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Rambo III (1988): Storia della politica estera statunitense

Afghanistan, tra le altre cose, deserto rocce e sassi senza
sbocco sul mare, nel tempo Alessandro Magno ha provato a conquistarlo, seguito
da Gengis Khan, l’impero Britannico, la Russia comunista e in era più recente
gli Yankee. Ma sapete chi è stato il primo americano a provarci? Sylvester
Stallone.

Forse avrebbe fatto bene a ricordarsi uno dei dialoghi del
suo stesso film «Salvaci dal veleno del cobra, dai denti della tigre e dalla
vendetta di afgano» («Sai cosa significa?», «Che nessuno vi pesta i piedi»), ma
nel 1988 zio Sly era in cerca di riscatto al botteghino, dopo il tonfo di un
progetto molto sentito per lui come Cobra
e il flop di un altro titolo di culto come “Over the Top” (1987), sembrava
proprio il momento di far tornare in azione Rambo.

Quando Stallone è tornato a bussare alla porta di Mario
Kassar e Andrew Vajna, è stato accolto a braccia aperte, perché no? In fondo, se
non fosse stato per l’enorme successo al botteghino di Rambo e Rambo 2 – La vendetta,
la loro casa di produzione la Anabasis Investments, non sarebbe diventata la
celeberrima Carolco Pictures, scolpita nel cuore degli amanti dei film di
genere. Ecco perché “Rambo III” ha potuto contare su un budget di ben 63
milioni di fogli verdi con sopra le facce di alcuni presidenti defunti (un
termine di paragone? Ritorno al futuro parte II è costato 40 milioni), di cui Sly ha disposto in ogni modo. Quando
dico in ogni modo, intendo proprio tutti!

Anche organizzando una grigliata, specialità: Costolette!

Non m’interessa del gossip secondo cui Stallone si sia fatto
pagare un jet privato, l’importante è capire come sono stati impiegati buona
parte di quei Paper-dollari. Di sicuro un po’ servivano a pagare Harry Kleiner,
storico sceneggiatore di “Viaggio allucinante” (1966), “Bullit” (1968) e due
titoli usciti per la Carolco, Ricercati: Ufficialmente morti.

Naaa troppo facile, Sly boccia la bozza di sceneggiatura e
fa assumere Sheldon Lettich, poi parte in cerca di un regista e ne sceglie
uno che in quel momento stava sulla cresta di un’onda altissima, Russell
Mulcahy, fresco del successo di Highlander.
Le idee di zio Sly sono più che bellicose, lui punta a sfornare un film
grandioso, infatti, presto i rapporti con Mulcahy diventano tesissimi e il
regista è costretto ad incassare dal divo un bel: «Ne resterà soltanto uno…
IO!».

Sly intento a spiegare quanto deve essere grosso il suo film.

Mulcahy finisce ad autodistruggersi la carriera da solo con
scelte suicide (tipo il secondo “Highlander”) e si vede sostituito dal primo
che passa, nello specifico Peter MacDonald, grande esperienza nella seconda
unità registica di film come Rambo 2,
L’impero Colpisce ancora ed Excalibur, ma qui si trova a capo di una
baracca in cui a fare il bello e il cattivo tempo, è Stallone.

Per dire, Sly fa comporre a Jerry Goldsmith una colonna
sonora completamente inedita, salvo, poi, decidere di usare giusto un paio di
pezzi (che ci frega, paga la Carolco!), ma non ci risparmia la melensa “He ain’t
heavy, he’s my brother” cantata da Bill Medley che si sente sui titoli di
coda, una roba patriottico/fraterna che, però, fa rimpiangere tantissimo la
malinconica “It’s a long road” del primo film.
Ma il problema vero di “Rambo III” non sono tanto le spese
folli di Stallone, la messa in scena del film è ottima, a distanza di
trent’anni dalla sua uscita si vedono ancora tutti i soldi spese nella
realizzazione del film. Il vero problema del film è quello di essere stato fin
da subito in ritardo rispetto alla storia, quella del cinema e quella politica.

Piccole differenze tra USA e Afghanistan, in un’amicizia fatta per durar… Vabbè lasciamo perdere.

Dopo aver infilato i nemici russi in “Rambo 2” Stallone
pensa di puntare tutto sul rosso e renderli i nemici ufficiali nel suo film,
peccato che nel 1988 l’Unione Sovietica non era più “L’impero del male” di un
tempo, la distensione era già iniziata anche al cinema, quel drittone di Walter
Hill ad esempio, lo aveva già, capito.

