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Quel motel vicino alla palude (1976): Il coccodrillo come fa, solo Tobe Hooper lo sa

Cinquanta anni. Mezzo secolo. Un tempo sufficiente a trasformare un oggetto cinematografico sgraziato, lurido e mal digerito in un reperto archeologico di culto, “Quel motel vicino alla palude” di Tobe Hooper compie cinquant’anni e continua a emanare quell’odore di palude marcescente, l’odore ideale per festeggiare anche il compleanno del regista, nato proprio il 26 agosto.

Un titolo diventato di culto, quello sì, anche se il regista texano stava ancora aspettando di raccogliere i frutti, la gloria ma anche gli incassi, ovvero Non aprite quella porta, si tratta comunque di un film quasi gemello, che non avrà avuto lo stesso effetto dirompente ma per certi versi riesce nell’impresa di risultare altrettanto malato, isterico, se non proprio pazzo.

Dopo l’esplosione atomica rappresentata da Non aprite quella porta, Hooper si ritrova nella posizione impossibile del regista che deve replicare l’irripetibile, se nel 1974 aveva intercettato lo spirito brutale dell’America post-Vietnam con una lucidità quasi documentaristica, qui sceglie una via complementare fatta di artificio quasi totale, con luci per una fotografia rosso sangue, nebbia teatrale, scenografie che sembrano provenire da un incubo marcescente.

«Guarda che posto bellissimo ho trovato, e aspetta di vedere il Motel in cui soggiorneremo!»

“Eaten Alive!”, questo il titolo originale, ha potuto contare su una distribuzione “limited” solo in alcune sale negli Stati Uniti nell’ottobre del 1976, per poi uscire quasi ovunque solo nel maggio dell’anno successivo – da noi, in uno strambo Paese a forma di scarpa anche dopo, a giugno – eppure alla sua uscita il film non ha raccolto poi così tanti consensi, la critica lo etichettò presto come robetta, ma in ogni caso per i suoi contenuti, venne bandito in parecchi Paesi tra cui il Regno Unito.

Le tematiche lo rendono molto simile al suo cuginetto armato di motosega: appena pochi chilometri fuori dalla nostra sicura civiltà, ci sono sacche di resistenza, decisamente rurali e molto ostili. Basta lasciarsi alle spalle le nostre casette con giardino e palizzata bianca per ritrovarci in motel fatiscenti in cui si viene fatti a pezzi e dati in pasto ai coccodrilli, luoghi dove la follia è la norma e proprio per questo, chi è normale e civilizzato risulta lo strambo da cancellare, precipitando di colpo all’ultimo gradino della catena alimentare, lo dico? Difficile trovare qualcosa di più marcio e arrabbiato di “Eaten Alive!”, distribuito qui da noi con il chilometrico titolo di “Quel motel vicino alla palude”.

La storia è semplicissima, un motel isolato nelle paludi del Texas, un proprietario psicopatico di nome Judd (Neville Brand) e il suo coccodrillo affamato pronto a divorare i malcapitati. Ma ridurre il film a questa sinossi significherebbe non coglierne la natura profondamente teatrale, perché Judd non è Leatherface, non è una forza bruta ma un personaggio isterico, logorroico, ossessionato dal rifiuto e dall’abbandono, così come dal suo animale, di cui ha un feticismo come Facciadicuoio lo aveva per la sua motosega, un pazzoide che alterna infantilismo e furia omicida in un continuo corto circuito emotivo.

America, più o meno metà degli anni ’70, Hooper continua ad usare l’Horror come documentario.

Hooper non cerca la verosimiglianza, anzi la rifiuta proprio, le pareti del motel sembrano pulsare di colori saturi, le ombre sono artificiali e tutto l’utilizzo della fotografia e del colore sembra quasi mutuato da Mario Bava per quanto risulta espressivo. Un po’ come se il regista avesse deciso di prendere il naturalismo selvaggio del suo film precedente e ribaltarlo in un incubo da Grand Guignol texano, il risultato è scomodo, quasi respingente eppure ipnotico.

