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Re per una notte (1983): meglio Re per una notte che Joker tutta la vita

La sapete quella del grande regista che firma un film bellissimo, ignorato e criticato alla sua uscita e poi, in parte, riscoperto solo nel 2019 quando tutti hanno deciso di eleggere un pagliaccio a nuovo Re? Non la sapete? Ve la racconto io nel nuovo capitolo della rubrica… Non è cinema, è Martin Scorsese!

Ci sono stati altri film nella carriera del regista di New York che sono stati dei flop, parzialmente riscoperti dopo, quando altri titoli hanno pescato dal lavoro del Buon Vecchio Zio Marty a piene mani, lo abbiamo visto con New York, New York, ma il caso di “The King of Comedy” è ancora più emblematico.

Se il suo film musicale era stato un tonfo al botteghino, la caduta di “Re per una notte” è stata rovinosa, gli incassi risibili sono stati conditi da quello che io considero uno dei più clamorosi casi di vacca presa per le balle della storia della critica cinematografica, un esempio? Sua Maestà Roger Ebert ha indossato la corona del Jerry Langford della situazione, arrivando a definire il film come arido, pronto ad esplodere ma senza farlo mai. Peggio di lui, solo Pauline Kael che lo etichettò come deliberatamente vacuo nemmeno in grado di riuscire ad essere abbastanza da intrattenere. Ennesima conferma che Padre Tempo resta e sarà per sempre il miglior critico cinematografico di sempre.

La rincorsa di “The King of Comedy” è stata lunga, Bob De Niro aveva messo le mani sulla prima stesura reduce da Il Padrino – Parte II, la propose subito a Scorsese impegnato con Alice non abita più qui ma zio Martino non riuscì ad entrare in connessione con storia e personaggi, cosa che avvenne solo grazie all’insistenza di De Niro e dopo il successo del film cu sui il BVZM aveva puntato tutto, anche per restare all’interno dell’industria cinematografica, ovvero Toro Scatenato.

L’occasione che il protagonista aspettava, arriva nei primi cinque minuti, sui titoli di testa del film.

Le aspettative del pubblico davanti al nuovo film della coppia De Niro/Scorsese erano evidentemente diverse, eppure per assurdo, “The King of Comedy” è il gemello diverso perfetto di Taxi Driver, un altro modo per parlare di un povero Cristo e dei suoi peccati, e di solitudini tutte maschili che vanno mano nella mano con una salute mentale instabile, lo sceneggiatore Paul D. Zimmerman, come Paul Schrader ha toccato quasi le stesse identiche corde, partendo dalla storia (vera) dello stalker di Jimmy Carson, David Susskind, un particolare tipo di cacciatore di autografi di cui aveva letto un articolo su Esquire.

In effetti “Re per una notte” è un film doloroso, che si materializza indossando la maschera della commedia, perché il suo protagonista, dal nome buffo che molti non pronunciano nemmeno correttamente, Rupert Pupkin (il nostro Bob, minaccioso anche quando ride, anzi, forse di più) è questo, uno che vive una vita di umiliazioni continue a cui risponde con una falsissima risata, di cui lui però è convintissimo, il nostro aspirante alla corona non ride perché è pazzo, ride in faccia al mondo che non capisce il suo talento, quello che lui sa di avere, gli serve solo una notte per dimostrarlo, il concetto molto americano dell’occasione, quell’unica occasione nella vita per dimostrare quanto vali, in un gioco di specchi a cui Scorsese impone una direzione impeccabile, questo Pierrot che ride della tragedia, per me, non solo è uno dei migliori film del regista di New York, è un Classido a tutti gli effetti.

La storia ruota attorno al citato Rupert Pupkin, senza alcuna formazione da comico professionale, lui crede di essere bravo, anzi, ne è assolutamente convinto, sa di esserlo, il mondo deve solo accorgersi di quello che lui già sa. Per farlo, si prenderà – con tutti i mezzi – l’opportunità che gli viene offerta dal caso, anzi, dai primi cinque minuti del film, quelli che come ben sapete visto che ve lo ripeto sei volte a settimana, sono quelli che determinano tutto l‘andamento del film. Quando il comico Jerry Langford (Jerry Lewis) viene assalito da una folla di fan e cacciatori di autografi, Pupkin lo protegge e salito sul sedile della sua auto, qui ottiene il più generico degli appuntamenti, il classico seeee passa nel mio ufficio e vediamo quanto sei bravo, parla pure con la mia segretaria, giusto per liberarsi del mitomane, rivelatosi utile subito e dannoso un momento dopo. L’appuntamento fantasma è l’ennesima umiliazione che Pupkin accetta ridendo, perché presto finirà a cospirare con l’amica Masha (Sandra Bernhard in una prova magnifica) per rapire il noto presentatore di Talk Show, prenderlo in ostaggio e costringerlo a garantire al nostro Re la sua notte, in diretta televisiva nel suo spettacolo.

