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Regole d’onore (2000): diavoli e polvere

Vi era mancata? Lo so che vi era mancata, quindi senza
perdere altro tempo vi do il benvenuto al nuovo capitolo della rubrica…
Hurricane Billy!

Abbiamo lasciato Billy Friedkin rifugiato sul piccolo schermo, dopo che Hollywood gli
aveva chiuso (sul naso) parecchie porte, la possibilità di dirigere per lui gli
arrivò dal palcoscenico più improbabile, da tempo lui e sua moglie Sherry
frequentavano Zubin Mehta e la sua signora, nelle loro cene si finiva più che
altro a parlare di musica, visto che Mehta è un celebre direttore d’orchestra:
«Penso che tu saresti un ottimo regista di opere liriche Billy. Che cosa
faresti se potessi scegliere?». Friedkin come suo solito la toccò pianissimo
scegliendo il Wozzeck di Alban Berg, scritta con metodo dodecafonico, è
considerata una delle opere di rottura più complicate non solo da portare in
scena, ma anche per l’orecchio del pubblico che di solito preferisce qualcosa
di più “semplice” (virgolette obbligatorie) come Puccini, Verdi o Mozart. Non
ti guadagni sul campo il soprannome di “Uragano” se nasci timido.

In due anni, Billy passa da non aver mai nemmeno visto
un’opera lirica dal vivo, a dirigerne una delle più complicate davanti al
pubblico del Maggio Musciale Fiorentino, per finire a prenderci gusto,
iniziando così una nuova carriera come regista sì, ma presentando il suo occhio
e la sua tecnica alla lirica.

Questa, ad esempio, è l’Aida portata in scena da Friedkin anche a Torino.

Sarà pur vero che puoi togliere un uomo dal cinema, ma non
potrai mai togliergli il cinema che si porta dentro, nello stesso periodo,
infatti, dopo anni e anni di lavoro ai fianchi da parte dell’altro Billy
(Blatty), Friedkin cede e concede il finale più “lieto” (anche qui, virgolette
obbligatorie), mandando in sala la versione integrale di L’esorcista, di cui vi ho già detto tutto, quindi aggiungo solo che
il rinnovato interesse per l’unico film per cui Friedkin verrà ricordato, lo
riavvicina ad Hollywood, grazie a Scott Rudin, l’uomo dei due mondi
in quanto produttore cinematografico e teatrale, caustico e iperattivo proprio
come il nostro Billy.

Rudin propone al regista di Chicago la sceneggiatura scritta
da un altro che quando distribuivano la testardaggine non era certo rimasto a
letto a ronfare: Jim Webb era un romanziere e avvocato militare, con una lunga
esperienza a comando di un plotone dei fucilieri del corpo dei Marines in
Vietnam, dove aveva collezionato diverse medaglie al merito (una Navy Cross,
una Silver Star, una Bronze Star e due Purple Heart, la massima onorificenza
possibile conquistabile su un campo di battaglia). Webb era decisamente un
“falco”, visto che è stato segretario della Marina sotto l’amministrazione del
Presidente Reagan, uno che in carriera non le ha mai mandate a dire (aveva
definito il celebre Vietnam Veteran Memorial chiamandolo “Il nero fosso della
vergogna”, storia vera), insomma il classico soggetto perfetto per il cinema di
Billy Friedkin.

Billy torna ad impugnare la sua arma preferita.

Ma due caratteri esplosivi insieme, difficilmente possono
durare, infatti Webb e Friedkin non riuscirono mai a lavorare a quattro mano
sulla sceneggiatura scritta dal primo intitolata “Rules of Engagement”, anche
se il tema alla base della storia era d’interesse comune: quando si può parlare
di omicidio nel caso di un’azione militare?

Friedkin fa valere il suo ruolo e il copione finisce nelle
mani dello sceneggiatore Stephen Gaghan, piccato Webb fa altrettanto, forte dei
suoi contatti nell’esercito fece di tutto per ostacolare le riprese, ponendo il
veto alla troupe di Friedkin di girare nelle basi militari, costringendo così
il regista di Chicago a dover ripiegare su vecchie basi canadesi in disuso,
negando anche l’utilizzo degli elicotteri CH-46 per una delle scene madri del
film… Poco male, dopo aver affidato il ruolo del dottore ad una sua vecchia
conoscenza, l’attore Amidou, Billy ottenne
di poter girare in Marocco, ma anche un paio di CH-47, fatti riverniciare per
somigliare agli elicotteri in uso presso il corpo dei Marines (storia vera).
L’ultima consulenza fornita da Webb a Friedkin? La scelta del Paese dove
ambientare il fattaccio che sta alla base della trama, Webb nella sua prima
stesura aveva scelto un generico e non citato stato mediorientale, alla domanda
di Billy dove nel mondo, un fatto del genere potrebbe accadere davvero, Webb
rispose deciso: «Nello Yemen», decidendo così senza saperlo, da dove sarebbero
arrivate le polemiche, ma su questo torneremo più avanti.

Come raccontato nella sua autobiografia, i suoi due protagonisti avevano capito così bene i personaggi che Friedkin non ha quasi dovuto dirigerli (cit.)