Il coccodrillo – presenza immobile, quasi mitologica – oltre ad essere una dentuta minaccia è un espediente narrativo, la palude che inghiotte l’America e la natura che si fa discarica morale. Ogni corpo gettato in pasto alla bestia non è solo un omicidio, ma un elemento delle società (non per forza “bene”) che scompare tra le acque torbide, nel 1976, l’America post-Watergate e post-Vietnam è un paese paranoico e disilluso, Hooper intercetta questa nevrosi trasformando il motel in una zona franca della follia.

Il coccodrillo come fa? Probabilmente fa GNAM GNAM!

Ancora una volta la trama è ispirata ad una storia vera, texana fino al midollo, un altro Serial Killer, in questo caso Joe Ball, che uccise moltissime persone, soprattutto donne negli anni ’30 si vocifera, dandole poi in pasto ai coccodrilli che vivevano nella piscina del suo albergo, una sorta di attrazione locale per i viandanti. Ci sono elementi comuni nei primi Horror di Hooper, che va ricordato, arrivava dai documentari ed è il regista che ha portato il realismo nel cinema dell’orrore: Facciadicuoio e la creatura deforme de Il tunnel dell’orrore erano maschere grottesche figlie e critiche alla società del capitale, il serial killer Judd di questo film non è da meno, come vediamo dalla sua gamba ferita è un reduce di guerra, uno che oggi definiremmo come affetto da un gravissimo caso di stress post-traumatico, una nemmeno velata critica di Hooper a quello che il suo Paese stava facendo in Vietnam, ai vietnamiti sì, ma anche ai ragazzi mandati laggiù a combattere, spesso tornati a casa danneggiati, nel corpo e nella mente.

C’è qualcosa di profondamente isterico nel ritmo del film, i personaggi urlano, si muovono e in qualche caso si comportano come animali in trappola. La regia insiste su primi piani deformanti, su luci che tagliano i volti, su un senso di claustrofobia che contraddice l’ambientazione “aperta” della palude, un film che ti fa percepire tutta l’umidità ma anche tutta la follia nell’aria, infatti non c’è scampo per nessuno, abbiamo SIMMIE morte di paura nella loro gabbietta e adorabili cagnolini divorati, che generano il pianto della loro padroncina che è straziante, non solo per il suo doloroso contenuto, ma anche per quanto dura, a tratti la bambina che si dispera sembra la vera colonna sonora del film.

Dedichiamo una bella canzoncina a questa povera scimmietta.

Parliamo del personaggio principale, Judd, non ha nulla per sedurre o affascinare, gli manca anche il minimo sindacale per rientrare tra le grandi maschere del cinema Horror, è patetico, rancoroso e infantilmente ammaliato dal suo coccodrillo, una creatura per lui quasi totemica. Uccide perché non sa gestire il rifiuto, perché il mondo non si conforma alla sua idea malata di ordine, in questo senso, “Quel motel vicino alla palude” è un film sul controllo, sul bisogno disperato di dominare l’altro quando tutto il resto è già andato perduto, non a caso inizia con una ragazza, finita controvoglia a fare la prostituta, che scappa perché alla sua prima serata a fare “la vita” scopre che non è per lei e da corpo sfruttato per soldi (ancora la critica al capitalismo), diventa un corpo divorato da un coccodrillo in una palude. Per altro, una bionda che sembra la protagonista e che invece muore dopo dodici minuti di film per altro in un motel, uccisa da uno psicopatico, tutto questo mi ricorda qualcosa, a voi no?

«Bello essere una citazione hitchcockiana, ma avrei preferito vivere…»

Non sorprende che all’epoca il film sia stato accolto con freddezza, troppo sopra le righe, troppo teatrale, troppo “troppo” anche per quello che il pubblico si aspettava da Hooper, ma riguardato oggi, a cinquant’anni di distanza, appare come un oggetto coerente nella sua follia, un film che rifiuta la misura, che fa sua la massima della Bara Volante, l’esagerazione è sottovalutata (cit.) e risulta più marcio del cibo dimenticato nel frigo rotto di una casa abbandonata.

