
Nel 2026 “Ransom – Il riscatto” spegne trenta candeline, e viene quasi da chiedersi come diavolo facciano a sembrarne ancora così poche. Forse perché è uno di quei film che non cercano di essere furbi, ma diretti, cattivi al punto giusto e sorretti da un’idea semplicissima: prendere il classico thriller da rapimento, strappargli via ogni residuo di conforto morale e trasformarlo in una guerra psicologica combattuta sulla tv americana o per noi spettatori, al cinema.
Siamo nel 1996, Hollywood è nel pieno di quella fase oggi praticamente estinta dei titoli a medio budget che erano ancora titoli di interesse per il pubblico, e Ron Howard – sì, proprio lui Ricky Cunningham – decide di firmare uno dei film più tesi, freddi e apparentemente anomali della sua carriera. Niente astronavi, niente spirito da pubblico generalista, niente rassicurazioni emotive spalmate con la cazzuola, solo un uomo, un figlio rapito e una decisione che manda tutto a puttane: non pagare il riscatto, ma offrirlo come taglia sulla testa dei rapitori. Una mossa da pazzo da parte del padre, sensata visto che papà è Mel Gibson, pazzarello fuori e dentro lo schermo.

Da quel momento “Ransom” cambia pelle, non è più semplicemente la corsa contro il tempo per salvare un bambino, ma una scalata morale, una partita a scacchi giocata sotto i riflettori dove ogni mossa rende impossibile tornare indietro. Il dolore privato diventa spettacolo pubblico, la giustizia smette di essere una questione di legge e si trasforma in esposizione e pressione per le scelte difficili.
Mel Gibson, all’epoca ancora nella sua fase aurea pre‑auto‑sabotaggio, è uno degli assi decisivi del film, il suo Tom Mullen è ricco, spigoloso, convinto di poter comprare qualunque soluzione, non è mai veramente simpatico, e il film è abbastanza onesto da non chiederci di schierarci ciecamente dalla sua parte, almeno all’inizio. È un padre che ama il figlio, certo, ma la sua risposta al trauma è il controllo assoluto, anche quando questo significa calpestare tutto il resto.

Risulta impossibile non leggere “Ransom” anche come una deviazione consapevole rispetto al mito action di Gibson. In un altro universo – quello di Arma letale, Mad Max o Braveheart – una storia simile sarebbe finita con lui che salva il figlio, pistola alla mano, lasciandosi dietro una scia di corpi e applausi. Qui no. Qui l’uomo d’azione è costretto a restare fermo, a pensare, a scegliere, non può rompere teste, può solo rompere equilibri, eppure la scintilla di follia che accomuna tanti suoi personaggi è presente anche qui, non esplode in colpi d’arma da fuoco, ma in decisioni estreme e in sguardi fuori controllo.
A rendere tutto ancora più interessante c’è René Russo, che con Gibson aveva fatto coppia “letale” in Arma letale 3, incarnando insieme a lui una declinazione molto più fisica, ironica e muscolare del cinema d’azione. In “Ransom” quel passato rieccheggia ma qui i due sono marito e moglie, ma non sono più invincibili, non sono brillanti, non sono pronti a risolvere tutto con una battuta e una pistola, sono fragili, spaventati, in disaccordo su come affrontare l’orrore che li ha colpiti. Russo, in particolare, porta sullo schermo una disperazione trattenuta, nervosa, mai spettacolarizzata, diventando il contrappeso emotivo a un Gibson che sceglie la strada più radicale, se in “Arma letale” la coppia funzionava per accumulo di energia, qui funziona per frattura, anche del loro matrimonio.

Dall’altra parte della barricata c’è Gary Sinise, che costruisce un villain sottovalutato, il suo rapitore non è isterico, non è teatrale, non si gode la violenza, ma è un uomo metodico, ordinato, che ha trasformato il rancore in sistema, in un piano. Quando “Ransom” mette questi due uomini uno di fronte all’altro, il film smette definitivamente di interessarsi al meccanismo del sequestro e diventa uno scontro tra ego e ossessioni, dove il bambino rapito rischia di sparire dietro le conseguenze delle scelte degli adulti.
Ron Howard dirige con una secchezza che sorprende ancora oggi, la macchina da presa resta addosso ai volti, stringe, osserva, non concede respiro. Niente virtuosismi, solo pressione costante, anche la colonna sonora di James Horner lavora contro lo spettatore, insinuante e nervosa, più interessata a generare disagio che a sottolineare l’eroismo. Rivisto oggi, “Ransom” colpisce anche per quanto sia figlio del suo tempo e al tempo stesso incredibilmente attuale, l’uso dei media come arma, la spettacolarizzazione del trauma, la convinzione che l’esposizione pubblica possa sostituire la giustizia anticipano dinamiche che oggi diamo per scontate, nel 1996 sembravano intuizioni audaci.

Certo, qualche ruga c’è, più che altro per via della tecnologia – inevitabilmente datata – usata dai personaggi o il personaggio, carismatico ma asservito al protagonista, del poliziotto Delroy Lindo, che poteva essere sviluppato meglio, ma sono rughe oneste, appartenenti a un cinema d’intrattenimento che non aveva ancora paura di lasciare lo spettatore senza appigli morali solidi chiari e netti.
Trent’anni dopo, “Ransom – Il riscatto” resta un film cattivello nel senso più nobile del termine, non perché glorifichi la violenza, ma perché non la addomestica. Non promette soluzioni, non distribuisce assoluzioni, ti lascia con la sensazione che qualcuno abbia vinto, forse, ma che tutti abbiano perso qualcosa nel processo, malgrado il finale che comunque, ti ricorda che il regista è sempre Ricky Cunningham, in ogni caso, scrivo sempre volentieri di Mel Gibson, anche alle prese con le conseguenze delle scelte difficili e magari questa settimana, sul tema dei rapimenti potremmo tornarci.


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