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Quinto potere (1976): sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!

Tra i compleanni più illustri di questo anno che termina con il numero sei, non potevano che esserci i primi cinquant’anni di un film diretto dal regista che fin troppo spesso viene dato per scontato, Sidney Lumet e il suo “Quinto potere”, per altro da poco ci ha lasciati anche Robert Duvall, questo era il classico titolo che poteva permettersi anche lui tra le facce note di contorno.

Se non fosse un film che ha ottenuto successi e premi subito, sarebbe da considerarsi un titolo profetico, ma spogliato di tutto questo “Quinto potere” è la quinta (ah-ah) essenza del cinema americano degli anni ’70, quello per cui come sapete, ho un debole, quindi ho pochi dubbi: Sono incazzato nero e non accetterò più “Quinto potere” fuori dalla lista dei Classidy!

Quando arrivò nelle sale nel 1976, erano passati appena due anni da un fatto che l’America non aveva ancora metabolizzato, il suicidio in diretta televisiva della giornalista Christine Chubbuck, che il 15 luglio 1974, durante il talk show Suncoast Digest sull’emittente WXLT-TV di Sarasota, si sparò un colpo alla testa dopo aver pronunciato una frase che suonava come una condanna e una diagnosi insieme: «In linea con la recente politica di Channel 40, “sangue e budella”, state per vedere a colori un altro tentativo di suicidio». Non era una battuta, era l’atto estremo di una donna afflitta da una grave depressione, ma anche il gesto che metteva sotto accusa un sistema mediatico sempre più attratto dal sensazionalismo.

Quella storia non fu trasposta direttamente sullo schermo, ma fece da detonatore per lo sceneggiatore Paddy Chayefsky, che annusando l’aria dell’America di metà anni ’70, quella del post-Watergate e dei venti di guerra del Vietnam, capì che gli americani non volevano spettacoli allegri sulla loro TV di casa, il popolo americano era arrabbiato e lui, veterano del piccolo schermo e scrittore pluripremiato, lo sapeva bene.

Il vostro normale mezzobusto televisivo, prima del tracollo nervoso.

Scrivendo la sceneggiatura, però, Chayefsky si accorge che il dramma puro non bastava, personaggi tesi agli indici di ascolto, conduttori ben oltre una crisi di nervi, avrebbe funzionato sullo schermo un testo così esagerato? A rassicurarlo fu, Sidney Lumet, che della televisione conosceva ogni corridoio avendoci iniziato la carriera, tanto che non solo lo aiutò a completare il copione, ma abbracciò volentieri l’idea di dirigere il film, portando con sé la sua ossessione per il potere e per le crepe morali dell’America contemporanea.

Il titolo originale “Network”, in uno strambo Paese a forma di scarpe divenne “Quinto potere”, scelta farfallona per mettersi in scia chiaramente a “Quarto potere” di Orson Welles, anche se va detto che Welles aveva messo sotto la lente il potere della carta stampata, Lumet invece allarga il campo alla televisione, macchina capace di creare e distruggere miti, di trasformare l’informazione in spettacolo, di spettacolarizzare la caciara in nome degli ascolti molto prima che arrivassero i Social-cosi a moltiplicarne l’eco. Non un seguito spirituale, ma un cambio di fuoco, dalla tipografia al tubo catodico.

Ancora non ci credo che il 2026 sia stato così cattivo portandosi via anche Robert Duvall.

Il primo ruolo assegnato fu quello di Diana Christensen, dirigente ambiziosa e glaciale, dopo un’infinita lista di nomi lunga come la vostra gamba, la parte andò a Faye Dunaway, fresca di candidatura all’Oscar per Chinatown. Nella sua autobiografa “A Tale of Resilience” (2024) è stata molto esaustiva riguarda alla sua prova qui: «Sapevo che questo era un grande ruolo, uno dei ruoli femminili più importanti degli ultimi anni. Con tutta la sua disumanità e ambizione, Diana rappresentava il prezzo pagato da molte donne che cercavano di farsi strada tra i più alti ranghi professionali.» Un personaggio così sfaccettato e complesso da risultare anche rischioso, tanto che molti vicini all’attrice provarono a dissuaderla da accettare la parte, temendo che attrice e personaggio potessero essere confusi dal pubblico, il modo in cui chiude la faccenda nella sua autobiografia, riassume tutto lo spirito di Dunaway: «Avrei voluto che avessero fatto lo stesso anche quando ho accettato “Mammina cara”.»

Sarà anche un personaggio tosto, però che meraviglia di attrice Faye Dunaway.

Per il ruolo di Max Schumacher si fecero i nomi di Charlton Heston, Marlon Brando, Robert Mitchum, alla fine la spuntò William Holden, suggerito dallo stesso Chayefsky. Una scelta simbolica, Holden era stato per anni l’eroe positivo per il pubblico, qui invece interpreta un marito infedele, poi pentito, un professionista che vede sgretolarsi i propri valori insieme a quelli dell’America anni ‘70. Problematico fu girare anche la scena di sesso con Dunaway, perché Holden, che arrivava dalla vecchia scuola, sosteneva che certe funzioni del corpo umano, dovessero restare private, Lumet dovette fare i salti mortale con la macchina da presa, in modo da poter risultare esplicito sì, ma non troppo.

