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Ready Player One (2018): giocati il tuo penny e premi START

Prima di iniziare, una cosa ci tenevo da dirla: vorrei fare un salutino a tutti quelli che davano Spielberg per bollito ed ora sono lì fuori con gli occhi a forma di cuore per “Ready Player One”, come state tutto bene? Ho tre paroline per voi: Giù. Dal. Carro! Ok, ora che mi sono tolto questo sasso dalla scarpa, m’infilo il visore, preparo il sacchetto con le monetine come al cabinato e partiamo, musica!
So che molti sono rimasti delusi da “Ready Player One”, forse perché si aspettavano un’orgia di citazioni fini a sé stesse, una specie di “Kung Fury” all’ennesima potenza, ad altri, invece, il film è piaciuto così così perché rispetto al romanzo omonimo di Ernest Cline uscito nel 2010, la storia e i personaggi risultano parecchio semplificati. Per quanto mi riguarda, nella sfiga penso che mi sia andata piuttosto bene.
Per una serie di ragioni che vi risparmio non sono riuscito (ancora) a leggere il libro prima di vedere il film, inoltre, ho dato una mezza occhiata svogliata a trenta secondi di trailer prima di dimenticarmene come ormai cerco di fare da un po’. Di fronte al film mi sono detto: “Cass ricorda, spirito critico, non lasciarti abbagliare da tutto quello che questo film di lancerà addosso, perché colpirà basso giocandosi tutti i tuoi affetti di piccolo grande nerd, quindi guardia alta e niente papere”. Devo dire che ci sono riuscito, anche abbastanza bene a non farmi distrarre dalle centinaia (o migliaia?) di citazioni. Però, a fine film avevo non uno, ma DUE pugni in aria (John Bender tzè, dilettante) il cuore in fiamme, le farfalle nello stomaco, sul volto un sorrisone ebete e sulle labbra il coro: Spielberg uno di noiiii! E Spielberg uno di noooooii! Uno di nooooooiii!
Uno di noooooi! E Spielberg uno di nooo… ok la smetto dai.

Insomma, beh dai, bene, no? È importante mantenere le premesse, ma quando un film riesce a mandartele tutte zampe all’aria è pure meglio. A che punto siete voi dello “Spielbergometro”? No, perché per affrontare “Ready Player One” è un fattore che conta parecchio, cos’è lo Spielbergometro? Facile: lo strumento che misura quanto siete in fotta per il regista con gli occhiali tondi, perché nella vita di un cinefilo si passa dalla fase infantile “Steven più grande di tutti” anche perché i suoi film cavolo, parlano per lui. Per finire in quella più adolescenziale e ribelle che pensa che questo qua, con tutto il suo saccarosio non sia poi tutta ‘sta gran cosa. Adolescenti, qualche anno, poi passa tutto.

Ma secondo voi Simon Pegg si fa pure pagare, oppure lavora gratis pur di conoscere i suoi miti?

Perché è inevitabile riflettere sull’enormità dell’impronta di zio Steven sulla settima arte, da qui il mio sfogo iniziale: quanto siete disposti a credere allo Spielberg narratore, quello capace come nessuno al mondo di tirare i fili delle vostre emozioni? Questo fattore è molto importante per godersi “Ready Player One” che in fondo tra le tante cosette che manda a segno, contate pure quella di riuscire a portare sul grande schermo il concetto stesso di essere fan di qualcosa che appartiene al mondo dell’immaginario.

Chiacchierando in rete con gli amici (perché nel 2018 si fa così e ditemi che in questo senso il film di non è al passo con i tempi) mi hanno quasi tutti confermato che l’OASIS nel libro era descritta di più e meglio, ma per quanto mi riguarda essendo all’oscuro del lavoro di Ernest Cline, posso dire che l’approccio di Spielberg di mostrare, spiegando solo lo stretto indispensabile con me ha centrato nel segno.
Un Nerd, come quando non era ancora una roba alla moda.

