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Rambo – Last Blood (2019): guerra senza fine

Da ragazzetto, leggendo i vecchi fumetti del Punitore (quello tosto degli anni ’90), nella mia testolina di lettore pensavo a quanto sarebbe stato figo un film sul personaggio con Sylvester Stallone nei panni di Frank Castle. Questo vi dice molto sui miei gusti che sono un po’ gli stessi da sempre. Ecco, mettiamola così: al me stesso di allora oggi direi che per quel desiderio avrebbe dovuto aspettare il 2019. Per gli Skateboard volanti, invece, non abbiamo ancora una data. Porta pazienza.

Zio Sly non si è mai davvero rassegnato a concludere la
storia del suo secondo personaggio più famoso con un quarto ottimo capitolo che, però, è riuscito a ripagarsi appena i
costi, ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che Stallone è come i suoi
personaggi: non si arrenderà mai. Gli vogliamo bene anche per questo.

Per questo nel testone di Sly “Rambo V” ronzava da
parecchio, almeno dal 2009 quando basando liberamente la storia sul romanzo “Hunter”
di James Byron Huggins, avrebbe voluto Rambo a capo di una squadra di cacciatori,
sulle piste di una creatura geneticamente modificata, anche se il suo eterno
rivale aveva fatto qualcosa del genere giusto qualche anno prima.

It’s a long road… (anche se vai a cavallo)

Per un po’ la trama avrebbe dovuto essere ambientata sul
fronte interno, salvo, poi, dopo qualche necessaria modifica, diventare “Homefront”
(2013), scritto e prodotto da Sly, ma donato al pupillo Jason Statham. Nel 2015,
invece, i due padri del personaggio (quello cinematografico e quello letterario),
Stallone e lo scrittore David Morell,
si erano quasi accordati per un racconto intimista che completasse l’arco
narrativo del personaggio, ma niente da fare, la produzione voleva che Rambo
salvasse qualcuno anche in questo nuovo capitolo (storia vera).

“Rambo – Last Blood” ha preso d’infilata tutti, girato tra
la Bulgaria e le Canarie come impone la moderna tradizione dei film di cassetta,
quasi non se lo aspettava più nessuno, lo stesso David Morell si è sbrigato a
dichiarare che questo nuovo capitolo è una delusione a cui dispiace che venga
associato il suo nome (storia vera).
Cioè: non ha detto nulla quando il suo personaggio è stato stravolto in Rambo 2 – La vendetta, anzi ha deciso di
firmare anche la novelization e poi si
lamenta per questa incarnazione del personaggio che, per assurdo, ha molto più
in comune con il suo romanzo originale
di tutte quelle precedenti? Secondo me si è solo offeso di essere stato scaricato
come sceneggiatore del film.

“David Morell? No no, nessun rancore…”

Quest’ultimo (fino alla prossima chiamata alle armi)
capitolo di Rambo ha una netta divisione in tre atti, forse non troppo ben
amalgamati tra loro, soffre di più di un difetto e della solita
rappresentazione dei personaggi di contorno scolpiti nel legno usando un
machete, considerando che al primo fine settimana negli Stati Uniti ha chiuso
al terzo posto come incasso, sembra di assistere alla corsa a chi lo demolisce
di più, però l’unico vero difetto che posso riscontrargli è quello, forse, di
essere arrivato troppo in là sulla tabella di marcia, andiamo per gradi, più
avanti ci torniamo. Nel dubbio da cui in poi SPOILER sulla trama, ve lo dico così sapete a cosa andante
in contro.

Da qui in poi le anticipazioni volano come frecce, consideratevi avvisati.

Abbiamo visto Rambo tornare a casa, lo ritroviamo qui
impegnato a dividersi tra il supporto fornito alle autorità locali per
ritrovare e salvare esploratori in difficoltà (come accade nella prima scena
sotto una pioggia battente) e prendersi cura dei cavalli, ma ancora di più
delle persone che vivono nel vecchio ranch di famiglia. Persone come Maria (Adriana
Barraza) la compagna del defunto padre di Rambo e sua nipote, Gabrielle (Yvette
Monreal) fa un po’ specie vedere questa sorta di diligentissima Ariana Grande chiamare
il nostro “Zio John”, però ci si abitua abbastanza in fretta, anche a vedere “Zio
John” libero dalla sua caratteristica zazzera e dalla fascia rossa, ormai roba (per fortuna) dimenticata.

Avevano proposto il ruolo di Rambo a Terence Hill ed ora lui è diventato Trinità.

