche arte dello spaventare.

«Ho un brutto presentimento», «Riguardo a cosa?», «Sento come se un giorno Ezio Greggio e Gus Van Sant rifaranno questa scena»

Quando Norman Bates sposta un quadro per spiare la bella Janet Leigh nei suoi preparativi di fare la doccia, quello è il momento esatto in cui l’attenzione del pubblico si sposta, non sulle curve della Leigh, lì si sono assicurati di non mostrare nulla di sconcio per il pubblico del 1960, quanto più che altro verso Norman Bates. In realtà, per due terzi del film anche noi non abbiamo fatto altro che spiare Marion sperando nei nostri cuoricini che la bionda riuscisse nella sua impresa criminale, un piccolo peccatuccio da spettatori, una cosetta da niente fatta in nome dell’intrattenimento, l’unico modo per alzare la posta da qui in poi è iniziare a tifare per qualcuno di ancora più “sporco” e criminale di Marion, nel corso del film zio Hitch riesce a pilotare le emozioni del pubblico più di una volta con grande maestria. Ed ora, care lettrici e cari lettori, se avete una divinità di preferenza pregatela per me, perché sto per affrontare una delle singole scene più famose della storia del cinema… Fiiu! Sotto, siamo in ballo balliamo!

La scena della doccia di “Psycho”, i 45 secondi che hanno cambiato la settima arte per sempre, il cinema non è mai più stato lo stesso dopo quella scena, nemmeno fare la doccia è mai più stato lo stesso a dire la verità, Wes Craven nel 1984 avrebbe avuto successo con la vasca da bagno, ma la strada era già stata spianata da zio Hitch nel 1960 che ha saputo togliere quella sicurezza ad un momento intimo e rilassante come solo una doccia a fine giornata può essere.

La mia reazione quando devo affrontare una delle scene più famose della storia del cinema (oppure quando aprono l’acqua mentre sto facendo la doccia)

Sette giorni di riprese, settanta posizioni di macchina da presa e anche un bellissimo busto scolpito sulle grazie di Janet Leigh che sprizzava sangue da tubicini di gomma a comando che zio Hitch non ha nemmeno voluto utilizzare (storia vera). Della bella Leigh nella scena si vedono solo mani, viso e spalle, il resto di quello che vediamo è il corpo di una modella, inquadrata spesso anche a rallentatore, per assicurarsi che nessuna parte tabù del corpo si vedesse nelle singole inquadrature. Qui Alfred Hitchcock mena il suo colpo più duro e lo fa alla grande, il gioco del gatto con il topo iniziato da zio Hitch al primo minuto della pellicola raggiunge il suo apice in una scena che viene percepita di una violenza inaudita, quasi se fosse stata girata come una scena di stupro, quando in realtà il coltello della signora Bates non tocca mai il corpo. Un’illusione di violenza che per certi versi è puro cinema, ma con cui Hitchcock ha dovuto fare a capocciate con i censori, pronti ad affettare non Janet Leigh, ma il suo film (storia vera). Il tema musicale di Bernard Herrmann diventa un alleato potente quanto il montaggio, quei suoni stridenti sembrano dare il ritmo alle coltellate, un tema musicale che conoscono TUTTI, anche quei sette o otto che non hanno mai visto questo film e che nel tempo è diventato la colonna sonora della paura, il trionfo della tecnica cinematografica su tutto, anche sulla cultura popolare. Sono uscito vivo dal descrivere i quarantacinque secondi più famosi della storia del cinema? Ringrazio le vostre divinità, ma non ho ancora terminato il mio lavoro.

Ehi tu porco levale le mani pupille di dosso (quasi-cit.)

Eros e Thanatos scorrono potenti in “Psycho”, parafrasando un altro classico, noi desideriamo ciò che vediamo ogni giorno, avrebbe detto il dottor Lecter, è lo spiare di Bates che determina il nostro patteggiare, prima per Marion e poi per il giovane albergatore, ma è il suo spiare la bionda a risvegliare i suoi istinti liberando così la signora Bates, questo è anche il motivo per cui Alfred Hitchcock imponeva ai cinema che proiettavano “Psycho”, di non far entrare in sala nessuno spettatore a film iniziato, qualunque altro regista avrebbe affidato ad una grande attrice come Janet Leigh, il ruolo della sorella di Marion, quella che arriva ad indagare e in qualche modo risolve il mistero, zio Hitch no, perché nessuno si sarebbe mai aspettato di veder morire l’attrice più famosa della pellicola a tre quarti di film ed anche questa è una mossa che ha fatto scuola, quella che sembra la protagonista e che invece viene uccisa, mi tocca citare ancora zio Wes Craven a titolo di esempio della lezione insegnata al mondo del cinema da Hitchcock.

