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Punto di non ritorno (1997): Una fottuta bara volante

Ci sono tanti pronti a giurare che Paul W. S.
Anderson sia il male assoluto e mentre aspetto di vedere il nuovo “Resident
Evil: The Final Chapter”, facciamo un salto indietro nel tempo usando il motore
creato dal dottor Weir, per parlare di un film che compie vent’anni.

Paul W. S. Anderson verrà sempre ricordato
come un tamarro dal rallenti facile, incapace di raccontare una storia e
dipendente dalle esplosioni, quando lascerà questa valle di lacrime, molti giornali
titoleranno “ERA ORA!” e poi sotto, in piccolo: “Morto il regista di Resident
Evil”. Che poi, a ben guardare, il capitolo più solido della saga non è nemmeno
diretto da lui, ha la sfiga di avere un nome troppo simile a quegli altri due
Anderson ed è anche uno che quando morde il freno, riesce a fare solo peggio
(Pompei, 2014), in più quando la mattina si sveglia, nell’altra metà del
letto trova sua moglie Milla Jovovich, quindi è anche normale che poi la gente
rosichi.
Ci sono appassionati di cinema che
preferirebbero fissare un topo morto per due ore, piuttosto che spendere lo
stesso tempo guardando un film di Anderson, perché tanto odio? E’ sempre stato
così? Ha fatto solo film pessimi? Chi ha costruito le piramidi? Sono stati gli Yautja? I Templari? E ai Templari, piacevano i film di Paul W.S. Anderson?



Magari tutti lo odiano, ma Paul ha trovato un buon modo per consolarsi.

Nella filmografia di Anderson, ci sono almeno
due titoli di cui non si parla quasi mai: il primo è “Soldier” (1998) solido
film di fantascienza, quadrato come la mascella del suo protagonista, Kurt
Russell. L’unico film ad oggi, che è quasi un seguito di “Blade Runner” o, per
lo meno, è ambientato nello stesso universo narrativo e che non ha provocato
nessun travaso di bile agli appassionati del film originale, anche perché molto
probabilmente non sospettano nemmeno della sua esistenza. “Soldier” non è un
filmone, ma è sicuramente imperdibile per i fan di Kurt “Ingrugnato” Russell.

L’altro film incompreso e ingiustamente
dimenticato? Facilissimo: “Punto di non ritorno” o “Event Horizon” come da titolo
originale, per altro, uno dei pochissimi casi in cui il titolo italiano, pur
non c’entrando apparentemente un’infiocchettatissima e rischiando di passare
per uno di quei film con Steven Seagal che passano su Italia 1, riesce, comunque,
ad azzeccare l’atmosfera generale della pellicola, ma su questo punto e il suo
doppiaggio, vi invito a leggere il parere degli esperti.



“Dannati circuiti stampati Pentium del 1997!”.

“Event Horizon” è un film anomalo, il
risultato di una storia produttiva a dir poco travagliata, iniziata con lo
sceneggiatore Philip Eisner, incastrato in un contratto per firmare più
sceneggiature, ma affetto da un blocco dello scrittore, frutto probabilmente di
una grossa tragedia familiare di cui è stato protagonista. Nel tentativo di
scuotersi e rispettare la scadenza, butta giù la sceneggiatura di “Event
Horizon” e per spiegarla ai tipi della Paramount la descrive come una specie di
Shining, però ambientato nello spazio, m’immagino i capoccia con gli occhi a
forma di dollaro stile cartone animato alla notizia.

Per dirigere il tutto, viene chiamato proprio Paul
W. S. Anderson che accetta perché nella sceneggiatura c’è parecchia violenza
e lui, ormai, è allergico al PG-13 dopo la brutta esperienza con “Mortal Kombat”
(1995), proprio per la stessa ragione, Anderson rinuncia alla regia di Alien3 e a quella del primo X-Men, insomma, proprio come i
protagonisti del film, Anderson s’infila nei casini con le sue mani.
Il cast è di prim’ordine, ci sono Joely
Richardson e Jason Isaacs (già presente anche in “Soldier”), ma anche Laurence
Fishburne e Sam Neill e, siccome è un film degli anni ’90 e lui è il più
grande attore degli anni ’90 che ruolo interpreta? Uno scienziato, perché l’archeologolo aveva già fatto.