Quello che non ha dimenticato Rambo è la guerra, avrà anche
dato sfogo a tutta la sua violenza in Birmania, ma nemmeno le medicine tengono a
bada i brutti ricordi che tornano a grattare alla porta. Trovo significativo
che John abbia scavato attorno al ranch dei tunnel, nemmeno fosse stato lui un
Vietcong e che ancora passi il tempo a forgiare e ad affilare coltelli da
regalare, a sua detta, come fermacarte. Ok, ognuno si gode la pensione nel
modo che preferisce, ma quello scelto da Rambo ha sinistri rimandi al suo
passato.

“Zio John, ma quanti fermacarte fai?”, “I miei nemici hanno tante scrivanie”

Malgrado le raccomandazioni di Maria e di “Zio John”, la
svolta arriva quando Gabrielle decide di andare in Messico per provare a
ricostruire un rapporto con il padre biologico, uno stronzo che fa da
MacGuffin, perché caccia frettolosamente la ragazza dalla sua porta lasciandola
in balìa dei locali, tipo la tamarra che avrebbe fatto la gioia di Lombroso e che
ha messo gli occhi sul braccialetto d’oro di Gabrielle, e qui tocca aprire una
doverosa parentesi.

Secondo voi che problemi ha con il Messico Adrian Grunberg?
Qui Stallone gli ha affidato la regia, forse perché il ragazzo si era
già fatto le ossa dirigendo un grande vecchio come Mel Gibson in “Viaggio in
paradiso” (2012), un film che ha parecchio in comune con questo nuovo Rambo,
specialmente nel rappresentare il Messico come un postaccio in cui in pochissimi
minuti puoi venire rapito, drogato contro la tua volontà e costretto alla
schiavitù sessuale da parte di alcuni tipacci che rispondono alle
caratteristiche chiave dei cattivi di un film di Rambo: stronzi fino al
midollo, armati fino ai denti e se stereotipati tanto meglio, tanto devono
rappresentare l’ingiustizia di turno da affrontare. Dài prendiamo per le
orecchie l’elefante al centro della stanza.

“Metti fuori il nasone Dumbo, ho giusto due cose da dirti”

Rambo 2 – La vendetta
è ancora oggi il film grazie al quale tutti ricordano il personaggio, il suo contenuto
propagandistico unito ad un certo pregiudizio nei confronti del cinema di
genere, ha sempre fatto sì che la politica abbia inseguito Rambo per tutta la
sua vita, molto più che la guerra da cui cerca eterno scampo. Il terzo film con i Mujahidin non ha fatto
altro che peggiorare la situazione ed ora che i cattivi sono i Messicani
brutti, sporchi e bastardi e Rambo scavalca il muro al confine con facilità irrisoria
(lasciando intendere che si possa fare lo stesso anche in direzione opposta) è
inevitabile per molti pensare al “fenomeno” che sta seduto alla Casa Bianca e
alla sua politica riguardo al Messico. Ve lo dico chiaro e tondo: ribattezzare
questo film “Trumpo” non vi farà sembrare spiritosi, ma solo scemi, il modo
perfetto per confermare che del secondo personaggio più famoso di Sylvester
Stallone non ci avete capito molto.

Rambo è un personaggio proletario che si è sempre scagliato con rabbia contro l’ingiustizia, il più delle volte armato di arco e fucile mitragliatore,
ma in tutte le forme che gli si sono sempre parate davanti, uno sceriffo intollerante, un viscido burocrate che manda altri al
fronte o in questo caso, un cartello messicano che gestisce un traffico di
prostituzione. Servivano dei cattivi, sono Messicani, se volete vederci della politica, non sarebbe la prima volta che accade con un film di questa saga, al suo protagonista non importa poi molto.

“Non lo hai visto Narcos gringo?”, “Sì, dura troppo, a me sarebbero bastate due puntate per ammazzarvi tutti”

Rambo è un (anti) eroe che combatte da sempre l’ingiustizia, è
intrattenimento grezzo quanto volete, ma sempre coerente, rappresentato da un
disadattato che un tempo credeva nel suo Paese e nel lungo percorso per
tornare a casa, ha perso tutto, anche parte della sanità mentale – come be sottolineato dal monologo che conclude questo film – restando solo
con quello che ha imparato: La capacità di sopravvivere di una macchina da
guerra. Per assurdo, il Rambo di questo film, somiglia molto ad una versione invecchiata
di quello del libro, le critiche che possiamo muovere alla pellicola se mai sono altre.

