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Rambo 2 – La vendetta (1985): Per sopravvivere ad una guerra devi diventare la guerra

La regola aurea dei seguiti è quella per cui il secondo
capitolo dev’essere uguale al primo, ma di più, molto di più! Se dovessi
aggiungere una nota personale, tutti i seguiti dovrebbero avere dopo il numero
due, le parole “La vendetta”, dài quanto è figo!

“First Blood”, da noi in uno strambo Paese a forma di scarpa
meglio noto come Rambo, è un successo
senza precedenti che fa fare a Sylvester Stallone il definitivo salto verso la
celebrità totale. Ogni film del vecchio Sly va analizzato nel momento storico
in cui è uscito, perché – possa piacere o meno – la carriera di Stallone è
sempre stata in equilibrio sulla sua volontà di sfondare ed essere una stella
e quella di sfornare film per il suo pubblico di riferimento, nel 1985 le due
cose andavano a braccetto.

Premiato dal pubblico, Stallone nel 1985 è all’apice, infatti nello stesso anno decide che al cinema lui e lui soltanto dovrà restituire qualcosa alle persone che lo hanno reso una stella, non basta Rocky IV, in cui il pugile con i calzoncini a stelle e strisce batteva sullo schermo gli odiati Russi no, bisogna fare un altro film di pura propaganda. Rambo era riuscito a far patteggiare il pubblico così tanto per un reduce del Vietnam, da dare il via quasi da solo ad un nuovo filone di pellicole in cui gli Yankee, al cinema si prendevano il loro riscatto per una sporca guerra che per l’intero Paese della torta di mele e dei diritti per (quasi) tutti, è stata un po’ come la perdita dell’innocenza.

Primo Sangue di David Morell e “Fratelli nella notte” (1983)
sono così belli che buona parte del vastissimo pubblico ne ignorava quasi
l’esistenza, premiando prodotti più popolari, nati sulla scia del successo di Rambo, ad esempio, i vari Missing in action (da noi Rombo di tuono e nulla mi toglie dalla
testa che fosse un cambio di titolo voluto per giocare sull’assonanza con il
nome Rambo) che lanciano il mito di Chuck Norris. In questo senso, “Rambo: First
Blood Part II” – con l’aggiunta del nome del protagonista voluta da Stallone
per far ruotare tutto ancora più intorno a se stesso – è davvero una
“vendetta”, contro la sconfitta in Vietnam e contro gli imitatori. Se qualcuno
dovrà dare agli Americani la loro rivincita per una guerra che è ancora una
ferita scoperta, quello può essere solo Sylvester Stallone.

Se io posso cambiare, e voi potete cambiar… No scusate mi sono confuso.

Può piacere, può non piacere, ma questo era lo Sly del 1985,
prendere o lasciare, personalmente anche se non condivido le sue idee politiche
– l’allora presidente ed ex attore Ronald Reagan elesse Rambo ad icona
americana, forse per quello Cobra
aveva la sua foto sulla scrivania l’anno successivo – e i dubbi di populismo
restano infrattati nella boscaglia come Vietcong, quello che ci viene restituito
indietro è puro cinema, di propaganda quanto volete, ma esagerato, “Larger than
life” direbbero gli amici dall’altra parte dell’Atlantico, talmente posticcio e
coinvolgente che ancora oggi, se chiedete alla classica casalinga di Voghera
cos’era il Vietnam, quella si lega lo strofinaccio in fronte e con il
mattarello si mette a sparare a Vietcong immaginari nella sua cucina. Un saluto
a tutte le casalinghe di Voghera, buongiorno signore!

“Di dove sei Rambo?”, “Bowie, Arizona. Provincia di Voghera”

“Rambo 2 – La vendetta” è puro cinema, una specie di grosso
episodio dei G.I.Joe molto serio negli intenti e caciarone nella messa in
scena. Il numero di morti ed esplosioni provocate da Rambo in questo film,
insieme a Red Scorpion (film
“gemello”, ma meno fortunato al botteghino) sono diventate il modello su cui ho
basato tutti i miei pomeriggi infantili passati a giocare proprio con i
G.I.Joe, facendo i rumori di smitragliate con la bocca. Un film capace di
diventare un modello di riferimento per il genere a cui appartiene, di cambiare
il modo di parlare delle persone («Ehi, smettila di fare il Rambo!») e di influenzare il ricordo stesso dei fatti
realmente accaduti, è un trionfo del cinema su tutto, sulla propaganda e i dubbi
di populismo, è il tipo di pellicola che qui alla Bara Volante chiamiamo
Classido!