Il secondo ruolo di culto per Sandra Bernhard, il primo è ovviamente Hudson Hawk, non accetto discussioni in merito.

La produzione del film è stata più che travagliata, dopo aver sfornato New York, New York, “L’ultimo valzer” e Toro scatenato Zio Martino è arrivato sul set di “The King of Commedy” con la prospettiva di venti settimane di lavorazione tiratissime per sfruttare la disponibilità di Jerry Lewis scelto – molto filologicamente – per la parte del Re della commedia che sta per subire un golpe. Un piano di lavoro che prevedeva tutti i giorni, dalle quatto alle sette di sera, nel mezzo della caotica Grande Mela, senza pause, risultato finale? Scorsese si portò a casa il film al costo di una polmonite (da stress) e dell’odio eterno di Jerry Lewis.

A quello che molti ricordano come uno dei suoi primi ruoli cupi (forse anche per questo il film non venne premiato dal pubblico) Lewis ha odiato ogni giorno sul set, la meticolosità di Scorsese lo costringeva a lunghe attese, in compenso, in coppia con De Niro, i due italo-americani avevano un modo tutto loro per intendere “il metodo” quindi i maltrattamenti per entrare nei rispettivi ruoli, andavano poco giù al grande comico, che spesso doveva solo fare da spalla nel Rupert Pupkin Show, che ovviamente si traduce nella prova di De Niro, che qui non ha bisogno nemmeno di far troppe delle sue smorfie da pazzo, gli basta ridere per far emergere la scintilla di follia del suo personaggio.

«Allora Jerry, sei contento di lavorare con me e Marty?»

L’arco narrativo del protagonista, le sue caratteristiche e per certi versi anche l’epilogo (anche se quello di “The King of Comedy” è molto più cinico, lasciatemi l’icona aperta su questo punto), fanno di questo sfortunato film il fratellino di Taxi Driver, con la differenza che Paul Schrader scavava nell’animo umano, nelle solitudini maschili e nello sporco della nostra società lasciando la guerra del Vietnam sullo sfondo, come un sibilo da acufene, Zimmerman invece fa emergere con la forza sguaiata delle risate in faccia alla società del protagonista, tutte le idiosincrasie del mondo occidentale e in particolare, del rapporto malsano con media e popolarità.

Partendo dal punto di vista di un solitario che sogna di essere Re, il film mette alla berlina tutta quella parte molto sbagliata della nostra società, non è un caso se il copione, o per lo meno la prima bozza, di “Re per una notte” sia stato scritto nello stesso anno in cui in sala, usciva l’altra grande e satirica critica sui mass-media, ovvero “Quinto Potere” di Sydney Lumet, quel film metteva in chiaro la potenza della televisione, Scorsese e il suo sceneggiatore lavorano ad un livello più sottile, portando alla luce il rapporto malato che il pubblico ha instaurato con le persone che vivono e guadagnano – popolarità, potere e denaro – vivendo nello schermo di tutti quanti noi. Se riflettere su questo, lo applicate alla connessione uomo-macchina (o uomo-smartphone) contemporanea, capite che un certo film del 2019, della lezione di Scorsese ha capito quello che voleva, forse perché troppo impegnato a ridere e urlare certi concetti.

“Re per una notte” porta magistralmente in scena tutta la violenza della fama e della celebrità, la tendenza insita nell’individuo di voler non solo assomigliare al proprio mito, ma a volerlo assimilare, fino ad arrivare a poterne disporre, anche di distruggerlo, come tante Annie Wilkes siamo tutti “Il fan numero uno” di qualcuno. Dentro questa storia ritroviamo tracce del Mark David Chapman, colui che sparò a John Lennon su un marciapiede di New York l’8 dicembre del 1980, del persecutore di Jodie Foster, ma gli esempi sarebbero tanti, perché Rupert Pupkin non vuole solo avere la sua possibilità, non vuole solo conoscere Jerry, vuole diventare Langford, perché se mai riuscisse a diventare il Re, smetterebbe immediatamente di essere un signor nessuno.

