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Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975): Ribelle senza causa (e senza sosta)

Lo scorso 13 di aprile ci ha lasciati il grande Miloš Forman,
avrei voluto scrivere qualcosa, ma siccome stavo in mezzo agli scatoloni del
trasloco sono andato un po’ lungo, motivo per cui mi sembra il caso di rendere
omaggio al grande regista e di far tornare in auge una rubrica che, sempre per
via delle scatole, ha un po’ latitato: Cassidy cover your favorites!

È stato Vincenzo Bigonce a richiedere questo film, sarebbe
stato carino accontentarlo in occasione più lieta, ma purtroppo la vita fa
quello che vuole, quindi diamoci dentro, anche perché il film è uno dei miei
preferiti. Sì, ok, lo so che uso questa frase tipo quattordici volte a settimana,
ma è così sul serio!

Fine degli anni ’60, Ken Kesey è un ragazzone con due grandi
passioni nella vita, la scrittura e la sperimentazione di certi quadretti acidi
che messi sotto la lingua ti fanno vedere tutta una serie di cosette strane,
una passione così trascinante per la mescalina e LSD che lo spinge a offrirsi
come volontario per le sperimentazioni della CIA sugli effetti delle sostanze
psicoattive sul cervello umano. Come finisce? Ve lo dico citando Elio:
Psichedelica, tutti i neuroni ti porti via…

Ken Kesey, uno che è volato in posti in cui nemmeno Timothy Leary andrebbe mai.

Kesey non sviluppa super poteri, non diventa nemmeno uno
Scanners, ma le ore passate in ospedale a parlare con altri pazienti, più o
meno sotto acido quanto lui, lo fanno arrivare ad una conclusione: i
pazienti, etichettati come “Pazzi” sono quasi tutti individui rifiutati dalla
società e parcheggiati per comodità sul nido del cuculo, uno dei tanti modi di
dire Yankee per indicare chi è fuori di testa, in modo che non facciano danni.

Nel 1962 Kesey pubblica il romanzo frutto di questa
esperienza, s’intitola “One flew over the cuckoo’s nest” e in un tempo
ridicolmente breve diventa un clamoroso successo editoriale, sapete chi perde
la testa per il libro? Robetta, solo uno dei più famosi attori della storia del
cinema: Kirk Douglas.

Il vecchio Kirk a teatro, nei panni di McMurphy.

Douglas s’innamora così tanto della storia da arrivare ad
interpretare il ruolo del protagonista Randle Patrick McMurphy, a teatro,
ma la sua fissazione è quella di farne un film, anche se sa di essere ormai
troppo vecchio per la parte, quindi passa i diritti per la produzione del film
al figlio Michael Douglas, al grido di: “Toh! Ragazzo, roba per te”.

“Non posso passare direttamente alla bionda con il rompi ghiaccio invece? No? Mi tocca…”.

Ora, io lo so che siamo tutti un po’ abituati a pensare a
Michael Douglas come uno che passa il suo tempo a fare sesso con donne molto
più giovani di lui, oppure a pettinarsi i capelli come coach Pat Riley, però la
carriera di produttore di Michael Douglas è iniziata davvero così e forse per
il fatto che era ancora troppo giovane, per spassarsela con signora più giovani
di lui, al nostro Michael viene l’intuizione giusta, per la regia di questo
film ci vuole Miloš Forman. Vi lascio immaginare a quanti decibel sia arrivato
il «CHIIIIIIII?» strillato dai produttori.