Ogni il termine “Nerd” ha perso la sua originale accezione, è abusato e diventato pure di moda (dannato “The big bang theory”!), ma per quanto mi riguarda essere appassionato di cinema, fumetto o videogiochi, fate voi in base al vostro gusto, vuol dire principalmente vivere con la dolce ossessione di volersi costantemente immergere nel mondo dell’immaginario, tutta roba che non esiste perché qualcuno l’ha inventata e noi come fan l’abbiamo fatta nostra, assimilata tanto da farla diventare un linguaggio comune, che chi è come noi può comprendere ed utilizzare, come metallari che s’incontrano al supermercato e si riconoscono per la maglietta nera e teschiata.

Sei nel mezzo di qualcosa di noiosissimo e pensi “Ma sarà più forte Hulk o La Cosa?”, sei in coda allo sportello e vorresti solo tornare a casa a rivederti Alien così, per il gusto di farlo. L’immaginario diventa un modo per affrontare (se non proprio sfuggire) la realtà, una coperta di Linus in cui avvolgersi che sta a metà tra un rifiuto di abbandonare l’infanzia ed un modo di entrare in un mondo parallelo, senza nemmeno bisogno del visore o di una tuta ottica X1.
Hey! Tieni già le mani da Lara Croft! Non è così che si gioca a “Tomb Raider”.

Spielberg questo non lo ha capito bene, lo ha capito BENISSIMO, credete che a lui freghi qualcosa di omaggiare la cultura pop per il semplice gusto di farlo? Quella cultura pop che qualcuno di voi starà cercando di inculcare ai propri figli come altri fanno con la passione calcistica o la fede politica (che tanto in uno strambo Paese a forma di scarpa pare la stessa roba), perché: va bene tutto figliolo, puoi votare, pregare e fare sesso con chi vuoi quando sarai grande, ma Star Wars lo devi conoscere a memoria!

No, a Spielberg interessa di raccontare e lo fa pure molto bene, è proprio lui l’arma segreta di “Ready Player One”, mentre lo guardavo ci pensavo, ci ho pensato per un secondo pieno prima di tornare ad esaltarmi. Ma come ha fatto il maledetto GIEI GIEGI Abrams a farsi scippare un film del genere? Avrebbe dato via, diciamo due dita di una mano (così almeno non divento volgare) per dirigere questo film. Ma se lo avesse fatto lui, avete idea di che razza di cagata sarebbe venuta fuori? Probabilmente l’orgia di citazioni ognunafine a sé s tessa che molti speravano di vedere fin dal Trailer, ma per fortuna il film è finito nelle mani giuste ed io anche oggi, sono riuscito a parlare male di Abrams e bene di Spielberg. Un’altra giornata ben spesa!
Tu mettici un ninja. Ogni cosa migliora con un ninja.

Spielberg non è un 30/40enne regista che con 175 milioni di ex presidenti defunti stampati su carta verde come budget, può permettersi di rovesciare la scatola con tutti i giocattoli sul pavimento e far combattere tra di loro personaggi di Street Fighters e le Tartarughe Ninja, certo è normale che se mi citi Excalibur, oppure prendi il gigante di ferro e gli fai rifare LA scena di Terminator 2, mi colpisci al cuore, ma scovare le citazioni è solo un gustoso extra in quello che è un film cinque stelle extra lusso.

Per risultare credibili dietro la macchina da presa di un film come questo, ci vuole un certo pedigree artistico, perché gran parte della cultura pop omaggiata nel film Spielberg ha contribuito a crearla, o almeno a produrla, qualche esempio? Daito il samurai ha la faccia di Toshirō Mifune, lo stesso Toshirō Mifune che Spielberg ha diretto in 1941 – Allarme a Hollywood, bella la DeLorean e il cubo che riavvolge il tempo, che porta il nome di Zemeckis che, poi, era il compare di bisboccia di Spielberg a cui ha prodotto il suo film più famoso.
Pensare che Spielberg voleva trasformarla in un frigorifero (storia vera).

