
Ormai dovrebbe essere chiaro che questa rubrica non teme i temi controversi, perché non li ha mai temuto il regista che ne è protagonista, benvenuti al nuovo capitolo di… Hurricane Billy!

Vi racconto una storia, ma vi avviso: ci sarà un bel po’ di sangue. Alla fine del 1977 il ventisettenne Richard Chase fece piombare la città di Sacramento in California nel terrore, soprannominato il “Vampiro di Sacramento” l’uomo uccise cinque persone nella città, lo sceriffo locale impegnato nelle indagini dichiarò che in ventotto anni di carriera non aveva mai visto omicidi così morbosi e insensati (storia vera). Una volta catturato Chase si dichiarò non colpevole invocando l’infermità mentale, la sua difesa venne respinta e Chase condannato a morte con un’overdose da antidepressivi nella sua cella.
Prima di questo drammatico tracollo che lo ha reso responsabile della morte di tutte quelle persone a Chase era stata diagnosticata una forma di paranoia schizofrenica, da tenere a bada con una cura di psicofarmaci che, ovviamente, era stata ignorata perché nella casa di Chase al momento della sua cattura vennero ritrovati contenitori pieni di tessuto cerebrale e frullatori pieni di sangue, si può dire GULP? Direi di sì.

Lo dico sempre alla mia Wing-woman: dovessi tirare i calzini prima del tempo, al primo giornalista sul posto in cerca di notizie sulla mia dipartita, tu digli che ero un grandissimo stronzo. Avete mai sentito qualcuno al telegiornale dire del vicino assassino, spacciatore che picchiava la moglie qualcosa di diverso da: «Una persona adorabile, salutava sempre»? Ecco, qui è più o meno la stessa cosa, ma visto che ho evocato le emozioni più basse, quelle che solo i giornalisti d’assalto sanno provocare nei loro servizi approssimativi, pensati per creare reazioni, quando il giornalismo di qualità dovrebbe essere quello che verifica le fonti e comunica senza bisogno di aggettivi, sono sicuro che in tanti ci siamo posti la domanda: ha senso che uno come Charles Manson sia rimasto in cella dal 1969 fino alla sua morte nel 2017? Sulla questione io ho la mia idea, voi avete la vostra, ma siccome questa non è una rubrica sulla mia o la vostra vita, l’unica opinione che dobbiamo tenere a mente è quella di William Friedkin.
Nella sulla autobiografia “Il buio e la luce” dichiara che ai tempi di The People vs. Paul Crump si era battuto per provare a sostenere con il suo documentario, qualcuno che lui riteneva essere stato arrestato ingiustamente, però si dice anche che si nasce incendiari e si muore pompieri, quindi nel libro Hurricane Billy dichiara che nel corso degli anni il suo atteggiamento sulla questione è cambiato: gli omicidi di John e Robert Kennedy, quello di Martin Luther King e John Lennon, i delitti della famiglia Manson e le varie stragi in lungo e in largo convinto Friedkin che non c’è ragione di tenere in vita assassini così abietti. D’altra parte, dovreste averlo intuito a questo punto della rubrica che Friedkin ama le zone d’ombra della nostra società, ma con i suoi trascorsi di documentarista, ama mettere sul piatto tutte le argomentazioni, infatti non poteva non essere attratto dalla controversa storia del “Vampiro di Sacramento”.

William Wood, il viceprocuratore di Sacramento che aveva seguito il caso, aveva romanzato la storia nel suo libro “Rampage” (1985) che poi è anche il titolo originale del film di Friedkin, da noi in uno strambo Paese a forma di scarpa uscito anche come “Assassinio senza colpa?” oppure come “Ritratto di un serial killer”, nel dubbio nel titolo del post li ho citati tutti, tanto per non sbagliare. Nel romanzo e nella successiva sceneggiatura, l’assassino cambia nome in Charles Reece anche se trovo curioso come “Billy” Friedkin riesca sempre essere attratto da scrittori suoi omonimi, dopo Billy Blatty ora tocca a Billy Wood.