Miloš Forman arrivava dalla nomination all’Oscar come
miglior film straniero per il suo satirico “Al fuoco, pompieri!” (1967) e da
alcuni film nella sua nativa Cecoslovacchia, l’attuale Repubblica Ceca, uno che
per età anagrafica ha avuto la sfiga di fare ancora in tempo a beccarsi le
ultime manovre di Hitler nel Paese, ma anche le espulsioni dei non comunisti
dal governo e i vent’anni di guida stalinista. Insomma, uno che i totalitarismi
li ha conosciuti fin troppo bene e se nel 1968 l’aria nel Paese natale di Forman
cambiava grazie alla primavera di Praga, Miloš stava per portare la stessa
ventata di libertà nel cinema americano, cosa che poi avrebbe fatto per il
resto della carriera, dagli hippy di “Hair” (1976), passando per il talento
ribelle e fuori dagli schemi di “Amadeus” (1984) per arrivare ai provocatori
scomodi come Larry Flynt (“Larry Flynt – Oltre lo scandalo” 1996) ed Andy
Kaufman (“Man on the Moon” 1999), ma tutto inizia con Randle McMurphy per il quale,
però, non è ancora stato trovato un attore.

Uno che qualche ribelle in vita sua lo ha anche raccontato, in linea di massima.

Ricapitoliamo: abbiamo il libro scritto da un fattone, ambientato
in un manicomio, con un produttore esecutivo senza nessuna esperienza e un
regista che arriva da un Paese non americano, quindi sicuramente del terzo
mondo, almeno un attore come si deve possiamo averlo? Per la parte vengono
passati in rassegna tutti, da James Caan a Marlon Brando fino a Gene Hackman,
ma quando Jack Nicholson accetta la parte, la United Artist sa che il film lo
vorranno vedere tutti e mette a disposizione un sacco di soldi, così tanti da
poter staccare un assegno ragguardevole a Ken Kesey che lamentava i tagli e le
modifiche sostanziali apportate alla storia come, ad esempio, la voce narrante nel
romanzo affidata all’indiano “Grande Capo” e completamente scomparsa nella
versione cinematografica. Su come abbia speso i suoi soldi Kesey non è dato
sapersi, probabilmente in dischi dei Grateful Dead se tanto mi dà tanto.

“Dischi dei Grateful, sei tu che dovresti stare qui dentro
Cassidy”.

Da questo punto in poi il film è completamente nella mani di
Miloš Forman che dimostra di aver capito già tutto degli Americani, secondo il
regista per il suo nuovo pubblico non è un grosso problema ricevere qualche
critica, ma la cosa che conta è avere un buono e un cattivo ben riconoscibili
con cui identificarsi e con “Qualcuno volò sul nido del cuculo” riesce non
solo a parlare di temi assoluti come la libertà personale e la sfida al
sistema, ma a portare avanti la sua critica ai totalitarismi.

Lo so che per l’ambientazione e la condizione dei rispettivi
protagonisti, il paragone più immediato dovrebbe essere fatto con il classico
di Samuel Fuller “Il corridoio della paura” (1963), però ogni volta che penso
al Randle Patrick McMurphy di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” trovo che
il personaggio con più affinità è il Paolo Uomonuovo di Nick mano fredda.

Ora che ci penso ho pure la stessa giacca e lo stesso cappello di Randle (Storia vera).

Entrambi i personaggi sono ribelli senza causa, ma pure
senza sosta, che con i loro modi di fare, le loro notevoli facce da schiaffi,
si ritrovano a scontrarsi con le regole di un ecosistema chiuso e diviso in
rigide gerarchie, per le differenze tra i “Capi” che gestivano la prigione di
Nick (o Luke, se guardate il film in originale) e le infermiere dell’ospedale psichiatrico
che ospita McMurphy ci parliamo più avanti, tenetemi l’icona aperta, ad essere
uguale è l’influenza che questo due ribelli avranno sui loro compagni, in
particolare su quelli grandi e grossi, il Dragline di George Kennedy da una
parte e il Grande Capo di Will Sampson.

“Icona aperta? Guarda che non sei Federico Buffa, io torno a giocare a basket”.

L’inizio del film è micidiale, sulle note della sognante,
favolistica colonna sonora del grande Jack Nitzsche, Randle Patrick McMurphy
(un Jack Nicholson che recita per la storia del cinema) fa il suo ingresso
nell’istituto, il sospetto è che questo ragazzaccio sia solo un furbastro che
si finge pazzo per evitare il carcere quello vero e ancora di più di lavorare,
McMurphy è spavaldo anche quando dice al direttore che collaborerà
completamente e che lui è finito dentro perché è uno che fa a botte e scopa
troppo («Ma dove nel penitenziario?»), insomma andrà tuuuuuutto bene.