Questo dramma nerissimo, carico di solitudini, si traveste abilmente da commedia per parlarci in modo efficace, già nel 1983 e oggi ancora di più, una parabola quasi profetica nell’analizzare come il pubblico reagisce alla fama e alla celebrità. Pupkin è invasivo come molti fan oggi lo sono sui Social-Cosi, lo è come lo stesso persecutore di DeNiro, che in quanto attore di metodo, per calarsi nel ruolo, ha iniziato lui a perseguitare il suo “Fan numero uno”, per capire cosa lo muoveva, perché lo seguiva ovunque, e cosa stava dietro al suo: voglio invitarti a cena a casa in modo che tu possa conoscere mia madre. Ora, io con il De Niro degli anni ’70, ’80 e buona parte dei ’90, non avrei scherzato tanto, comunque trovo molto significativo che zio Martin nel film si sia ritagliato il suo solito cameo nei panni di un regista (televisivo) e che sua mamma, Catherine Scorsese, ricopra il ruolo della madre di Pupkin, giusto per abbattare e rimescolare la distanza che questo film quasi azzera tra la finzione e la realtà che vuole raccontare.

Per calarsi nel ruolo del regista qui, Martin Scorsese ha studiato cinema e diretto diversi film (storia vera, ah-ah!)

Lo fa benissimo in una scena in particolare, sono tante le sequenze che esistono solo dentro la mente di Pupkin, come le varie cene al ristorante in cui Langford lo prega di partecipare al suo spettacolo, ma la migliore di tutti, l’apoteosi, è il “controcampo”, del personaggio di De Niro, che solo in casa fa le prove del suo numero comico, davanti a sagome, un pubblico indistinto che esiste solo nella sua testa. Questa non solo è una scena che cammina mano nella mano con quella dello specchio del gemellino di “The King of comedy” ovvero Taxi Driver, ma è anche un campo e controcampo interno al film.

Gli applausi del pubblico rimbombano dentro la testa di un mitomane o di un solitario di talento, la linea è molto sottile.

Qui Scorsese non ci mostra il suo protagonista in azione, ma solo il suo punto di vista, ci fa vedere, usando il cinema, come Pupkin percepisce se stesso, il più grande comico del mondo, il Re, senza urlare, senza sottolineare, in tutto questo, abbiamo la misura della solitudine assoluta e assordante di un uomo che ogni giorno, da un vita intera, prova il suo numero per convincersi di una realtà che esiste solo nella sua mente, vi ero debitore di un’icona da chiudere, questo è il momento di farlo.

Il “controcampo” di questa scena è il finale, il numero di Rupert Pupkin in tv, incoronato in diretta mondiale è un inquadratura fissa su De Niro, opposta a quella di spalle in cui provava e riprovava quel numero, ad una prima occhiata distratta, data da generico spettatore televisivo che si imbatte nel programma di Langford, quel finale è un trionfo, ma a seguirlo con attenzione, è solo un riciclo di materiale di quart’ordine, che contiene dentro una confessione dolorosissima, un elenco di traumi di una vita intera, degna di una seduta dallo psicologo, il volto di Pupkin è una risata fissa, da far male agli zigomi per quanto forzata, ma dentro si porta solitudini e sofferenze indicibili.

Eppure il suo numero è andato bene, ma quello che mi sono sempre chiesto vedendo e rivedendo il film è una semplice domanda: è andato bene davvero o Scorsese sta ancora usando il media del cinema per raccontarci come Pupkin pensa che sia andato? Diavolo di uno zio Martino!

Mentre sei ancora lì, in dubbio tra l’aver visto la realtà (della televisione, quindi finta) o quella di Pupkin (quindi doppiamente fittizia), va in scena quel epilogo satirico che mette in chiaro che, in un modo o nell’altro, la fama per il personaggio è arrivata, come per Travis Bickle, ma per me, in maniera anche più cinica.

Quando eravamo re (per una notte)

Trovo clamoroso tutto questo bellissimo film, flop sanguinoso alla sua uscita e oggi, una delle più lucide analisi della società in cui viviamo, perché alla fine i falsi miti creati dai media vivono tra noi e sono ancora idolatrati, ancora di più e ancora più popolari e virali con l’avanzare della tecnologia. Trovo che dica più della nostra società il fatto che un film che pescando da Scorsese, abbia urlato e sottolineato con il pennarellone a punta grossa TUTTI i concetti, sia più idolatrato del materiale originale. Zio Martino aveva già capito che viviamo in una società dove tutti vorrebbero essere il Joker, eppure il suo personaggio lo dice chiaramente più volte: meglio Re per una notte che buffone per sempre. Ma se tutti ridono, non puoi sentire niente, nemmeno il dolore altrui.

Prossima settimana, pausa per questa rubrica causa festeggiamenti di Halloween, ma torneremo presto perché abbiamo un compleanno fondamentale da festeggiare insieme al Buon Vecchio Zio Marty, mi auguro per voi che siate dei nottambuli.

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