La bellezza di “Ready Player One” è quella di essere un perfetto film per ragazzi, come tanti con cui siamo cresciuti (e molti dei quali portavano lo zampino del nostro Steven), badate bene, non una saga “Young Adult” in dodici comodi film, ma un unico grande film per ragazzi che non prende per il culo gli stessi etichettandoli con un’espressione in inglese per nobilitare tutta l’operazione. Ma proprio un film per ragazzi nell’eccezione più chiara e semplice del suo genere, in i “Ragazzi” possono esserlo per ragioni anagrafiche, oppure perché erano ragazzini tre decenni fa, un film che parla a tutti quegli spettatori che sono pronti ad indossare i personaggi del film come se fossero i loro Avatar.

Certo, un film per ragazzi il più delle volte lascia scoperto il fianco alle critiche dei più cinici, quei cagacazzo come me che cercano sempre il buco nella sceneggiatura, è chiaro che “Ready Player One” sia uno scontro frontale tra due tipologie di storie vecchie quanto il cinema, ovvero “Un ragazzo incontra una ragazza” che va a braccetto con la fantasia adolescenziale in cui io sono l’eroe che salverà il mondo.
Il nostro eroe dagli occhi fuori scala e il ciuffo ribelle.

Quello che mi ha conquistato di questo film è che anche i passaggi assolutamente inverosimili, tipo il cattivo che lascia la password di accesso al suo set di gioco in bella vista scritta su un post-it, invece di farmi chiudere a riccio nel mio cinismo per una volta sono riuscito anche a spiegarmeli, quanti “matusa” conoscete che tengono la password del PC incollata sul monitor? Io un sacco, pure troppi.

“Ready Player One” è un ottimo film per ragazzi con il gustoso extra di tutte le citazioni del mondo, se siete disposti a guardare questo film con gli occhi giusti ed è facilissimo farlo perché nessuno al mondo è meglio di Spielberg quando si tratta di lasciarti con gli occhi sgranati, la bocca aperta e il cuore in fiamme davanti ad uno schermo cinematografico… Beh, allora questo film è il giro sulle montagne russe più divertente che vi potrà capitare di fare.
Bello come la prima volta in vita mia che mi sono ritrovato con a scappare da un T-Rex con John Williams nelle orecchie, mentre il professor Grant mi diceva che si muovono in branchi, si muovono in branchi… No, non è possibile cazzarola, sono 25 anni più vecchio e incattivito dalla vita, ma come allora lo stesso senso di meraviglia, grazie signor Spielberg. Te ne devo un’altra.
Scusate, troppa emozione, mi sono citato addosso.

La trama è lineare e se vogliamo anche già vista: nel 2045 Columbus (nell’Ohio, non Chris!) è una megalopoli sovrappopolata, in cui tutti, ma proprio tutti per sfuggire da un mondo finito a zampe all’aria giocano ad OASIS, che non è un gruppo degli anni ’90 con due fratelli inglesi stronzi, ma IL gioco, un mondo virtuale creato da James Halliday (Mark Rylance, l’attore feticcio di Spielberg degli anni 2000), basato sulla sua passione per la cultura pop e i videogiochi, ma anche sulla sua vita.

Halliday da poco morto ed elevato a santo (Steve Jobs, levati, ma levati proprio) ha nascosto dentro OASIS tre chiavi, il giocatore che riuscirà a recuperarle acquisirà il possesso di OASIS e l’eredità miliardaria di Halliday. Ovviamente, l’eredità interessa alla concorrenza, rappresentata dal viscido incravattato Nolan Sorrento (Ben Mendelsohn) mentre per i buoni abbiamo Wade Watts (Tye Sheridan) che nella vita ha per nome un’allitterazione da personaggio dei fumetti, ma nel gioco si fa chiamare Parzival, anche se il dettaglio che mi pare più significativo è che Tye Sheridan con gli occhiali è impressionante, pare Spielberg da giovane, una roba che se non fosse vero penserei lo abbiano realizzato pure lui in CGI.
«No aspetta, a chi hai detto che assomiglio io?»