Ma con la morte di Marion il film decisamente non finisce anzi, il gioco del gatto con il topo tra Hitchcock e il pubblico continua con più slancio che mai. Ora come spettatori siamo invischiati, quando Norman Bates pulisce tutto un po’ patteggiamo per lui perché vogliamo capire di più del mistero di sua madre, quando l’auto di Marion smette improvvisamente di affondare nella palude dove il ragazzo la getta (un ottimo modo per rappresentare la discesa nell’subconscio del tormentato protagonista) sobbalziamo sulla poltrona e quando l’investigatore Milton Arbogast (Martin Balsam) arriva ad incalzare Norman con le sue domande, d’istinto abbiamo quasi voglia di urlargli: «Smettila di tormentarlo!», anche se Balsam rappresenta l’autorità, la legalità, insomma, ormai ci siamo dentro con tutte le scarpe anche noi.

Soluzioni di regia ardite per giocare a terrorizzare il pubblico.

Se Robert Bloch tra le pagine del romanzo, poteva permettersi di far dialogare Norman e sua madre, Hitchcock deve trovare soluzioni più articolate per mantenere l’illusione, ma senza farci sospettare. La scena dell’omicidio di Martin Balsam ne è il perfetto esempio, un’inquadratura sull’attore che sale le scale con un primo piano insospettabile e poi la macchina da presa piazzata molto in alto sul pianerottolo, tanto da non avere nemmeno il tempo di chiederci come mai non si veda il volto della signora Bates, perché subito dopo arriva la coreografica caduta dalle scale di Balsam (ottenuta inquadrando l’attore davanti ad uno sfondo finto che scorreva dietro di lui. Storia vera), una scena bellissima, ma che non ha un grammo della violenza della scena della doccia, non ne ha bisogno, ormai zio Hitch ci ha mostrato quello che il suo assassino è in grado di fare, infatti (a differenza del libro) la storia diventerà sempre meno violenta, anche se come spettatori abbiamo la sensazione di discendere sempre più nella follia.

La faccia di chi sta pensando: “Lo sapevo che avrei dovuto usare l’ascensore”

Lo scantinato di “Psycho” era il sotterraneo più pauroso della storia del cinema, prima della discesa nella botola di Evil Dead, non è un caso se in entrambi i film un’inquadratura su una lampadina sia diventata iconica, anche Sam Raimi ha imparato qualcosa dal maestro del brivido. Nel finale di “Psycho” troviamo già tutto: Vera Miles anticipa di trent’anni Clarice Starling nel buio da sola contro Bufalo Bill, mentre la signora Bates sulla sedia a dondolo è un antipasto dei “lavori in pelle” di Leatherface.

Guarda come dondolo, Guarda come dondolo…

Violenza senza nemmeno una goccia di sangue (e qui è Carpenter che è diventato a sua volta Maestro imparando da zio Hitch), perversioni di ogni sorta portate sul grande schermo, “Psycho” è il padre nobile di tutto il cinema horror che sarebbe arrivato dopo di lui, la scena finale con il primo piano di Anthony Perkins e la voce fuori campo, resta uno dei finali più grandiosi e sinistri della storia del cinema.

No, sul serio, non si può dire davvero nulla di nuovo dopo sessant’anni dall’uscita di un film che ormai è così strettamente legato al tessuto sociale dell’intera cultura popolare. Se “La donna che visse due volte” (1958) e “Intrigo internazionale” (1959) erano due lavori in cui il colore era utilizzato in maniera abbondante e anche espressiva, con “Psycho” Alfred Hitchcock ha avuto l’intuizione di tornare al bianco e nero, perché aveva capito che la sua storia era già molto forte così e proprio quel bianco e nero, lo rende un film senza tempo, saranno cambiate le automobili e il nostro modo di vestire, ma la paura che questa lenta discesa nella perversione sa generare, quella resterà immutata di sicuro per altri sessant’anni e forse più.

Di mamma ce n’è una sola (per fortuna!)

La vera misura dell’immortalità di questo film, non sono i soldini portati a casa, ma il quantitativo esagerato di film che hanno imparato a spaventare usando le lezioni di “Psycho”, alcuni li ho elencati, ma vogliamo parlare delle parodie? Sono convinto che Ezio Greggio sia riuscito a convincere tutti quegli attori e registi così famosi, a comparire nel suo “Il silenzio dei prosciutti” (1994) solo perché tutti avevano capito quanto fosse una dichiarazione d’amore per “Psycho”, inoltre ricordate la regola: se ti citano i Simpson, vuol dire che sei qualcuno e questo film è stato omaggiato nella serie creata da Matt Groening non in uno, non in due, ma in otto episodi diversi (storia vera), questa è vera grandezza!

Concludo qui, tanto in sessant’anni non saranno certo le mie “caSSate” ad aggiungere qualcosa ad un titolo che è patrimonio dell’umanità, non posso andare oltre dove ha volato François Truffaut, ma ispirandomi a lui non posso altro che dichiarare la mia passione sconfinata per questo film… Auguri “Psycho”, sei ancora la lezione di cinema più paurosa della settima arte!

Ed ora che ho concluso questa maratona, mi merito una rilassante doccia calda… Arrrrrgghhhhhh! ZAN! ZAN! ZAN!

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