“Ze te ne defi andare, va con un zorrizo!” (Cit.)

Ma se Nicholson qui è semplicemente perfetto per la parte,
una menzione speciale va alla collezione di grandiose facce da cinema,
caratteristi e loschi soggetti assemblata da Miloš Forman per la parte dei
pazienti dell’istituto, l’odioso e pressatissimo Harding (William Redfield)
l’incazzatissimo e scorbutico Taber (Christopher Lloyd) fino ad arrivare
all’adorabile Cheswick (Sydney Lassick) e al tenero Martini (Danny DeVito) e al
giovane a balbuziente Billy (Brad Dourif ), ma non perdetevi tra i pazienti
sullo sfondo anche le occhiaie di Vincent Schiavelli o la pelata del mitico Michael
Berryman.

Insomma, in un solo reparto psichiatrico sono riusciti a
radunare, il Joker, il giudice Morton,
il Pinguino, Chucky, Vinovich e
Plutone, siamo sicuro che non sia Arkham Asylum? Ci credo che poi a tenere a
bada tutti questi ci vuole un’arpia come l’infermiera Ratched!

“È proprio un destino. Stavolta nel nido mi è volato… un pipistrello. Vogliamo danzare?” (Cit.)

Quindi, parliamo del drago, per la parte dell’infermiera
Mildred Ratched (che non credo sia un caso suona un po’ come Margaret Thatcher)
è stata scelta l’attrice Louise Fletcher, dopo il rifiuto di almeno altre
cinque sue colleghe, un casting così lungo che la Fletcher venne scelta a sole
due settimane dall’inizio delle riprese, considerando il risultato finale, un
dettaglio che rende ancora più notevole la prova dell’attrice.

Per Miloš Forman l’ospedale è l’istituzione che tiene sotto
controllo con ogni mezzo le persone, ben rappresentate dai pazienti, quando
dico ogni mezzo, intento proprio tutti, ad esempio nel caso del giovane Billy, Ratched
fa leva sul fatto di essere amica della madre del ragazzo per controllarlo,
basta che l’attore Brad Dourif ricominci di colpo a balbettare quando sente
nominare la sua mamma, per farci capire cosa ha visto a casa sua il povero
Billy.

“Dov’era Gondor quando mi hanno chiuso qui dentro con
questi matti?”.

L’infermiera Ratched è una figura totalitaria che, invece di
una divisa militare, ha una cuffia sulla testa che tiene rigorosamente in
perfetto ordine quasi fosse il simbolo del suo potere assoluto, la scelta di un’attrice
come Louise Fletcher è significativa, perché nel romanzo di Ken Kesey, la Ratched
è un donnone con la voce da militare, mentre nel film diventa il volto all’apparenza
gentile di una donna che predica la calma dispensa consigli ragionevoli, ma in
fondo è maligna e pure vendicativa, pronta a punire ogni ribellione nel modo
più crudele possibile.

Non è un caso se quando capisce di stare perdendo la sua
presa su Billy e su tutto il reparto, non cerca di allontanare McMurphy, ma
consultata suggerisce di tenerlo come ospite e avere pazienza con lui, solo per
poterlo avere a portata di mano e poterlo spezzare al momento opportuno, insomma la
critica di Miloš Forman non poteva essere più chiara di così.

Talmente diabolica che ha persino i cornini sulla testa.