Ora, se la trama vi pare uguale a quella di Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato, state tranquilli perché è proprio così, sostituite la fabbrica con un mondo virtuale e i biglietti d’oro con i livelli di gioco e voilà! (cit.)… Giusto per dirvi di quanto tutto questo sia un enorme archetipo narrativo, per non dire proprio un espediente.

Si parla spesso di film che sembrano un videogioco, come eccezione negativa ed il più delle volte lo è, quelle trame insulse in cui iperson aggi procedono per missioni e livelli, con oggetti da conquistare e personaggi da scovare (ogni riferimento a fatti, cose, persone o Episodio VIII è puramente voluto), invece Spielberg riesce dove tanti hanno fallito, ovvero rendere davvero omaggio al mondo dei videogames, alla loro struttura narrativa che, come detto, fa capolino malamente anche al cinema, ma anche alla mitologia dei videogiochi. Non vi rivelo nulla sulla trama, ma la soluzione all’ultimo mistero è proprio questo, un omaggio ad un media che racconta storie, ad una platea con in mano un joystick prima ed un gamepad oggi. La cosa davvero pazzesca è che a farlo è un regista nato nel 1946, uno che a 71 anni sarebbe legittimato a guardare solo i cantieri con le mani dietro la schiena, invece non ha nessuna paura di confrontarsi con le nuove tecnologie per continuare a fare quello che gli riesce meglio: tanto gran cinema.
Una cosa che Spielberg ha SEMPRE saputo dirigere: Gli inseguimenti!

Ho dedicato un altro secondo durante la visione per pensare a quanto fatto da George Miller (toh, un altro che ha lavorato con Spielberg!) con Mad Max – Fury Road, una lezione di cinema impartita da un vecchietto a tutti i giovinastri là fuori, perché per me “Ready Player One” non è un film sulla malinconia in senso stretto (su questo punto lasciatemi l’icona aperta che ci tornerò più avanti) è un film con un piede nel passato e uno sguardo, direi pure dritto e aperto nel futuro, visto che mi è scappata una citazione involontaria a Bertoli.

Spielberg e i ragazzi della ILM fanno un lavoro pazzesco, di fatto “Ready Player One” è un film d’animazione con delle parti recitate dagliattori (in tendo senza i sensori del Mo-Cap incollati sulla faccia), dettaglio da niente che non ha creato problemi proprio a nessuno, perché la storia giustifica il mondo irreale in cui è ambientata, quindi basta esagerare un po’ le dimensioni degli occhi o le anatomie dei personaggi e il dettaglio non darà problemi proprio a nessuno. Fate ciao ciao con la manina a Leila con la faccia tutta strana e date il benvenuto ad un regista che ha fatto degli inseguimenti il suo marchio di fabbrica, ecco perché qui la prima gara d’auto è girata come gli Dei del cinema comandando e le citazioni, come dicevo, sono palesi e manifeste, diventa quasi accessorio notare la moto di Akira, l’auto di Speed Racer, quella di Mad Max, oppure che so… King Kong!
Riuscite a riconoscerli tutti? Vi do un piccolo indizio.

Perché forse tanti se lo sono dimenticati, ma questo qui è quello che proprio in animazione, ha diretto il film più vicino ad un quarto capitolo di Indiana Jones sia mai stato fatto (perché i film di Indy sono TRE. Non ascolto ragioni in merito) s’intitolava “Le avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno” (2011) ed era fighissimo, anche se non se lo è cagato quasi nessuno. Uno schiaffo in faccia a tutti quei registi (e anche a parecchi spettatori) che pensano che si stava meglio quando si stava peggio, gente che anagraficamente sarà più giovane di Spielberg, ma forse non lo è poi davvero.

L’animazione funziona alla grande anche quando ci ripropone cose che conosciamo bene, anzi molto bene ed in tutta questa corsa ad omaggiare cultura popolare e videogiochi, Spielberg cosa fa? Ad un certo punto, pare alzare la manina e dire: «Ok ragazzi, posso citare qualcosa che piace tanto anche a me?» e quando Spielberg, ovvero l’uomo più innamorato di cinema disponibile su questa terza roccia a partire dal Sole deve scegliere, lui sceglierà proprio quel signore lì, quello a cui lui nel 2001 ha completato la regia di un film che nasceva per essere diretto da quell’altro là, piuttosto bravino, ammettiamolo.
«Tutto questo casino per non dire Ku…» , «Zitto! Non fare Spoiler!»