Ma il paragone più significativo mi sembra un altro, anche Red Scorpion era un film nato con
intenti anti-comunisti, fatto anche per mettere su pellicola un po’ delle
porcate fatte dai Russi in Africa, ma almeno in quel film il protagonista è un
soldato sovietico che all’interno della pellicola aveva il suo arco narrativo
completo, il fatto che ad interpretarlo fosse Dolph Lundgren proprio colui
che aveva incrociato i guantoni con Stallone in Rocky IV, suona quasi come una beffa.

Scacchi, più russi della Vodka.

In “Rambo III” l’unico arco è quello che il veterano più
famoso della storia del cinema, usa per scoccare frecce contro i soldati
Sovietici, nessuna evoluzione, nessuno passo in avanti, John Rambo qui
abbraccia in pieno l’idea comune che tutti hanno del personaggio (specialmente
chi non ha mai visto nessuno dei film a lui dedicati): deve avere un coltello
enorme, un arco con frecce multiuso, i capelli lunghi, i muscoli in vista e una
fascia rossa in testa. Il Rambo di questo film è il miglior imitatore, in una
gara di cosplayer di Rambo. Molti sono rimasti turbati dal cambio di look nel personaggio, nelle prime foto promozionali del prossimo “Rambo: Last Blood”, ma abbandonare molti dei suoi simboli, potrebbe essere la cosa migliore capitata al personaggio, questo, però, lo vedremo tra qualche giorno.

Se tiri più forte quella fascia, rischi di fare la fine di Scanners.

A parità di sottotesti politici, Rambo 2 – La vendetta, era mosso dallo stesso furore patriottico,
ma aveva qualcosa di coinvolgente da raccontare: Rambo soffriva, subiva perdite,
viveva il suo essere l’eroe della patria con dolore, insomma aveva ancora delle
cose da dire. Il Rambo di questo terzo capitolo, invece? Sì, soffre, nel senso
che si trasforma il costato in un grigliata di Pasquetta per cauterizzarsi la
ferita con fuoco e polvere da sparo, è recalcitrante a tornare a combattere, ma
le ferite di guerra riportate più nelle mente che nel corpo del personaggio, quasi
non si vedono. Il “mostro di Frankenstein” creato dall’esercito qui è
sostituito da uno con i capelli troppo lunghi, la fascia troppo vistosa, i
muscoli troppo pompati. Nel secondo capitolo entrava in scena spaccando pietre? Qui diamogli un ingresso ancora
più cazzuto. Nel film precedente faceva esplodere elicotteri e soldati nemici?
Diamogli elicotteri e avversari più grossi da far saltare in aria.

Il risultato è tanta ottima azione, “Frasi maschie” a
strafottere («Chi sei tu?», «Il tuo incubo peggiore»), una messa in scena
ottima e dei dialoghi che filano anche belli lisci, malgrado l’ironia a cui
Stallone – affetto da sempre da una certa dose di gravitas congenita – non era certo avvezzo ai tempi. Sly rimasto alle
glorie passate, porta avanti il suo sogno matto di un “Rambo 3 – La
Stravendetta”, ribadisco, i dialoghi di questo film lo stavano consigliando
bene: «Dio deve amare la gente pazza. Ce n’è talmente tanta!».

“Questo? Me lo ha dato una carina conosciuta in vacanza, è un ricordo ci tengo”

Questo, forse, spiega perché in alcuni momenti, nel film
succedono cose (ed esplodono Russi), ma il coinvolgimento spesso latita, il
ragazzino Afgano con cui Rambo fa amicizia è uno stereotipo locale tanto quanto lo era la bella Co-Bao, ma non serve nemmeno a far evolvere il protagonista. Il Trautman
interpretato per l’ultima volta – in questa saga, ma non per sempre – da Richard
Crenna è sempre più un generatore di frasi ad effetto riguardanti Rambo («Dio
potrebbe aver pietà. Lui no!»), anzi per buona parte “Rambo III” sembra quasi un “Buddy
Movie”, in cui il protagonista battibecca prima con Mousa Ghani (Sasson Gabai)
e poi con il suo vecchio Colonello, le prove generali per Stallone prima di
“Tango & Cash” (1989). Nulla di male, questo crea momenti divertenti, ma
nel finale tutto diventa un grosso giocattolone in cui i protagonisti sembrano
indistruttibili, i Mujahideen che arrivano in loro soccorso come dei “Deus ex
machina” a cavallo contano poco, Rambo e Trautman avrebbero potuto far fuori
tutta l’Armata Rossa senza fatica e senza graffi, per la piega presa dal film
nell’ultimo atto.