Le scene delle sedute tra i pazienti e l’infermiera Ratched
sono state quasi tutte lasciate all’improvvisazione dei singoli attori, si nota
dall’insistenza con cui Christopher Lloyd ripete certe battute («Pensa a
giocare Harding, pensa a giocare»), oppure le urla disperate di Cheswick che
vuole le sue sigarette, questo modo di recitare improvvisato oltre ad
alimentare il caos che uno si aspetta di trovare in un manicomio funziona, si vede
dalla reazione di Nicholson quando Harding fa la scenetta della “Vecchia zia”
e questo allegro casino viene prontamente piallato dall’Infermiera Ratched che
riporta tutti all’ordine. Se posso aggiungere una nota di colore, questo film
mi ha sempre ricordato le lezioni di inglese (se così possiamo definirle) che
facevo alle superiori, un po’ perché avevo una professoressa dall’aria algida
in puro stile Ratched (ma senza quegli assurdi capelli) che ogni volta che
invitava qualcuno a leggere un testo in Inglese, otteneva come risultato gente
che faceva finta di niente, oppure che si attorcigliava sulla sedia come fa
Danny DeVito qui, insomma questo oltre a dire molto di come venga insegnato l’Inglese
nelle nostre scuole, mi fa pensare che non so come si faccia a volare sul nido
del cuculo, visto che il cuculo è un pennuto che non fa il nido, ma depone le
uova in quelli altrui (storia vera), però sicuramente andavo a scuola sul nido
del cuculo!

Ora, ci sarebbero tante cose da dire, ma staremmo qui a
parlare della fuffa condita dalla nebbia se non citassimo il fatto che lo
stesso Forman ha candidamente dichiarato che il film si regge quasi tutto sulla
prova gigantesca di Jack Nicholson, a mio avviso, Forman con questa affermazione
ha peccato di umiltà, perché il suo film ha un grosso valore artistico, ma è
anche vero che zio Jack fa il vuoto attorno a sé!

Se volete fare incazzare qualcuno, guardatelo e fate la vostra migliore imitazione del sorriso di Jack.

L’energia di Jack Nicholson nella parte è trascinante,
talmente incontenibile da coinvolgere gli spettatori proprio come fa con i
pazienti del reparto, il bello di Randle McMurphy è la sua adolescenziale
voglia di vivere, ogni sua piccola rivoluzione è spinta da desideri se vogliamo
pure molesti, come, ad esempio, il gran casino che tira su per di vedere le
finali del campionato di Baseball. Ora, io non so come fate voi, ma io che tutto
finito non sono, se penso che una regola sia stupida difficilmente non lo farò
notare, quindi mi ci ritrovo nella costante e testarda ribellione di McMurphy
che cerca di prendersi le sue rivincite sfruttando l’ironia e qualche volta la
fantasia, come quando si mette a fare la telecronaca della partita che non gli
viene concesso di vedere, anche se la televisione è spenta.

Per dirla alla Fabrizio De Andrè, McMurphy viaggia in
direzione ostinata e contraria, quasi una crociata per avere la meglio in
tutto, anche giocando a basket contro gli infermieri, ora, non ho riscontri in
merito, ma so per certo che Jack Nicholson è un ENORME fanatico di
pallacanestro, voi magari non lo vedete in un film da un pezzo visto che si è
ritirato, ma a me capita di rivederlo ogni volta che passano una partita dei
suoi Los Angeles Lakers in tv, visto che ha il posto in prima linea vicino alla
panchina da credo, sempre, anzi per dirla tutta di solito accanto a lui ci sta
seduta una che ha almeno la metà dei suoi anni, se non un terzo.

“Questo si chiama gancio cielo grande capo, vedi si fa così, come faceva Jabbar”.

Tutto questo non fa che aumentare la mia immedesimazione nel
personaggio di McMurphy, ancora oggi ritengo che la scena della partita a
basket, in cui prima insegna ai “Picchiatelli” come giocare e poi li guida
nella vittoria, sia una delle migliori scene di pallacanestro viste al cinema,
anzi mi piace pensare che l’idea di mettere Shaquille O’Neal vicino a canestro,
sia stata suggerita a coach Phil Jackson da Nicholson, visto che lui lo aveva
già fatto con Grande Capo, anzi, se chiedete a me è andata proprio così!
(storia NON vera).

“Tu stai qui Grande Capo, se ti fischiano tre secondi te ne freghi e fai finta di essere sordo ok?”.