Ora, dal largo giro di parole che sto usando, avrete capito che non voglio dirvi cosa consiste la seconda prova e soprattutto DOVE è ambientata, ma se scegli una delle location più rappresentative e riconoscibili della storia del cinema, il tuo messaggio è chiaro: un invito a giocare con la cultura popolare, ad avvolgersi al suo interno per cercare confronto e non da elevare a livello di religione. Parzival nel film dice che un Fanboy riconosce sempre un Hater, ma qui è ancora di più, un invito a non essere né Fanboy né Haters, ma semplicemente a godersela e basta.

E allora, se il vostro “Spielbergometro” ve lo concede, quando si tratta di godersela questo film è il meglio che potete trovare, dove lo trovate qualcosa che spara a palla “We’re Not Gonna Take It” dei Twisted Sister, mentre getta nella mischia Chucky, Gundam, oppure Robocop tutti insieme, come se avesse rovesciato la cesta dei giochi sul pavimento e vi avesse detto: “Eccoli, sono tutti qui i vostri preferiti, buona partita giocatore uno”.
Ecco perché Freddy Kruger non moriva mai! Aveva le vite infinite!

Per quanto mi riguarda “Ready Player One” è destinato a diventare un film di culto, se lo avessi visto da bambino lo avrei amato, dannazione l’ho amato pure ora che non sono più un bimbo da un pezzo figuriamoci allora! Ha la statura per sedersi accanto a titoli della stessa tipologia come il primo “Tron” (1982), “Scott Pilgrim vs the world” (2010), oppure un altro film che mi riguardo sempre con gusto, ovvero “Ralph spaccatutto” (2012) di cui sembra una versione vitaminizzata e con un passo in più. Ve lo dico chiudendo l’icona lasciata aperta lassù, eccomi che vado…

Spielberg non ha diretto un film sulla malinconia in senso stretto, più che altro è un film su un malinconico come Halliday, uno che si è barricato nella sua torre d’avorio a rimuginare su quanto fosse bello e sicuro il passato, dimenticandosi di vivere il presente. In questo senso, persino il finale che fuori da questo contesto avrei trovato forse pure un po’ reazionario, qui trova un suo enorme significato e mi trova anche molto favorevole.
Una cosa buona la Warner Bros l’ha finalmente fatta, dare in prestito i suoi personaggi.

Perché essere un fan vuol dire usare l’immaginario come rete di sicurezza contro gli schiaffoni della vita, ma anche per definire sé stessi, però arriva il momento in cui è necessario crescere e diventare grandi, questo non vuol dire che ci dimenticheremo per sempre di quando abbiamo visto per la prima volta i dinosauri, proprio no, perché la malinconia, a suo modo, è anche bella per il suo essere legata a filo doppio con qualcosa che in passato ci ha resi felici, ma quando diventa il suo contrario, ovvero una mania può diventare una ragnatela da cui è impossibile uscire. Proprio come tutta questa enorme mania di citare gli anni ’80 a tutti i costi, che ha da molto raggiunto e superato il punto di saturazione, tanto che pare arrivato il momento di lasciarla andare, trovo perfettamente logico, giusto e pure etico, che a mettere la parola fine alla malinconia anni ’80, sia l’uomo che più di tutti ha contribuito a creare i nostri tanti bei ricordi condivisi. Steven Spielberg ci invita tutti ad un gioco nuovo, voi siete pronti a giocare Giocatori?

Ultima cosa giuro, ci tengo a dirlo: ero fan di Buckaroo Banzai anche PRIMA! Ma se Spielberg riesce a farlo tornare alla ribalta mi va benissimo lo stesso! GAME OVER, Insert coin to continue.
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