Se Non aprite quella porta era un documentario dell’orrore americano, “Quel motel vicino alla palude” è il suo incubo febbrile, non c’è più l’illusione del reale, c’è la messinscena del trauma, le luci rosse e verdi non cercano il naturalismo, ma l’allucinazione, il motel è la metafora o per lo meno, la rappresentazione in piccolo di una Paese come gli Stati Uniti, che si stanno sgretolando come una mente affetta dalla follia.

La calda accoglienza del Sud.

Nel panorama horror del 1976, anno in cui il genere stava mutando pelle, il film di Hooper si colloca in una zona marginale, quasi laterale, non è exploitation pura pur avendone tutta l’aria, non è horror raffinato (mai nella vita!) pur avendo molto da dire, non è nemmeno un classico film dell’orrore con una creatura, malgrado sia uno dei primi titoli horror con un coccodrillo protagonista, un ibrido scomposto che anticipa, per certi versi, il gusto per l’eccesso visivo che esploderà negli anni ‘80.

Anche tra le fila dei cittadini poi, ci sono dei soggettini che lèvati, ma lèvati proprio, il paparino è impersonato da uno degli attori feticcio di Hooper, ovvero il mai abbastanza celebrato William Finley sempre bravissimo anche lui a far trasudare follia, mentre mamma con un passato tutto da scoprire è Marilyn Burns, che arriva anche dal film precedente del regista e per certi versi, sembra che il suo personaggio stia ancora scappando.

Se in un film, lo sguardo da pazzo di Finley è quello di uno dei “buoni”, buona sudata a tutti!

A cinquant’anni dalla sua uscita, “Quel motel vicino alla palude” resta un film marcissimo che trasuda follia, uno di quelli che una volta giunti ai faticati titoli di coda, ti fa venire la voglia di correre a farti una doccia per quanto riesce a farti sentire sporco. Poi va detto che di Tobe Hooper si parla fin troppo come il “figlio di un Dio minore” della rosa di grandi registi che hanno rivoluzionato l’Horror e questo suo film, è sempre un po’ il grande dimenticato, anche se il suo lascito è piuttosto evidente, ci sono un sacco di figli e figliocci usciti da questo motel.

Partiamo dal più celebre, il motivo per cui TUTTI conoscono “Eaten Alive!” anche quelli che non lo hanno mai visto, mi riferisco alla frase «My name is Buck and I’m there to fuck», pronunciata dal laidissimo Buck, impersonato da quello che è partito da questo motel che far venire a tutti beh, gli incubi. Mi riferisco ovviamente a Robert Englund, qui alla sua prima collaborazione con il regista Texano, quindi posso dire di aver completato la trilogia Englund-Hooper su questa Bara, sono soddisfazioni, nel caso, ecco il secondo e il terzo capitolo. Quella frase è stata riciclata da Quentin Tarantino in Kill Bill, in una delle tante volte in cui il regista di Knoxville ha reso omaggio al nostro Tobe, ed ecco il motivo per cui tutti conoscono questo film, anche senza conoscerlo davvero.

Conoscete la faccia, conoscete il nome, conoscete la battuta, ora sapete da dove arriva.

Inoltre “Eaten Alive!” come detto, è stato un po’ il padrino degli Horror con coccodrilli, facendo un giro lungo lo stesso Hooper sarebbe poi tornato sul tema nel 2000, ma per far capire il vero lascito del festeggiato di oggi, bisogna tornare tutti con la mente al 2022, quando Ti West ha firmato il suo X, da dove credete che abbia preso ispirazione (e coccodrilli) se non da qui?

Questo non sarà l’ultimo compleanno firmato Tober Hooper qui sulla Bara, ma siccome il regista texano fa parte di quella rosa di nomi di cui scrivo sempre molto volentieri, ci tenevo a questa festicciola marcia e umida, cinquant’anni dopo, il motel è ancora lì, la palude anche e il coccodrillo aspetta. Con la pancia che brontola.

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