#NoiDueControIlMondo #BFF

Trovo significativo che sia Trautman nel film – il creatore
del “mostro” Rambo – in un paio di dialoghi a dare la dimensione di quanto
tutto sia cambiato. Nel monastero gli dice che lui era già una macchina da
guerra, loro hanno solo smussato qualche angolo (quasi uno scarico di
responsabilità), mentre nel finale, due contro tanti, quando Rambo snocciola la
frase che ogni tanto mi ripeto anche io, quando fingo sicurezza nei momenti di
massimo delirio («Circondarli lo escludo»), cosa gli dice il vecchio Colonello?
«Mi sembra proprio il momento di fare lo spiritoso», persino per il creatore è
strano che la sua creatura sia cambiata così tanto.

Nelle riflessioni, chiamiamole “adulte” (o presunte tali) su
questa pellicola, mettiamoci anche la dedica finale prima dei titoli di coda,
la storia ha resto quel “Al valoroso popolo afgano” un enorme FACCIAPALMO
considerato che, poi, gli invasori dell’Afghanistan sono diventati proprio gli
Yankee, potremmo dire che Rambo ha sconfitto i Russi, in modo da permettere
agli Stati Uniti di invadere il Paese di più è meglio, quale opera
cinematografica riassume la politica esterna del Paese a stelle e strisce?
Proprio questa! Incredibile che in trent’anni di repliche televisive, molti
ancora non lo abbiano capito e gioiscano ad ogni nuova invasione Yankee. Io dal
canto mio, ho esaurito tutte le mie fantasie guerrafondaie giocando con i G.I.Joe
e guardando a “Rambo III”… Poi dicono che i film non servono a niente, tzè!

“Guerra, e sei il protagonista” (Cit.)

Di sicuro “Rambo III” è in grado di regalare tanta gloriosa
caciara, la scena iniziale in Thailandia, con quei quasi sei minuti senza
dialoghi, ma solo botte, è ottima, soffre di un unico problema: un po’ come
quando guardi “Scream” (1996) e diventa impossibile non pensare a “Scary Movie”
(2000), allo stesso modo non si può guardare Stallone di spalle impegnato a
legarsi la fascia in testa, senza immaginarsi Charlie Sheen in “Hot Shots! 2”
(1993). Inoltre, tutta la parte nel monastero dei monaci trappisti thailandesi è
ancora figo, perché se non altro resta l’unico momento del film in cui Rambo fa
ancora i conti con il suo passato, come il Dottor Banner che cerca di evitare
lo stress per non trasformarsi in Hulk, John Rambo cerca una pace impossibile
nel più isolato dei posti, ma a riabbracciare la guerra non ci pensa poi
troppo.

Ong-Bak, quindi anni prima di Tony Jaa.

La cattura di Trautman da parte dei Russi in territorio afgano è quasi un MacGuffin per far cominciare la storia, infatti dura due
minuti netti e tutta la parte di Rambo alle prese con i valorosi combattenti
per la libertà locale, se non altro, non sembra proprio il solito momento “Americani
visitano il terzo mondo, ovvero tutti i Paesi dove la moneta valida non sono i
dollari”, anche se è un’estrema semplificazione dello scenario dell’Afghanistan.

“Rambo III” è forse il perfetto esempio della regola aurea
dei seguiti: uguale, ma di più! Di bello ha che un tempo un film ad alto budget
era costruito attorno ad un solo attore e prevedeva, gente che corre a cavallo
per lanciare una Molotov, frecce scoccate nell’oscurità, tecniche alternative
per curarsi le ferite, carri armati parcheggiati dentro elicotteri e dialoghi
immortali come «È una luce azzurra», «Che cosa fa?», «Luce azzurra».

A volte la vita è bella, perché ti da risposte semplici.

Se il primo Rambo era un perfetto film d’azione con dentro
una critica sociale quasi da film anni ’70 e Rambo 2 – La vendetta l’incudine su cui sono stati forgiati tanti
altri titoli dello stesso genere, “Rambo III” è una cafonata costosa e
godibilissima, ci ho speso mille ore della mia vita a rivederlo, sapete che vi
dico? Tempo ben speso!

Prossima settimana, ultimo capitolo (per ora) della Rambo-Rubrica,
si va tutti in Birmania! Intanto non osate dimenticarvi del Blogtour, trovate tutte
le informazioni qui sotto.

La pagina riassuntiva del Zinefilo
Lo speciale della Bara Volante

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