Ad esempio, la pigrizia di trovarci nuovamente di fronte ad
un film d’azione con un anziano protagonista a cui rapiscano (l’ideale) figlia,
un altro Taken con la sostanziale
differenza che l’attore protagonista non è un Liam Neeson oppure un Denzel Wahsington che arrivano da un passato
di ruoli drammatici, per riciclarsi eroi d’azione in tarda età. Qui abbiamo uno
che negli ultimi quarant’anni ne ha mandati al camposanto più di Taffo, noi
sappiamo di cosa è capace perché eravamo insieme al personaggio ogni volta. Noi lo sappiamo che lui può sopravvivere ad una guerra, diventando la guerra e la guerra di Rambo, pare essere senza fine.

73 anni, fa “Rambo 5”. Voi a 28, fiatone a fare “Rampa di scale 1”

Possiamo anche criticare una certa rappresentazione del
Messico che dopo titoli come Soldado,
non può che risultare vecchiotta nel suo semplificare, ma il problema
principale del film resta la sua eccessiva aderenza a modelli già visti di film
d’azione. La sempre gradita Paz Vega interpreta una giornalista in cerca della
sorella scomparsa rapita dai cattivoni, che offre un importante aiuto a Rambo
oltre che provare a riequilibrare la quota di “latinos” buoni nella pellicola, ma
più che passare per una Co-Bao in
misura minore e in salsa messicana, mi ha fatto pensare a “Acts of Vengeance”
(2017) di Isaac Florentine, in cui ricopriva un ruolo quasi identico, al fianco
di un Antonio Banderas in cerca di vendetta (tanto per stare in tema attori
drammatici riciclati a eroi d’azione). Tutto quello che gira attorno a Rambo è generico e abbastanza abbozzato, impossibile non notarlo.

“Porque siempre me tocca de recitar con qualche vecchio gringo incazzato?”

In un film così capite da soli che chiamare la polizia non
serve, infatti la questione viene archiviata con una riga di dialogo, il
modello diventa un po’ Il giustiziere della notte, con il cittadino americano che si fa giustizia da solo (tanto
per aggiungere un po’ di controversie dove già abbondano), se non altro Stallone
si gioca le carte abbastanza bene, tenendo volutamente bassi i toni, anche fin
troppo, visto che la prima mezz’ora di film va via per raccontarci la nuova
vita di Rambo e il primo morto arriva dopo quaranta minuti.

Arriva in maniera brutale con una coltellata, anche se la
strategia di Rambo di affrontare faccia a faccia i membri del cartello, armato soltanto di coltello… Beh, non è proprio la migliore che abbia mai
pianificato in carriera. Infatti finisce con cento armi puntate in faccia, pestato a sangue
e sfregiato al volto… Un’altra cicatrice di guerra da aggiungere alla collezione, tutto normale per uno che sa che nel cuore degli uomini esiste solo il buio assoluto e da quel buio lui è uscito vivo più volte.

“Circondarli lo escludo” (Cit.)

Da programma sono le successive cure mediche e il secondo
attacco di Rambo, questa volta un minimo più accorto nella strategia, ma sempre
brutale nei modi: a martellate (letteralmente!) zio John si riprende Gabrielle.
Ma a questo punto dovremmo aver capito che l’anagramma di John Rambo dovrebbe
essere “Mai una gioia”, visto che la ragazza muore di overdose sul pick up prima
di arrivare a casa.

Va bene che l’uomo che medita vendetta tiene aperte le sue ferite, ma pensando a Sage questa fa quasi male da guardare.

Quando il momento lo richiede, Stallone sa come recitare
queste scene e diventa anche complicato non pensare al destino del povero Sage
Stallone nel campo lungo in cui Rambo dà la brutta notizia a Maria. Diventa
chiaro che l’ultimo atto è quello che stavamo tutti aspettando e ve lo dico
fuori dai denti: se non vi emoziona vedere Rambo che affila coltelli, prepara
trappole e trasforma il suo ranch e i tunnel sotto di esso, nella versione
letale delle trappole di “Mamma, ho perso l’aereo” (1990), mi sa che questo
film non fa per voi e forse nemmeno questo blog.

Alcuni anziani guardano i cantieri, lui li costruisce e li riempie di trappole mortali.

L’ultimo atto di “Rambo – Last Blood” vale da solo tutta la
visione del film, non solo perché contiene la scena più violenta forse dell’anno
(quando la vedrete vi farà, perdere la teste. Ah-ah!), ma perché è l’esatta
continuazione del massacro quasi da Slasher a cui il personaggio ci ha sempre
abituati, solo con una varietà di trucchi e trucchetti derivati dall’età e
dalla maggiore esperienza. Insomma: moltiplicate il livello di sangue e violenza tranquillamente per dieci, visto che per Rambo l’età avanzata equivale ad una maggiore esperienza nell’uccidere. Brutto?