Vi ho parlato lassù della regola aurea dei seguiti, no?
Trattandosi di uno dei seguiti più famosi della storia del cinema, è un
argomento caldo e sapete qual è un ottimo modo per mandare a segno un seguito
degno di nota? Farlo scrivere a James Cameron che poi è proprio quello che
hanno fatto Stallone e la allora Anabasis, più nota in futuro come Carolco,
anche grazie ai successi del Canadese.

Roger Corman che lo vedeva tarantolato sui set dei suoi
film, di Cameron diceva che gli altri camminavano, Jimmy correva. L’iperattività
del Canadese e la sua bruciante passione per il cinema, non sono mai state più
roventi che in quel periodo all’inizio degli anni ’80, in cui in un nulla ha
scritto e diretto uno dei più grandi capolavori della storia del cinema, per poi… Beh, farne un altro della stessa portata e nel mezzo trovare il tempo di
buttare giù la prima bozza di sceneggiatura per “Rambo: First Blood Part II”.
Quasi tutto l’immaginario con cui sono cresciuto stava nei neuroni di un
Canadese che dormiva tre ore scarse a notte e poi via a fare del cinema.

Vi rendete conto del quantitativo di carisma, testosterone e testardaggine contenuta in un solo film?

La prima bozza scritta da Cameron iniziava con Rambo chiuso
in un istituto psichiatrico (abbastanza logico dopo il casino del primo film,
no?) e per tutto il tempo il veterano più famoso della storia del cinema,
avrebbe dovuto avere come spalla un tipo guascone dalla battuta facile, il suo
esatto opposto interpretato da uno che Stallone aveva diretto in “Staying Alive”
(1983), ovvero John Travolta (storia vera).

Il risultato finale era un “Buddy Movie” in cui Rambo faceva
la figura di quello serio nelle gag di Rat-Man. Cosa ne pensava Sly della prima
sceneggiatura? Entusiasta! In un colpo solo lascia senza lavoro sia Travolta
che Cameron e riscrive tutto di suo pugno. Stallone è convinto che Cameron non
avesse fatto un lavoro abbastanza buono, Jimmy, invece, come sempre senza
mandarle a dire, a film terminato lapidario ha commentato: «Io ci ho messo
l’azione, Stallone la politica». Come hanno fatto a non venire alle mani quei
due io proprio non lo so, nella lista di tutte le volte in cui l’umanità è
stata sull’orlo dell’annientamento durante gli anni ’80, metteteci anche lo
scontro tra Stallone e Cameron.

“Questo contro Jimmy mi tornerà utile”

Eppure, molto del cinema di Cameron è rimasto in “Rambo 2 –
La vendetta”, Jimmy ha riciclato l’inizio con il protagonista in un istituto
psichiatrico per il suo Terminator 2,
mentre l’idea di avere dei viscidi burocrati come cattivi e un protagonista
traumatizzato che torna sul luogo del delitto, sono tutta roba che avremmo rivisto
anche in Aliens – Scontro finale. Ma
è innegabile che questo sia per il resto il film di Stallone, via il manicomio,
dentro una scena d’esordio da “macho” in cui Rambo spacca pietre ai lavori
forzati.

Via la spalla comica, al massimo può restare Trautman (Richard
Crenna) con il compito di generatore di frasi per far fare bella figura a
Rambo: la metà del tempo snocciola battute ad effetto sul suo miglior soldato
(«Quello che lei chiama inferno, lui lo chiama casa»), nell’altra metà formula
domande anche un po’ sceme che, però, prevedono una risposta epica recitata da
Stallone («Come vivrai Johnny?», «Giorno per giorno»).