Poi è inutile girarci attorno, ci sono due scene uscite da questo film è diventate iconiche, la seconda è la litigata tra i coniugi Schumacher, una sequenza che per Lumet risultata troppo troppa (cit.), troppo lunga per non incidere sul ritmo, troppo esplicita e troppo distante dalle trame degli altri personaggi principali. Fu Paddy Chayefsky a difenderla a spada tratta, dicendo a Lumet, ciccio, sulla questione divorzi ho più esperienza di te, e anche se sono abbastanza certo che non lo abbia chiamato per forza ciccio, a beneficiarne è stata Beatrice Straight, che con la sua magistrale prova nei panni di Louise Schumacher della durata su schermo di cinque minuti e due secondi, detiene tuttora il record per la più breve interpretazione di sempre premiata dall’Academy, una delle quattro statuette di zio Oscar che il film si è portato a casa, insieme alla miglior sceneggiatura per Chayefsky, miglior attrice protagonista per Faye Dunaway e miglior attore protagonista a Peter Finch, premio purtroppo ricevuto postumo, perché l’attore morì improvvisamente durante il tour promozionale del film, ma su di lui torneremo ovviamente più avanti, tenetemi l’icona aperta.

«Entro. Spacco. Vinco l’Oscar. Ciao!» (quasi-cit.)

Il cast di contorno è un catalogo di facce giuste, come il già citato Robert Duvall nei panni dello spietato dirigente Frank Hackett, alla luce della sua recente scomparsa, la conferma che il numero di film incredibile in cui Duvall comunque riusciva a spiccare tende all’infinito. Ned Beatty qui regala un monologo sul potere economico globale che è insieme farsa e profezia e se tenete gli occhi aperti posso confermarmi che sì, l’avvocato è proprio Lance Henriksen.

Il secondo monologo più bello del film.

Fondamentale anche l’impianto visivo, studiato da Lumet con il direttore della fotografia Owen Roizman, una scelta di illuminazione in tre fasi, naturalistica, realistica, commerciale, che accompagna il film e l’arco narrativo di Howard Beale, con la forma che va a braccetto con il contenuto, più la rete trasforma la rabbia in show, più l’immagine si fa costruita.

Direi che è il momento di chiudere quell’icona lasciata aperta lassù sul protagonista, l’innesco, Howard Beale, il profeta furioso che urla «Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!», che se non si fosse capito è la prima scena più famosa del film, talmente iconica che molti la ricordano senza aver mai nemmeno visto “Network”, anche solo per le volte che è stata replicata da Ghezzi su Blob. A interpretarlo come detto uno stralunato Peter Finch, la sua performance resta una delle più iconiche della storia del cinema, un misto di disperazione autentica e delirio messianico che ancora oggi mette i brividi, soprattutto perché invece di ricevere sostegno per la sua salute mentale, il personaggio viene sfruttato, masticato e sputato da una società e un sistema in cerca di ascolto, stando alle parole della voce narrante Lee Richardson: Howard Beale, l’unico uomo ad essere ucciso perché il suo programma ha perso ascolti.

Questo invece, è indubbiamente il primo e anche il più celebre.

“Quinto potere” ad un certo punto smette di essere solo un racconto produttivo e diventa un’analisi impietosa, la televisione trasforma la crisi individuale in format, il crollo psicologico in share, la rabbia in prodotto, Howard Beale non viene fermato, viene messo in prima serata. Il suo tracollo mentale diventa un appuntamento settimanale, la rete lo vende come un santone, un profeta della collera popolare, almeno finché funziona.

Quasi banale dire che Lumet con il suo film è stato profetico, il “Sesto potere” dei social sono pieni di piccoli Howard Beale, uomini e donne che urlano contro il sistema, che accumulano follower grazie a un’indignazione permanente, che vengono elevati a guru per poi essere dimenticati nel giro di una stagione, tanto che molti politici, si comportano allo stesso modo e pensate, vengono eletti. Lumet e Chayefsky avevano intuito che il problema non era la rabbia in sé, ma la sua mercificazione, quando l’indignazione diventa spettacolo, perde potenza politica e si trasforma in intrattenimento.

Il film non assolve nessuno, non assolve il network, non assolve il pubblico, non assolve nemmeno Howard. Perché in fondo anche lui si lascia sedurre dalla propria aura, la parabola di ogni rivoluzione trasformata in merce, di ogni dissenso trasformato in palinsesto.

Social-Cosi, più o meno anno 1975, ben prima che esistessero davvero.

A cinquant’anni di distanza, Quinto potere non è solo attuale, è inquietante, non perché avesse previsto i Social-cosi, ma perché aveva compreso un meccanismo più profondo, il potere non teme la critica, se può utilizzarla, incasellarla e magari poi venderla, di sicuro non teme la rabbia, se può incorniciarla tra due spot pubblicitari e farci su ancora altri soldi.

Rivederlo oggi significa accettare che la linea tra informazione e intrattenimento è sempre stata sottile, e che spesso siamo stati noi, spettatori, a determinare quella linea così labile, semplicemente con un click, del telecomando prima e del dito sullo schermo del telefono oggi, perché di gente incazzata nera là fuori, ne abbiamo sempre avuta tanta, ma proprio tanta.

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