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Quei bravi ragazzi (1990): per me scrivere di un capolavoro è meglio che fare il presidente degli Stati Uniti

Spero che abbiate stirato la vostra camicia con il colletto a punta, perché oggi vi servirà, parliamo di un titolo monumentale nel nuovo capitolo della rubrica… Non è cinema, è Martin Scorsese.

Parlare di “Quei bravi ragazzi” significa trattare un mostro sacro, uno dei titoli più popolari e riusciti del regista di New York, quasi un dietro le quinte la vita dei gangster, ma con la sensibilità di un osservatore che non giudica, semplicemente racconta, visto che il Buon Vecchio Zio Martin, la vita dei criminali l’aveva proprio lì, fuori dalla finestra della casa dove è cresciuto (storia vera).

Scorsese, dopo aver firmato uno dei titoli fondamentali degli anni ’70 e alcuni dei titoli anni ’80 più iconici, all’inizio dei ’90 manda a segno il terzo film della sua ideale trilogia sui gangster, in un’epoca in cui molti tentavano di reinventare il genere, lui decide di scavare più a fondo, di andare oltre la violenza superficiale e lo sfarzo criminale per raccontare la quotidianità, l’ossessione e l’ambizione dei suoi personaggi. Classido? Potete scommetterci!

“Quei bravi ragazzi” è basato sul libro “Il delitto paga bene” del giornalista criminologo newyorkese Nicholas Pileggi, Martin Scorsese non aveva intenzione di realizzare un altro gangster movie, ma cambiò idea dopo aver letto il libro di Pileggi, mentre lavorava sul set de Il colore dei soldi. Il regista italoamericano, da sempre cresciuto a breve distanza dallo stile di vita mafioso – senza mai essere coinvolto – rimase particolarmente colpito dal libro di Pileggi in quanto convinto che fosse il più onesto ritratto dei gangster che avesse mai letto, nell’incontro tra letteratura e cinema nascerà un’opera che è, allo stesso tempo, monumento e confessione, grandiosa e intima, spettacolare ma dettagliatissima, direi anche delitto e castigo. Ogni sono in vena di romanzi russi.

Zio Martino e i suoi (bravi) ragazzi.

Malgrado Scorsese odiasse gli alberi del New Jersey – la più grossa ‘azzata sfornata da zio Martino, prova che anche lui è umano – lo sceneggiatore e regista David Chase ha dichiarato più volte di come il film gli abbia ispirato l’idea alla base della sua celebre serie televisiva I Soprano, in cui tra l’altro si è avvalso del talento di svariati attori che avevano recitato proprio qui, dai nomi con ruoli più in vista come Lorraine Bracco, fino alla particina di Michael Imperioli, per arrivare alle facce iconiche di Tony Sirico o Frank Vincent, la prova concreta che questo film resta il singolo titolo che da solo ha modellato più di molti altri la narrativa e l’iconografia dei racconti criminali.

Per arrivare ad avere un ruolo chiave con la HBO, prima devi fare la gavetta.

Una delle ragioni che ha reso “Goodfellas” il classico che è consiste anche nello stile, Scorsese nel 1990 aveva già diretto di tutto, ma con questo film ha cementato per sempre uno stile riconoscibile, fatto di canzoni Pop il cui testo spesso fa da supporto (o Coro Greco) alle immagini e alla trama, fermo immagine micidiali e un utilizzo creativo della voce narrante, che ha letteralmente fatto scuola e proseliti. Potrei farvi tanti nomi, vi citerò solo Guy Ritchie che però, per i suoi criminali ha preso da zio Martin solo la figosità, perché “Goodfellas” riesce nell’impresa di farti vedere quanto siano incredibili le vite dei criminali, senza farti mai dimenticare che in quanto mafiosi, sono la merda, il peggio della società. Capisco che molta cultura Hip Hop abbia mitizzato la figura del Gangster, pescando anche dai film, ma per Scorsese è chiaro che i suoi peccatori, anche se spesso ben poco convinti ad abbondare le via del peccato criminale, sono proprio questo, criminali che ammantano con una loro etica, atteggiamenti da uccidi per primo, prima di essere ucciso, a cui a ben guardare, manca anche tutta la gravitas che invece Coppola imprimeva ai suoi di criminali.

Per farvi capire come tutti fossero sul pezzo, non può mancare la storiella su De Niro, calatissimo nella parte, tanto che l’attore pretese di poter avere denaro vero da distribuire nella scena della sua entrata nel locale. A De Niro, attore di metodo, non piaceva come risultavano al tatto i finti fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti utilizzati dalla produzione, così insistette con Scorsese affinché gli fosse consentito di utilizzare delle vere banconote a patto che poi tutti, uscendo dal set, fossero “perquisiti” evitando così un buco aggiuntivo nel budget (storia vera).

Poi inutile girarci attorno, questo film è quello di: «Buffo come? Ti diverto per caso?», se Joe Pesci in Toro Scatenato incassava anche dal “fratello” De Niro, qui va all’attacco ma al contrario di quello che si pensa la battuta è tutt’altro che improvvisata, bensì ispirata ad un fatto reale accaduto all’attore quando lavorava come cameriere in un ristorante frequentato da mafiosi. Un giorno Pesci fece una battuta ad un gangster seduto al tavolo dicendo di trovarlo “buffo”, il resto lo conoscete perché lo avete visto mille volte rivedendo questo film.