“Io non sono qui per salvare Rambo da voi. Io sono qui per recitare frasi ad effetto su di lui.”

L’idea di Cameron del super veterano che torna a salvare i
soldati ancora in Vietnam piace a Stallone e diventa il fulcro del film, anche
se Sly taglia via tutte le pagine scritte da Jimmy che servivano a dare un
passato e una personalità ai soldati ancora prigionieri, pare che Cameron non
abbia gradito aggiungendo: «Tanto vale mandarlo là a salvare una confezione da
sei di birra allora!», ma è chiaro che “Rambo: First Blood Part II” doveva
essere lo spettacolo personale di Stallone, un Gesù sceso dal cielo (dopo un
problema con il paracadute durante il lancio) venuto a salvare i buoni e a
punire i cattivi, ovviamente Vietcong e Russi conniventi che in un film così
non possono proprio mancare.

Chi da quest’incubo nero rosso ci risveglierà. Chi mai potrà? (quasi-cit.)

Ma già che ci siamo, bisogna punire tutti, ma proprio tutti
quelli che hanno fatto piangere la grande America, nemici interni ed esterni, a
partire dai grigi burocrati che con le loro manovre di palazzo hanno impedito
all’America (FUCK YEAH!) di trionfare («Signore, ci lasceranno vincere questa
volta?», «Stavolta dipende da te»). A rappresentarli una serie di facce giuste
notevoli, Charles Napier ha dichiarato che per anni la gente lo ha fermato per
strada, solo per dirgli quanto trovavano viscido il suo sudaticcio Murdock in
questo film (storia vera). Vorrei far notare che uno dei suoi uomini, in un
ruolo assolutamente minore, ma odiosissimo, troviamo anche Martin Kove. Serve
che vi ricordi che in Karate Kid
interpretava John Kreese, sensei del Cobra Kai reduce di guerra e qui fa la
parte di un soldato? Guardate che nell’odierno mondo fatto di “universi
espansi” cinematografici, gente ha gridato al “prequel” per molto meno di così,
eh!

“Non ci perdo nemmeno tempo con te, ti lascio al maestro Miyagi”

John Rambo qui è talmente concentrato sulla sua possibilità
di raddrizzare i torti del Vietnam e riportare a casa qualcuno dei nostri
ragazzi, che nemmeno le ascolta le indicazioni di un burocrate come Murdock, la
prova di Stallone è perfetta, nella prima parte del film sembra davvero uno con
dei disturbi dell’attenzione da stress post traumatico, fa lo “scemo che vuole
andare in guerra” e dimostra che, come dice lui, “la mente è l’arma migliore”
quando nota subito le balle raccontate da Murdock. Ma prima di arrivare a
salvare tutti, Rambo dovrà prima perdere tutto. Lo fa subito nella scena del
lancio dal paracadute che è a tratti tragicomica, ma necessaria per lasciarlo
nella sua condizione ideale: mezzo nudo, con una fascia in testa che – a
differenza del primo film – è solo per ragioni estetiche, armato di coltello e
arco. Ecco, l’arco di Rambo, questo è un argomento che mi sta a cuore,
parliamone!

Dovete capire che a casa Cassidy l’arciere è mio padre, il
signor Cassidy Senior, il vostro affezionatissimo qui ha praticato tiro con
l’arco una vita prima di passare al Basket, tempo sufficiente a capire i danni
fatti da “Rambo 2 – La vendetta”. Per prima cosa, nel film Rambo rimonta il suo
arco, un Compound da caccia usando una chiave a brugola (vi assicuro che nella
realtà è decisamente più complicato di così), ma soprattutto lo impugna con la
mano destra, perché Stallone è mancino ricordate i ganci sinistri di Rocky? La mano “forte” si utilizza per
tendere la corda, quella “debole” per sollevare l’arco, che tra le due azioni è
quella che richiede meno sforzo. “Rambo 2” è diventato così popolare che
ancora oggi molti pensano che quello sia l’unico modo per utilizzare arco e
frecce.

Sarebbe stato meglio conservare la freccia esplosiva per l’elicottero della scena successiva, ma vuoi mettere la soddisfazione?

