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Red Dot (2021): ehi non puntarmi il laser negli occhi!

La rete a strascico di Netflix questa volta tira su un pesce
proveniente dalla Svezia, quindi molto probabilmente un salmone. Ma poi cosa
volete che ci capisca io di pesca, ho solo capito che la trama del film è
quella di una coppia minacciata dal mirino laser di un cecchino, mi sono convinto
a vedere film per molto meno di così, credetemi.

Il film diretto da Alain Darborg e scritto a quattro mani
insieme a Per Dickson, racconta la storia di una giovane coppia composta da Einar
(Johannes Bah Kuhnke) e Nadja (Nanna Blondell), i due stanno insieme da
parecchio malgrado una dichiarazione avvenuta nel più trucido dei posti, un
bagno durante una festa. Ma se la partenza di questa coppia è stata in salita,
il resto non è stato semplice, anche perché la vita casalinga tra i due è
piuttosto complessa, Einar è abbastanza egoista e passa le sue giornate a
giocare ai videogiochi quindi Nadja ha alcuni legittimi dubbi: sarà anche un
bravo padre?

Si perché la ragazza è in dolce attesa, ma senza rivelare
nulla al compagno e nel tentativo di ricucire lo strappo tra di loro, i due
ragazzi decidono di partire con il loro cagnolone Boris, per un’escursione
fuori porta tra le montagne Svedesi. Amanti delle spiagge e del caldo torrido
astenersi.

Un’allegra famiglia felice in gita, cosa potrebbe mai andare storto? (a parte TUTTO)

Cosa succede nei film quando i protagonisti di città partono
per una gita fuori porta? Di norma prima finiscono a duettare a colpi di Banjo e poi finiscono male.
Come ci insegna Walter Hill, basta un
fraintendimento con i locali per dare inizio alla caccia all’uomo, Nadja urta
l’auto di due fratelli cacciatori fin troppo espansivi ed è subito guerra. Vi
avviso, resterò sul vago ma da qui in poi SPOILER!

Il puntino rosso del mirino laser che comincia a
perseguitare i due protagonisti, inizialmente viene scambiato per uno scherzo
goliardico, ma presto il film di Alain Darborg si giocherà le sue carte
migliori, portando in scena un survival
horror
teso, tirato e senza tirar via la mano sulla violenza. Anche se si gioca una carta
ormai datata, ovvero quella di sacrificare il dolcissimo cucciolone della
coppia per mettere in chiaro la ferocia del cecchino misterioso, una trovata
logora ma sempre urticante per tutti, non solo per chi come me è cinofilo
oltre che cinefilo.

Ragazzi, non giocate con il puntatore laser, se dovesse finire degli occhi a qualcuno?

Einar e Nadja feriti, messi spalle al muro, braccati come
animali e minacciati da trappole di ogni sorta, possono contare solo uno
sull’altra, il senso pratico di Nadja combinato alle ore di gioco a “Call of
duty” di Einar (poi dicono che i videogiochi non servono a nulla eh?),
permettono alla coppia di funzionare meglio di quanto non abbiano mai fatto
nella vita reale. Dicono che è nelle difficoltà che le coppie dimostrano la
loro resistenza, quindi Einar e Nadja una volta usciti vivi dovrebbero avere
tutto per superare piccoli problemi casalinghi come la lavatrice che non
funziona, se solo Alain Darborg non avesse in mente altri piani per loro.

Si perché “Red Dot” ci mette un pochino a costruire i
personaggi e la situazione di partenza, tutto tempo bene speso, perché serve a
farci conoscere i protagonisti e a patteggiare per loro. Ecco perché la
rivoluzione che Darborg decide di introdurre a metà pellicola è una svolta
piuttosto ardita.

Lui ha la faccia di chi rimpiange tantissimo il suo divano di casa.

Devo essere sincero, ho dei sentimenti contrastanti legati a
“Red Dot”, sono consapevole che se il film fosse proseguito sulla via maestra
del surival horror sarebbe stato
molto canonico, ma anche piuttosto riuscito. Mentre la scelta di trasformare
tutto in un revenge movie rende più
originale il film, ma richiede al pubblico un’arrampicata verticale sugli
specchi, la credibilità della storia riceve una gomitata in bocca a gioco
fermo.

Si perché di colpo una storia che fino ad un minuto prima ci
chiedeva di patteggiare per i protagonisti, improvvisamente chiede al pubblico
di lanciare sguardi scuri ai due personaggi per cui un minuto prima stavamo
facendo il tifo. “Red Dot” diventa di colpo un film sulla colpa, anzi sulle
colpe e sulle responsabilità personale, ogni azione ha delle conseguenze che
possono portare anche ad essere perseguitati da un cecchino con un mirino
laser. Il problema è che dopo questo “Salto dello squalo” il film risulta comunque
essere fin troppo canonico, quindi il mio dubbio non trova una risposta: era
davvero necessaria questa svolta se comunque il risultato finale resta canonico
e anche meno credibile?

“Forse avremmo fatto meglio ad andare al mare”

Forse a questo punto sarebbe stato meglio non spiegare le
motivazioni del cecchino, d’altra parte è risaputo che una minaccia che
colpisce senza una vera ragione, può fare anche più paura di una spiegata per
filo e per segno, ma in ogni caso “Red Dot” resta un film più che diligente,
diretto ed interpretato bene. Se siete in vena di un film che inizia come un
thriller e prosegue con ammazzanti, sangue ed uso improprio di tagliole e
trapani, ma soprattutto comodo da reperire su Netflix che dura solo 85 minuti, sapete cosa fare.

Oltre ai miei dubbi sulla svolta della trama, quello che mi
è mancato è un po’ di “cecchinaggio”, quando la minaccia è un assassino armato
di fucile, che resta invisibile per motivi di trama è normale che questa
porzione gustosa di storia non venga raccontata, quindi tocca accontentarci di un
minacciosissimo puntolino laser rosso, forse un po’ poco a ben pensarci.

Non dico proprio una cosina così, però avrei gradito ecco.
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