“In quanto più grande attore degli anni ’90, devo spaziare in tutti i campi della scienza”.

La Paramount, però, vuole vedere il girato di
Anderson, il cui primo montaggio è un mostro della durata di quasi due ore, di
cui 40 minuti interamente composti di violenza assortite di ogni tipo: gente
sbudellata, sangue, uomini sodomizzati con oggetti impropri, omini che si
strappano gli occhi, scene di autisti che cercano un parcheggio in centro il
sabato pomeriggio, insomma l’orrore assoluto. Qui siamo ben oltre il rischio di
divieto ai minori di 18 anni, quindi il film viene ridotto a 92 minuti epurati
di quei 40 violentissimi, il visto censura è salvo, ma il film è un flop al botteghino
lo stesso. Trama e poi vediamo il perché.

“Quella voragine larga chilometri è un buco nero?”, “No signore, è il flop fatto da questo film”.

Anno 2047, sulla Terra arriva il segnale di
soccorso della nave Event Horizon, il top di gamma delle nave spaziali, ormai
dichiarata dispersa da sette anni e ritrovata alla deriva nell’orbita del
pianeta Nettuno. Un gruppo scelto, guidato dal capitano Miller (Laurence
Fishburne) a bordo della nave Lewis and Clark, parte per investigare, insieme a
militari, anche il Dottor William Weir (Sam Neill), il creatore del prototipo
rivoluzionario di motore che permette alla Event Horizon di coprire distanze
siderali in pochissimo tempo, come fa? Vola a velocità ridicola come in “Balle
Spaziali”? No, anche se sarebbe stato divertente, diciamo che il motore a bordo
è in grado di creare un tunnel spazio-temporale che unisce due punti opposti
nell’universo, ma se della mia sommaria spiegazione non ci avete capito niente,
tranquilli, perché nel film Sam Neill, usando una penna e il paginone centrale
con la foto di Miss Marzo 2047 c’illumina, per altro, la stessa identica scena
dello spiegone con il foglio di carta piegato, è stata presa di peso con tutte
le scarpe e riciclata uguale in “Interstellar” di Nolan, però senza Miss Marzo
2047.

“Questo origami lo dedichiamo a Matthew McConaughey”.

La Event Horizon vaga silente, senza nessuna
attività a bordo, se non i cadaveri dell’equipaggio che galleggiano a gravità
zero, insomma, sarà stata anche la migliore nave spaziale della galassia, ma
ora sembra proprio una bara volante. Dopo aver attraversato un buco nero ed
essere tornata, l’unico indizio di quello che è accaduto sono i messaggi
registrati dal precedente equipaggio, urla disumane e frasi in una lingua che
il computer non riesce a decifrare, una lingua assurda, incomprensibile,
misteriosa… Il latino!

Ora, io non sono mai stato una cima in niente
in vita mia, inoltre mi sono pure diplomato all’ITIS e quindi non ho mai
studiato il latino, quindi mi butti lì due Higitus figitus abra kazè e mi
prendi per il naso facile, però trovo abbastanza assurdo che un computer non
sia in grado di decifrare il latino, il latino! Avessero detto: “Non riesce a
decifrare il bergamasco” avrei potuto capire, ma il latino cavolo, l’unica
spiegazione che mi sono dato è che tutto l’equipaggio (tranne il dottore) e il
programmatore del computer si fossero diplomati all’ITIS, parafrasando il già
citato “Balle Spaziali” m’immagino Miller che sbotta: “Lo sapevo, sono
circondato da periti!”. Che poi a ben pensarci è vero, a bordo è pieno di gente
perita malamente.



“Ci sono ancora molti altri periti su questa nave?!” (Quasi-Cit.)

Invece, sapete chi ha fatto le scuole alte e
può parlarvi davvero degli errori dell’uso del latino nel film? Il Zinefilo e Doppiaggi Italioti, loro
sono i professionisti, io al massimo faccio le sgommate con il golf cart mentre
porto le mazze.