Per certi versi, Randle McMurphy rappresenta la gioia di
vivere adolescenziale, del tutto maschile visto che si esprime attraverso lo
sport (il baseball in tv, il basket al campetto e la pesca in barca con la
beffa dei matti presentati come luminari della medicina), ma anche attraverso istinti,
diciamo più ormonali, come la festa con signorine che McMurphy organizza notte
tempo, facendo venire un mezzo infarto a Dick Hallorann che lo so essere Scatman
Crothers, ma per me sarà sempre quello di Shining (1980).

Ma se McMurphy è il maschietto adolescente ribelle, il suo contraltare
è l’infermiera Ratched, una madre castrante pronta ad opporsi ad ogni sua
ribellione, infatti in “Qualcuno volò sul nido del cuculo” mancano totalmente
dei personaggi femminili positivi, qualcuna in grado di rappresentare un’amica,
un’amante o una madre amorevole che ai protagonisti manca (Harding con sua
moglie, Billy con sua madre, McMurphy… Con tutto il genere femminile!) e che,
ammettiamolo, noi maschietti abbiamo bisogno per non finire morti ammazzati in
balia delle nostre ribellioni. McMurphy e Ratched sono la risposta a quello che
succede quando una forza inarrestabile (come la voglia di vivere del primo)
incontra un oggetto inamovibile (il totalitarismo senza cuore della seconda),
sono due personaggi opposti e in collisione, ecco perché Ratched non lascia
andare McMurphy nemmeno quando potrebbe e lui, non esce da quella dannata
finestra! Quella stramaledetta finestra che ogni volta sta lì aperta e tu
anche se hai visto il film un milione di volte (negli anni sto aumentando la
frequenza delle visioni) ti ritrovi lì ad urlare a McMurphy: «Esci! Cazzo esci!
Scappa!».
Un ribelle senza causa come Randle McMurphy non può che
finire spezzato, questo Miloš Forman lo ha ripetuto per tutta la sua
filmografia: ti spezzeranno con le loro regole, con le loro convenzioni o con
il loro ben pensare, ma la ribellione è fonte di ispirazione per qualcuno, qui
lo è sicuramente per Grande Capo che le prova tutte per fregare il sistema (il
suo mutismo, ribellione silente caparbia quanto quella di McMurphy) e poi di
parlare schietto al suo amico, raccontandogli di suo padre («Se lo sono
lavorato, come si stanno lavorando te»).

“Devi devi devi devi devi.. Masticar”.

Ma i ribelli, si sa, non ascoltano ragioni, fanno da esempio perché
il loro sacrificio serva a qualcun altro, infatti Grande Capo trova la forza di
sradicare il pesantissimo lavandino che prima non era abbastanza motivato a
sollevare («Mi sento forte come una montagna non ti lascio qui così») in un finale
che è talmente bello che non sto nemmeno a dirvelo, anche perché lo avete visto
rifatto ovunque per quanto è iconico, in una puntata dei Simpson o in un video
dei Green Day, ormai fa parte della cultura popolare, ma per quanto mi riguarda
quel «Andiamo» finale è il secondo più bello della storia del cinema, superato
solo da quello de “Il mucchio selvaggio” (1969) di Sam Peckinpah, scusate se è
poco.

Uno dei più grandi finali della storia del cinema, non accetto discussioni in merito.

Dopo quarant’anni “Qualcuno volò sul nido del cuculo” è un
film che non ha perso un millimetro della sua forza, uno dei tre film della
storia del cinema, ad aver vinto tutti e cinque gli Oscar principali (miglior
film, miglior regista, miglior attore, miglior attrice, migliore sceneggiatura
non originale), gli altri due sono stati “Accadde una notte” (1934) e “Il
silenzio degli innocenti” (1991), cosa vogliamo aggiungere? Niente, solo il
logo dei Classidy!

Che mi sembra pure giusto, no? Un matto che rende omaggio ad
un film sui matti, vedete che anche la follia ha una sua logica? Volete una
gomma?

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