Il nostro Sly, in compenso, era così concentrato a scrivere e
a recitare, da avere la buona pensata di affidarsi alla regia di uno
professionista troppo spesso dimenticato come George Pan Cosmatos, pare
suggerito a Stallone dal figlio Sage, dopo aver visto il suo “Di origine
sconosciuta” (1983), ma anche “Cassandra Crossing” (1976) non era proprio da
buttare. Il regista che solo l’anno dopo avrebbe diretto ancora Sly in Cobra, qui impone un ritmo da battaglia,
96 minuti in cui non si molla niente in termini di ritmo e la pellicola non ha
un solo momento di noia, ma in compenso ha parecchie esplosioni e scene
memorabili, talmente esaltanti che devo trattenermi dalla voglia di
raccontarvele tutte.

Cosmatos sostiene una cosa interessante: questo film di
Rambo è diverso dagli altri perché il personaggio di Co-Bao è quello che tira
fuori il lato fragile del personaggio. Se nel primo film era la storia e la
prova di Stallone a umanizzare in tutti i modi questo “mostro di Frankenstein”
creato dall’industria bellica (e da Trautman) qui Sly è una roccia, il
predatore che torna nel suo elemento naturale, la macchina da guerra al massimo
della sua potenza, solo la bella Co-Bao cava fuori qualcosa da Rambo che sarà
pure traumatizzato, ma non è scemo, vorrei vedere voi davanti agli occhioni
azzurri di Julia Nickson-Soul, una che della vostra classica Vietnamita non ha
nulla, ma questo film non vuole essere realistico in niente, nemmeno nel
rappresentare le bellezze locali.

He had a woman he loved in Saigon / I got a picture of him in her arms now.

Quella tra Rambo e Co-Bao è una storia d’amore tra duri del
cinema, lei lo vede ed è già amore, sogna di volare con lui negli U.S.A.
conquistata da tutta la sua maschia americanicità (esiste questa parola? Vabbè
avete capito). Lui, insensibile a tutti tranne che alle occhiate languide, un
po’ si sbottona. Rocky per conquistare Adriana durante la pattinata sul ghiaccio, le parlava di quello che ama, il
pugilato, Rambo di che volete che parli? Del suo amato Paese, ovviamente, del
modo in cui vorrebbe esistere – lui e tutti i reduci del Vietnam – per la sua
patria. Siccome 96 minuti sono pochi e abbiamo una guerra da vincere, la loro
storia si consuma fin al drammatico finale – che serve a scatenare il
protagonista – quando Co-Bao dice «Tu esisti per me», in tutta risposta si
becca un “Sì” fatto con un cenno della testa, tanto basta. Per due così
equivale più o meno ad una dichiarazione d’amore con serenata e scelta della
torta per il matrimonio, ora andiamo a vincere la guerra.

Se il titolo “Rambo 2 – La vendetta” è un’invenzione italiana,
mi devo affidare ad un’altra soluzione italica per trattare il punto chiave del
film. Avete presente quando Gizmo in “Gremlins 2” (1990) guarda una scena di
questo film in tv? Ecco, nel doppiaggio italiano del film di Joe Dante, la
frase «Per sopravvivere con guerra… bisogna saper combattere» diventa «Per
sopravvivere ad una guerra devi diventare la guerra», lezione che il tenero
Gizmo adotterà per affrontare i pestiferi mostri verdastri. Per descrivere il
personaggio e la prova di Stallone in “Rambo 2” devo scomodare i Mogwai,
perché qui Rambo diventa la guerra.

Grazie Gizmo, ci sei sempre quando ho bisogno di te.

