
Se negli scorsi venerdì abbiamo iniziato a prendere le misure di un autore ancora in formazione, oggi arriva il momento in cui si passa da promettenti a una solida realtà. Benvenuti al nuovo capitolo della rubrica… Come ho imparato a fregarmene e ad amare Kubrick!

Proprio quest’anno il film compie settant’anni, un’età quasi da venerabile immobilità museale, ma non in questo caso, perché “Rapina a mano armata” è un Noir ancora vivo, nervoso e piuttosto tagliente, uno di quei titoli spesso copiato, ma non proprio capito da tutti, non fino in fondo.
La genesi del film è già di suo un racconto kubrickiano, tutto parte da un incontro quasi casuale, Kubrick, che all’epoca arrotondava giocando a scacchi al Washington Square Park – per altro vincendo molto spesso, visto che era un abilissimo scacchista, storia vera – conosce il produttore James B. Harris. Non un produttore qualunque, ma uno che aveva appena venduto la sua società e stava cercando qualcosa di nuovo, o meglio qualcuno, Harris vide in Kubrick, parole sue, “la persona più intelligente e creativa con cui sia mai entrato in contatto”. Non è una frase che si regala con leggerezza, e infatti da lì nacque una delle collaborazioni più decisive del cinema americano degli anni ’50, la Harris-Kubrick Pictures, fondata nel 1955.

Il progetto prende forma quando Harris acquistò i diritti del romanzo di Lionel White per diecimila fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti, soffiandoli alla United Artists, che aveva già fiutato il potenziale dell’operazione, magari con Frank Sinatra come protagonista principale.
Eppure il nostro Stanley, aveva le idee chiare, non era il tipo da adattarsi alle idee altrui e cercava già il totale controllo creativo, infatti proprio su sua indicazione, venne coinvolto lo scrittore Jim Thompson, per lavorare alla sceneggiatura. La condizione imposta dalla United Artists per finanziare il film era quella di avere una grande stella, Jack Palance non funzionava, quindi alla fine per quaranta mila fogli verdi, è arrivato Sterling Hayden, ma questo ha fatto si che la UA riducesse di molto il finanziamento, i soldi mancanti? Tutti aggiunti di tasca propria da Harris e da alcuni prestiti familiari dei Kubrick (storia vera).
Trasferendosi da New York a Los Angeles, Kubrick mise in chiaro la sua volontà di controllare la produzione, sotto tutti i punti di vista, ma il sindacato registi gli ricordò che non si può essere accreditati come registi e direttori della fotografia nello stesso film, quindi al giovane e testardo regista, venne affiancato il veterano Lucien Ballard e da qui, inizia la vera battaglia sul set!

Gli aneddoti dalla produzione si sprecano, il migliore resta quello su Ballard che opta per una lente più classica da 50 mm, contravvenendo alla richiesta del buon Stanley, che voleva un’inquadratura con obiettivo grandangolare da 25 mm dimostrando che su questi dettagli, reazione del regista? Come viene ben raccontato nel fondamentale documentario “Stanley Kubrick: a life in pictures”, senza mai cambiare espressione, Kubrick ha chiesto delucidazione al suo direttore della fotografia, dopodiché gli ha detto di utilizzare le lenti da 25 mm o di lasciare il set per sempre. Dopo quell’occhiata, il veterano Lucien Ballard non ha mai più provato a surclassare il suo regista, per quanto giovane, un filino determinato, appena due righe (storia vera).
Il cast riflette il gusto personale del regista, facce da Noir che Kubrick aveva amato da spettatore, come Timothy Carey, Ted de Corsia, Elisha Cook Jr. e Marie Windsor, questi i volti scelti dal regista per organizzare il suo colpo, dove mette in chiaro che nel cinema di Kubrick, il caso esiste, ma viene sempre inglobato in un disegno più grande.
La trama, sulla carta, è semplice: un gruppo di uomini organizza una rapina all’ippodromo, ma non è il “Cosa” che conquista, piuttosto il “Come”, perché Kubrick prende il classico heist movie e lo smonta, lo ricompone, lo osserva da più punti di vista. Il tempo non è più lineare, gli eventi si ripetono da angolazioni diverse, la tensione nasce non da ciò che accade, ma da come lo vediamo accadere.

Johnny Clay, interpretato da Hayden, è il cervello dell’operazione, tutto è pianificato nei minimi dettagli, ogni partecipante ha un ruolo preciso, ogni movimento è calcolato. Eppure, come sempre accade nei film di Kubrick, il controllo è un’illusione o al massimo temporaneo, basta una variabile fuori posto – una gelosia, un errore, un gesto impulsivo – per far crollare l’intero castello, il destino, in “Rapina a mano armata”, non è una forza astratta ma un dettaglio incontrollabile che regola le vite di tutti, come a voler dire che ogni sistema, anche apparentemente perfetto, contiene il seme del suo stesso fallimento, un modo clinico di guardare al mondo, che diventerà da qui in poi uno dei tratti distintivi del cinema del regista.
All’uscita, il film fu un grosso successo di critica, tra gli estimatori più illustri anche Orson Welles, che ne apprezzò in particolare l’uso della fotografia, definendola brillante. Il lascito di “Rapina a mano armata” è enorme, anche se spesso invisibile, perché ormai siamo così abituati a vedere film che sono stati pesantemente influenzati da quello di Kubrick, da essere erroneamente abituati a considerarli la normalità. Un modo di ridefinire un modello narrativo che verrà imitato per decenni, fossi in voi inizierei ad abituarmi, perché con questa monografia lo vedrete spesso, mi riferisco al logo rosso dei Classidy!

La struttura non lineare, il racconto corale, la costruzione della tensione attraverso il montaggio temporale, questo è diventato il nuovo stampo per i film della stessa tipologia, basta dire che il suo estimatore più celebre resta Le Iene di Quentin Tarantino, che nei ringraziamenti del copione dei suoi “Cani da rapina” ha voluto inserire il nome di Lionel White. Il regista di Knoxville, per sua ammissione, ha inserito lui per non citare nell’elenco il nome di Kubrick (storia vera), sono decenni che mi chiedo come mai, ma come ho già avuto modo di “lamentarmi”, giornalisti e fan non fanno mai le domande giuste a Quentin quando ne hanno l’occasione.

Settant’anni dopo, il film continua a funzionare non perché sia stato il primo a fare certe cose, ma perché le ha fatte con una lucidità che ancora oggi fa scuola, un’idea precisa di cinema, controllare il caos sapendo che, prima o poi, il caos vincerà, forse è proprio qui che abbiamo cominciato davvero a “fregarcene” e ad amare Kubrick, nel momento esatto in cui abbiamo capito che il suo cinema non ci consola, ma ci osserva, e non sempre con indulgenza.
Ora, piccolissima pausa per questa rubrica, venerdì prossimo cade un giorno di festa e non voglio che vi perdiate un post su Kubrick con cui allargheremo ancora di più i nostri beh, orizzonti, non mancate, perché sarà un capitolo speciale di questa rubrica.


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