Di sicuro era attratto dalla storia un’altra vecchia conoscenza di questa Bara, di tutti i cinefili del pianeta e di Friedkin, il nostro Dino De Laurentiis che già in passato aveva prodotto Pollice da scasso ed era convinto che “Rampage” avrebbe potuto diventare un titolo di punta quasi quanto “Velluto Blu” di David Lynch che il produttore da Torre Annunziata con furore, aveva appena lanciato.
Per il ruolo del procuratore distrettuale che nel film prende il nome di Anthony Fraser, il nostro Hurricane Billy non ha dubbi e vuole a tutti i costi Michael Biehn (fresco del successo di Terminator e Aliens – Scontro finale) che qui copre il ruolo dell’avvocato cattolico, sposato con quella caruccia di I Guerrieri della notte, ovvero Deborah Van Valkenburgh. Ricapitoliamo: principe del foro, timorato di Dio, atletico, biondo e disposto a tutto pur di far trionfare la giustizia, in un mondo ideale qualcuno capace avrebbe affidato a Michael Biehn il ruolo di Matthew Murdock in un bel film su “Daredevil” e ora la sua carriera sarebbe stata tutta diversa, ma noi viviamo nell’universo parallelo in cui il massimo che Michael Biehn ha avuto è stato Billy Friedkin in vena di trattati sociologici sui serial Killer.

Per il ruolo dell’assassino Charlie Reece, il regista di Chicago scelse Alex McArthur, nome che potrebbe dirvi poco visto che ai tempi era un attore televisivo e dopo questo film la sua carriera non è decollata, anche se qui offre una prova ferale perfetta per il ruolo.
“Assassinio senza colpa?” è un film fatto di alti e bassi, senza ombra di dubbio contiene alcune delle singole scene più graffianti mai dirette da William Friedkin in tutta la sua carriera, ma allo stesso tempo in più di un passaggio, si appiattisce su un formato quasi televisivo, forse causato dalle lunghe sessioni in tribunale e da tutti quelle scene di esami medici. Avete presente i dolorosi test a cui viene sottoposta Regan in L’esorcista? Immaginatevi una versione diluita e prolungata di tutte quelle scene. Forse l’anima da documentarista di Friedkin in alcuni momento di “Rampage”, ha avuto il sopravvento sul suo occhio da regista, anche perché il nostro Hurricane Billy era molto interessato ad inserire nel film gli studi del dottor James Cavanaugh che nel suo programma sperimentale di scienze del comportamento dell’ospedale St. Luke’s medical center di Chicago, grazie a scansioni del cervello e PET (tomografia e emissione di positroni) aveva constatato un diverso funzionamento della chimica nei cervelli dei soggetti violenti, rispetto a quelli considerati “normali”, ma ora, prima che iniziate tutti a fare battute su cervelli ABnormal, forse è meglio che io torni al film, anche perché di emissione di positroni io ci capisco più o meno quanto di fisica quantistica, ovvero una beneamata.
L’inizio di “Rampage” applica alla perfezione la massima per cui i primi cinque minuti di un film ne determinano tutto l’andamento: Charlie Reece si aggira per strada nella sua giacca rossa tipo Michael Jackson in thriller, armato di una Luger calibro 22 (la pistola dei Nazisti) che ha potuto regolarmente acquistare in uno dei tanti negozi di armi sparsi lungo gli Stati Uniti, semplicemente compilando i fogli e pagando, anche se Reece è uno squilibrato conclamato, quindi il tocco polemico, la pennellata di critica sociale infilata da Friedkin è presente fin dall’inizio del film.

Reece bussa ad una porta di una famiglia a caso e spara in faccia a chi gli apre la porta, quello che segue è un bagno di sangue con visioni di una mente distorta, in un inizio che non prende prigionieri e continua con lo stesso “tiro” anche quando deve introdurre il procuratore distrettuale Anthony Fraser e i suoi tormentati flashback sul passato. Il personaggio di Michael Biehn è tormentato e controverso, perché non è affatto un sostenitore della pena di morte, anzi tutt’altro, però si ritrova ad invocarla per le leggi statali, ma anche ad omettere delle irregolarità nell’arresto di Reece che ne avrebbero provocato lo scarceramento immediato, insomma, come sempre, i personaggi dei film di Friedkin si muovono nella zona grigia tra luci e ombre.
“Rampage” mette in chiaro la colpevolezza di Reece con almeno un paio di scene tostissime, quella del bimbo che insieme al padre seppellisce il gatto di famiglia in cortile, solo per rientrare in casa e trovare la madre brutalmente assassinata, visto che abbiamo sdoganato il «Gulp!» come reazione, una di quelle scene in grado di farti deglutire sonoramente sul serio.