Nello stato di servizio del personaggio, ci viene raccontato
che ha più di 50 uccisioni in tutti gli anni passati in Vietnam, solo in questa
pellicola, invece, John Rambo, da Bowie Arizona, uccide la bellezza di 74
persone con i mezzi più disparati, coltello, mitra, arco e frecce esplosive. Se
nel primo film minacciava di scatenare una guerra che non ti sogni neppure, qui
lo fa per davvero e Stallone lo capisce benissimo, perché prima fa patire al
suo personaggio una “passione” degna di quella di un Gesù – ovviamente Americano
al 100%, quindi muscoloso e pesantemente armato – con tanto di
crocifissione e piaghe sul corpo provocate dalla sanguisughe, dopodiché recita
il personaggio come uno a cui qualcosa si è rotto dentro la testa e agisce
silente e letale per puro istinto. Quando spuntano solo gli occhi dalla parete
di fango, fa più paura di Jason Voorhees, anzi, ve lo ricordo: 74 morti, Jason
levati, ma levati proprio!

Cosa intendevano per fanghi di bellezza, gli eroi d’azione degli anni ’80.

“Rambo 2 – La vendetta” è un film enorme e puramente
cinematografico, perché capisce perfettamente quando è il momento di aprire il
gas e non voltarsi più indietro, torturato, abbandonato – di nuovo! – dietro le
linee nemiche da qualche pigro burocrate che smangiucchia alla scrivania (idea
di Cosmatos per far sembrare particolarmente pigri Murdock e i suoi) Rambo
viene torturato dall’odiato nemico russo, interpretato da uno Steven Berkoff,
fresco fresco di un ruolo da cattivo mefistofelico in Beverly Hills Copchissà quante produzioni teatrali si sarà
finanziato Berkoff con queste due parti?

Dover recitare in “Rambo 2” per poter recitare il Riccardo
III.

Quando gli viene offerta la radio e
la possibilità di arrendersi, il nostro Rambo potrebbe accettare onorevolmente
la resa, invece qualcosa nella sua testa di macchina da guerra senza sentimenti
scatta, sentire all’altro capo dell’apparecchio l’odiato Murdock, il
rappresentante di tutti quelli che non hanno permesso al suo Paese di vincere
in Vietnam fa scattare il suo cervello rettile. Come se non fosse prigioniero,
disarmato e circondato da soldati, Rambo ricorda il suo vero obbiettivo (non a
caso cosa gli dice quando arriverà a piantargli il coltello sulla scrivania a
due centimetri dalla faccia? «Missione. Compiuta») e lo fa nel modo più
cinematografico possibile.

«Rambo, sono Murdock, felice di sentirti vivo. Dove sei?
Dacci la tua posizione che ti veniamo a prendere». «Murdock…» pausa scenica e
fulmine in sottofondo che illumina il mostro di Frankenstein, proprio come in
un Horror «…Sono io che vengo a prenderti!». Aggiungo solo Boom! anche perché
di esplosioni da quei alla fine delle pellicola ne arrivano ancora parecchie.

Se questa roba non vi piace, non vi conosco e non vi voglio nemmeno conoscere.

“Rambo 2 – La vendetta” è il trionfo, costato 44 milioni di
biglietti verdi con sopra le facce di altrettanti ex presidenti defunti, ne
incassa 150 solo in America, arrivando dopo “Ritorno al futuro”, ma prima di Rocky IV, nel 1985 Stallone produceva più soldi della zecca di stato. Con il suo intrattenimento stereotipato, da
cartone animato violento, “Rambo 2” fa dimenticare il reduce sofferente del
primo film e trasforma il personaggio nel simbolo dell’America interventista,
tutta roba esecrabile anche più dei cinque Razzie Awards portati a casa: Peggior
film, peggior attore protagonista, peggior sceneggiatura e peggior canzone
originale. Sono d’accordo solo con l’ultima, “Peace in our life” cantata da
Frank Stallone (fratello di Sly) è una roba melenso patriottica tenuta su solo
dagli echi del tema principale di Jerry Goldsmith, quello sì fantastico.

Sbloccata l’opzione proiettili infiniti.

Ma non conta nulla, perché questo film da solo ha creato più
iconografia di molti altri e allo stesso modo è un intrattenimento – da non
prendere sul serio – come poche altre volte il cinema ha saputo essere, se per
Stallone la missione era quella di vincere la guerra in Vietnam, al cinema ci è
sicuramente riuscito. Missione compiuta Sly, noi invece andiamo avanti, questa
rubrica è solamente a metà, e vi ricordo lo speciale Blogtour di settembre!

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