Ricapitoliamo: una nave risponde ad un
messaggio di aiuto (Alien), portando a bordo un gruppo di militari (Aliens – Scontro finale), una volta lì tutti iniziano ad avere sogni e strane
visioni dei loro parenti defunti (Solaris) e quando si scatena il casino,
diventa un massacro grondante sangue alla Clive Barker (Hellraiser), a questo
aggiungete che ad ogni piè sospinto Anderson cita visivamente Stanley Kubrick, “2001:
Odissea nello spazio” su tutti, ma c’è anche una cascata di sangue presa di
peso dalla scena dell’ascensore di Shining. Mettiamola così: non è l’originalità
il punto di forza del film, dovreste averlo intuito, se la sceneggiatura ci
avesse fatto affezionare di più ai personaggi, il tutto sarebbe risultato ancora
più efficace.



Certo che ogni tanto, una citazione ad un film di Kubrick potresti anche farla no?

Nella parte iniziale Anderson sa creare l’attesa
di un disastro imminente, lo fa sfruttando tutto il suo talento visivo per
creare un atmosfera opprimente, fatta di corridoi claustrofobici ed ingranaggi
rotanti che preservano l’equilibrio della nave vero, ma sembrano tanto dei tritacarne
umani. La prima mezz’ora è visivamente ben fatta e gli effetti speciali sono
invecchiati piuttosto bene.

Per Alien vs. Predator, Anderson ha detto di
essersi ispirato al romanzo “Alle montagne della follia” e anche in questo
film il solitario di Providence non manca, c’è proprio un’idea Lovecraftiana
alla base: la scienza vista come la chiave per aprire la porta all’orrore,
scienziati troppo curiosi che hanno raggiunto l’orizzonte degli eventi (o il
punto di non ritorno), precipitando in un universo nuovo fatto di male puro.



Tipo i sogni che fa Marilyn Manson dopo aver mangiato la peperonata.

Ad un certo punto, al pari della nave, da
spettatori galleggiamo alla deriva da un genere all’altro, la svolta horror può
essere radicale, ma non mancano gli indizi, il design della Event Horizon è
stato ispirato dalla cattedrale di Notre Dame e questo ve lo posso spiegare
anche io che ho fatto l’ITIS: cosa vi ha detto la vostra insegnate di
educazione artistica alle medie al primo giorno di lezione? Che le chiese
cattoliche sono costruite con una pianta a forma di croce, provate a dire che
forma ha la Event Horizon?



Questa è talmente facile, che la possono capire anche i rimandati dell’ITIS.

Per mostrarci questo orrore ad Anderson non
servono nemmeno più quei famigerati 40 minuti tagliati, gli basta prendere solo
alcuni fotogrammi tratti dalla scene censurate per suggerire l’orrore, la
miglior tecnologia creata dall’umanità, ha portato l’uomo all’origine stessa
del male, in un universo che farebbe sembrare un quadro di Hieronymus Bosch una
tavola di “Dov’è Wally?”.

L’obbiettivo era alto: mostrare un male
talmente mefistofelico da risultare inimmaginabile e, quindi, infilabile, alla
pare di H.P. Lovecraft che scriveva di orrori indescrivibili, salvo poi
descriverli davvero, come la puoi fare al cinema una cosa del genere se non ti
chiami John Carpenter? Infatti, nel
finale Anderson si mette in scia a Clive Barker, ma quei 40 minuti andati
perduti sul tavolo della sala di montaggio, per una volta, non sono un limite, ma
un vantaggio: l’orrore suggerito è sempre più spaventoso di quello mostrato.



“Signori produttori siate buoni, chiudete un occhio sulla violenza”.

“Punto di non ritorno” è un’anomalia, è troppo
sfacciatamente horror e non abbastanza originale per piacere agli appassionati
di fantascienza, un film che sussurra Lovecraft e magari pure qualche parola
satanica pronunciata al contrario ed è sicuramente un’anomalia all’interno della
filmografia di Paul W.S. Anderson, un’anomalia degna di attenzione, per una
volta.

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