Forse la scena più tosta resta l’irruzione a casa di Reece, nello scantinato in cui vive con la madre, la polizia trova foto di Gesù e di un tizio con i baffi come Charlie Chaplin (ma decisamente meno simpatico), bandiere naziste e foto pornografiche, tutto intervallato da contenitori in plastica ripieni di materia celebrale e sangue che Friedkin non ci fa vedere, o meglio ci mostra solo attraverso i flash delle macchina fotografiche che immortalano i reperti ritrovati al momento del (dubbio) arresto, un modo ancora più incisivo per suggerire l’orrore allo spettatore. In quanto giocatore di Basket sono tenuto a farvi notare che Reece, in fuga a piedi, viene fermato dalla polizia di Sacramento proprio al centro di un campo da Pallacanestro, questo perché Billy Friedkin, anche lui affetto da quello che l’avvocato Federico Buffa avrebbe definito “The Disease”, ovvero una bruciante passione per il Basket, proprio non può smettere di pensare alla palla a spicchi mai.

Dove “Rampage – Assassinio senza colpa?” inciampa e zoppica è proprio nelle lunghe scene mediche, che ammazzano un po’ il ritmo del film, facendolo scivolare in zona “legal drama”, ma uno di quelli fin troppo tecnici per appassionare davvero lo spettatore, all’ennesima TAC al cervello viene anche un po’ da pensare: “Ok, Billy, abbiamo capito il concetto”. Ed è un peccato perché gli elementi cinematografici riusciti nel film non mancano, a partire dalla languida colonna sonora firmata dal Maestro Ennio Morricone, uno dei suoi tanti (tantissimi!) lavori dimenticati nel mare magnum della sua produzione che meriterebbe più attenzione. A tutto questo, aggiungeteci anche una buona dose di fato avverso.
Dopo aver passato indenne il visto censura (una rarità per Friedkin), la palla era nel campo della De Laurentiis Company che cominciò a distribuire il film un po’ ovunque in Europa, questo prima di pagare i soldi che doveva alle persone coinvolte nella produzione, a partire proprio da Billy Friedkin. Senza ancora un piano per distribuire il film negli Stati Uniti, i rapporti di lunga data tra il regista di Chicago e il produttore di origini napoletane s’incrinarono completamente quando la compagnia di De Laurentiis dichiarò bancarotta, fargli causa? Non avrebbe avuto senso, inoltre Friedkin era impegnato a scartare i creditori che bussavano alla sua porta, perché secondo De Laurentiis ora i debiti del film erano da considerarsi debiti di Friedkin. Immagino che abbiano sentito le urla di Hurricane Billy fino a Torre Annunziata.

Aggiungiamo controversia a controversia? Chi più di Harvey Weinstein potrebbe considerarsi tale? Infatti, con il film ancora inedito negli Stati Uniti, fu proprio la rampante Miramax a mettere gli occhi sul titolo, la compagnia che in quel momento era a caccia di titoli gustosi non da produrre (non disponeva ancora di tutto quel capitale), ma da distribuire, pensò bene che il nuovo film del regista di L’esorcista poteva fare al caso loro, quindi distribuì il film nelle sale americane, ma solo nel 1992 e dopo alcune modifiche. La versione del 1987 terminava con Reece suicida nella sua cella, dopo che le (numerose) analisi ne avevano appurato la sanità mentale, mentre la versione che ho visto io per questa rubrica, è sicuramente quella del 1992, dove per mezzo di una voce fuori campo (quella di Alex McArthur) registrata successivamente da Friedkin, Reece viene dichiarato malato di mente e attualmente in carcere, a scrivere lettere di scusa alle famiglie delle sue vittime in attesa di un appello per la libertà condizionale, un finale più satirico che al regista di Chicago piaceva molto di più (storia vera).
Eppure, malgrado tutti gli sforzi, “Rampage – Assassinio senza colpa?” non conquista il pubblico, troppo serio e sbilanciato, forse dal regista di Il braccio violento della legge tutti si aspettavano qualcosa di diverso. Nella sua autobiografia, William Friedkin reduce da tre divorzi, considera questo film il punto più basso della sua carriera, il momento in cui ha toccato il fondo saltando direttamente ai titoli successivi decisamente più riusciti, ma siccome credo che non farei onore allo spirito mai accondiscende di Hurricane Billy se facessi lo stesso, la prossima settimana parliamo di come Friedkin, dopo aver toccato il fondo, si sia messo a scavare, tra sette giorni qui per il nuovo capitolo della rubrica, non mancate!
Sepolto in precedenza venerdì 19 novembre 2021


Creato con orrore 💀 da contentI Marketing