Potete dirgli quasi tutto, ma non quella parola con la “B” (che non è Banana)

Ray Liotta, nei panni di Henry Hill, ci regala uno dei suoi ruoli più famosi di sempre, senza ombra di dubbio il più ricordato, provata a chiedere a dieci persone, quelli al nome di Liotta risponderanno con il titolo di questo film. Il suo Henry è un mix perfetto di ambizione, vulnerabilità e carisma, tanto da generare almeno un meme, che comunque è sempre indice di popolarità, anche perché Liotta trasmette il senso di pericolo, di fascino e ribellione, rendendo immediatamente riconoscibile il personaggio nella memoria collettiva. La sua performance è l’ossatura emotiva del film, visto che la storia di ascesa e caduta, ruota quasi tutta al suo punto di vista.

Rapporti di buon vicinato.

Se Liotta è il cuore, Joe Pesci è il fuoco: una prova arrabbiatissima e iconica, il suo Tommy DeVito è imprevedibile, violento, spietato e allo stesso tempo inquietante, una presenza che incendia lo schermo ogni volta che appare, Pesci incarna la violenza con precisione chirurgica e uno humor disturbante che rimane scolpito nella memoria. A completare il trio, il solito pretoriano di Scorsese, Robert De Niro, che conferisce al film l’eleganza feroce del veterano, Jimmy Conway è magnetico, minaccioso e calcolatore, e De Niro riesce a rendere ogni suo gesto, ogni sguardo, un piccolo capolavoro di cinema gestuale. Il trio è la sintesi perfetta del mondo mafioso di New York, tra carisma, pericolo e drammaticità pura, quello che mi colpisce ogni volta di questo film rivedendolo (e lo faccio abbastanza spesso) è che per essere così a fuoco su un personaggio, quello di Liotta, risulta comunque corale nel suo portarci nella vite dei criminali, come vediamo accadere in quella che è forse la scena più famosa del film.

Il piano sequenza fa sempre colpo, ma questo resta uno dei più celebri della storia del cinema.

Sì, sto parlando del piano sequenza su Henry Hill e Karen nel locale, Ray Liotta porta la sua ragazza Lorraine Bracco a far serata in una scena finita in tutti i grandi montaggi che radunano scene iconiche della storia del Cinema: i due entrano dal retro, salutati come se fossero gli eroi della serata, e il locale viene costruito attorno a loro, portando persino un tavolo apparecchiato. Che Scorsese sappia dirigere con stile lo sanno anche i sassi, ma qui resta una delle volte in cui si è superato, come narrazione per immagini più che per la tecnica del piano sequenza che fa sempre colpo sul pubblico, in pochi minuti ed un’unica lunga inquadratura, Scorsese racconta potere, rispetto, desiderio e pericolosità, tutto insieme, senza mai farci perdere di vista i personaggi.

La dolce vita (del Gangster)

Nella filmografia piena di poveri Cristi in lotta con i loro peccati, i bravi ragazzi di Scorsese avranno anche formazione cattolica ma vivono il paradosso di saper molto bene riconoscere il peccato, eppure di volerne ancora, abbracciandolo come stile di vita. E tutto comincia con quella frase iniziale, micidiale, che determina l’andamento di tutta la pellicola: «Che io mi ricordi, ho sempre voluto fare il gangster. Per me fare il gangster è sempre stato meglio che fare il presidente degli Stati Uniti.» In queste parole c’è la scintilla che alimenta ogni azione successiva, il motore della narrazione, l’innesco di un desiderio che è insieme tragico e irresistibile, per un film dalla durata importante, ma percepita? Meno della metà, e questo mi accade con TUTTI i film di Scorsese, un talento ben riassunto da Stephen King: gli altri dirigono storie brevi, Martin dirige romanzi.

«Questo Cassidy parla troppo», «Anche secondo me, infiliamolo nel bagagliaio di quella sua Bara»

“Quei bravi ragazzi” è un film che mescola il dietro le quinte alla spettacolarità, la violenza alla quotidianità, la comicità più oscura al dramma umano, facendoti anche affezionare (ma con il giusto distacco) a questi bastardi, una celebrazione della vita criminale, ma vista attraverso lo sguardo di chi sa raccontarla con onestà e tocchi di gran cinema, con ironia e compassione, la conferma che Scorsese non racconta solo storie, ma sa dare peso al montaggio di ogni scena, menzione doverosa alla sua straordinaria montatrice, Thelma Schoonmaker, mai abbastanza celebrata.

Alla fine, guardare “Quei bravi ragazzi” è come fare un volo notturno tra le luci di New York, a tratti scintillante, a tratti oscuro, ma sempre avvincente, e quando il film finisce, la consapevolezza è sempre la stessa: questo è il titolo che ha ridefinito il modo di raccontare i gangster al cinema, quindi sì, per me scrivere di questo capolavoro è stato decisamente meglio che fare il presidente degli Stati Uniti, intanto, se non l’avete già ascoltata, vi ricordo la puntata del podcast dedicata (anche) a questo film!

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