“Jason Voorhees? Un bambinone con la maschera traforata. Lui avrebbe pietà di te. Io no”

In tutto questo Stallone non è mai protagonista di scene d’azione
non credibili per uno della sua età (per chi avesse avuto qualche dubbio in tal
senso), nei cunicoli al buio il numero degli avversari non conta e un divieto
ai minori permette a Rambo di fare quello che faceva suo “cugino” in Rocky Balboa: colpire poco, ma colpire con
il massimo della forza che per Rambo vuol dire trappole acuminate, gambe
mozzate a colpi di machete, canne mozze a breve distanza e colpi di frecce per
completare l’opera. Tutto “Rambo – Last Blood” si riduce a questo: un ultimo atto brutale e grondante sangue, come i minuti finali apocalittici di “Unforgiven” (1992) solo che Will Munny qui è un energumeno forgiato nella guerra con una voce in grado di far tremare le ginocchia ai suoi nemici.

Lo scontro finale con il cattivissimo Hugo Martínez (Sergio
Peris-Mencheta) è uno dei più cruenti mai visto in tutta la saga, mettiamola
così: Rambo è stato colpito al cuore e all’uomo che gli ha dedicato tale
cortesia, ricambierà il favore nello stesso identico modo. Peccato per i tagli
di montaggio brutali che rendono la mattanza finale un po’ troppo spezzettata,
forse per rendere omaggio allo spezzatino di cattivi fatto da Rambo?

Al cuore Rambo, se vuoi uccidere un uomo devi colpirlo al cuore (Quasi.cit.)

L’aderenza ai modelli di riferimento di “Rambo – Last Blood”
lo vede uscire con le ossa un po’ rotte nel confronto diretto, è chiaro che l’intento
di Stallone fosse quello di regalare a Rambo un capitolo rugginoso, decadente,
disincantato e dai toni quasi western, una specie di “Gli spietati” (1992) con
Rambo al posto di Will Munny. Il problema è che per differenza di realizzazione
e budget, il film viene sorpassato a destra anche da pellicole ispirate a
quella di Eastwood come Logan. Insomma:
il tono era quello giusto, ma questo “Ultimo sangue” riesce ad essere crepuscolare e apocalittico in pieno solo nel ultimo atto, forse può bastare al netto del risultato finale, avere come sottofondo musicale “Five to one” dei Doors, poi bisogna dirlo, aiuta.

Ho sentito qualcuno dire le parole “Sentieri selvaggi” per caso?

Zio Sly è sempre intensissimo, l’ultimo monologo interiore
con cui si trascina sulla sedia a dondolo (il simbolo americano della pensione)
riassume alla perfezione John Rambo: qualcuno che ha cercato la pace nella
vita, ma ha trovato ancora una volta la ferocia degli uomini, uno che ha perso
tutto e in nome di quello continuerà a combattere. Infatti, nei titoli di coda,
Sly si alza da quella sedia a dondolo e cavalca verso il tramonto, come vuole
la tradizione degli eroi dei film western.

Stallone ha già dichiarato che se questo film dovesse avere
successo, lui è pronto per un nuovo capitolo, la sensazione è che se “Rambo
VI” doveva essere, ormai siamo davvero troppo avanti rispetto alla tabella di
marcia. In quanto reduce del Vietnam qui Rambo s’iscrive alla
tradizione a cui, forse, era da sempre destinato, ovvero seguire il modello creato
con il personaggio di Mack Bolan (ringraziate Lucius per tutti i dettagli), il
reduce del Vietnam che continuava la guerra a casa sua che, di fatto, è stato il
modello anche per il Punitore e gran parte – se non tutti – gli eroi d’azione
moderni.

“Ricordi Guglielmo Tell? Uguale ma la mela mettila in bocca”

Dopo aver provato a sfuggire alla guerra per quattro film,
qui Rambo è arrivato alla conclusione che nel lungo viaggio verso casa lui ha
perso tutto, anche la sanità mentale, ma di sicuro non ha perso la capacità di
combattere, l’unica soluzione è continuare a punire l’ingiustizia in tutte le
sue forme, anche a casa.

Il naturale finale dell’arco narrativo del personaggio che,
lo ammetto, mi piace davvero molto perché è sensato e coerente, però siamo
sicuri che un Punitore settantenne che vaga per l’America non sia fuori tempo
massimo? Per ora posso dire che con tutti i suoi difetti, mi sono goduto quel
sogno matto di vedere Stallone interpretare una sorta di Frank Castle, se la
storia del personaggio andrà avanti lo diranno gli incassi, anche perché state
sicuri che zio Sly di rassegnarsi alla sedia a dondolo non ha nessuna voglia. Gli vogliamo bene anche per questo.
Vi ricordo la rubrica congiunta che ha tenuto banco tutto il mese!

La pagina riassuntiva del Zinefilo

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