Friedkin completa il cast velocemente affidando il ruolo del
colonnello Hayes “Hodge” Hodges alla solidità di Tommy Lee Jones, quello del colonnello Terry L. Childers all’altrettanto roccioso Samuel
L. Jackson. Ben Kingsley vince il ruolo MacGuffin dell’ambasciatore yemenita da
portare in salvo, mentre il presidente con l’aria da democratico (per altro di
nome Bill) viene affidato a Bruce Greenwood. Completa il quadro il maggiore Mark
Biggs, rampante JAG (avvocato in divisa, come la vecchia serie tv) dell’accusa
con il volto di Guy Pearce, per curiosità ho provato a guardare dieci minuti di
film doppiato, ma tra i Mussulmani che invocano Dio (non Allah) e Pearce che
parla con la voce di Ace Ventura ho desistito presto, guardatevelo in lingua
originale, un consiglio spassionato.

“Allora è vero: gli animali sentono il male!” (cit.)

William Friedkin rende onore alla regola dei primi cinque
minuti, quelli che determinano tutto l’andamento del film, Hodges (Jones) e Childers
(Jackson) nella giungla del Vietnam lanciano una moneta per stabilire chi
guiderà il suo plotone oltre la pericolosa collina, quel lancio di moneta è
l’evento che determinerà non solo l’andamento del film, ma delle vite dei
protagonisti.

Hodges finisce in un agguato tra esplosioni e sventagliate
di mitra, Childers gli salva la vita mettendo in chiaro il suo approccio più
incline al risultato che al seguire fedelmente le regole, infatti non si fa
nessun problema a giustiziare sul posto uno dei “Charlie” pur di ottenere la
ritirata nemica. Questo vale un debito tra i due soldati, anche se Hodges
finirà per 28 anni dietro ad una scrivania, più portato a combattere in
tribunale che su un campo di battaglia.

“Di’ cosa un’altra volta, di’ cosa un’altra volta! Ti sfido, due volte, ti sfido!” (cit.)

Se la prima scena mette in chiaro il fatto che Friedkin sa
come dirigere una scena di guerra, quella successiva lo ribadisce al mondo
urlandolo in un megafono: 28 anni dopo Childers è al comando di una
rognosissima operazione di recupero nello Yemen, l’ambasciata americana è stata
assediata da contestatori, chissà poi perché? Solo perché il presidente in
carica è il capo degli imboscati della guerra del Vietnam, il figlio di papà
George “Dabliù” Bush? Un così bravo ragazzo in fondo, non ha mica fatto tanti
danni durante la sua amministrazione, no no.

La situazione è una polveriera pronta ad esplodere, Childers
esegue gli ordini alla precisione, porta al sicuro l’ambasciatore Ben Kingsley
e la sua famiglia, poi torna indietro per recuperare la bandiera prima di
abbandonare l’edificio come da procedura, a quel punto partono gli spari e solo
al terzo dei suoi uomini feriti il colonello dà l’ordine di aprire il fuoco. La
scena è tesissima, Friedkin è un drago nel costruire la tensione, il coro
martellante della folla di contestatore ricorda il martellare sull’incudine
all’inizio di L’esorcista, un suono
angosciante e ripetitivo che annuncia il disastro, mentre nemmeno per un
momento come spettatori, non abbiamo chiarissimo davanti agli occhi come si
siano svolti i fatti, grazie ad un montaggio (firmato da Augie Hess) e una
messa in scena (la fotografia è stata curata da William A. Fraker e da Nicola
Pecorini) a dir poco impeccabili, quando comincia il fuoco americano a terra
restano 83 morti e più di cento feriti e proprio in quel momento Friedkin
decide di far terminare la musica, sottolineando il bagno di sangue con un
assordante silenzio. Mica male per uno che era finito a dirigere opere liriche
e che in teoria, doveva essere un po’ arrugginito.

Scene madri e dove trovarle.

La scena dell’assedio di “Regole d’onore” (invenzione tutta
italiana per cavalcare la popolarità di “codice d’onore” uscito otto anni
prima) non è solo per sua stessa ammissione una delle più difficili mai girate
da Friedkin, ma una delle migliori della sua filmografia. Inevitabile che dopo
questa il film scenda di livello, perché “Rules of Engagement” (titolo
originale ben più a fuoco) passa dall’essere un film di guerra ad un “Legal
Thriller”, altro sottogenere che il nostro Billy maneggia agevolmente, visto
che in carriera aveva già diretto Rampage
e La parola ai giurati.

Childers torna dal vecchio commilitone diventato avvocato
militare, idealmente a riscuotere quel debito conquistato sul campo 28 anni
prima, proprio mentre il presidente, l’opinione pubblica e tutte le forze
armate, vorrebbero fare di lui il capro espiatorio di tutta la politica estere
Yankee, che mai come nel 2000 (in piena amministrazione “Dabliù”) era un
argomento scottante. Cosa vi aspettavate da uno che per la sua prima opera
lirica ha scelto una roba dodecafonica? A Billy le strade già battute proprio
non piacciono

Un altro film in aula di tribunale per il nostro Billy.

Il Childers di Sam Jackson è il tipo di personaggio che
vorresti al tuo fianco quando cominciano a fischiare le pallottole, ma non
quello che vorresti ammettere di conoscere ad una festa di gala, a tutti gli
effetti un guerriero pronto ad eseguire gli ordini, ma non di certo un
personaggio piacevole, parliamo di uno che pur essendo nero, non lesina
sull’etichettare i suoi nemici sul campo come “musi gialli” o altre paroline
dolci del genere.

Al suo fianco ha l’unico che conosce per davvero il suo
valore, quando tutti vorrebbero solo scaricare Childers già per lo scarico
tirando l’acqua per liberarsi del “merdone” che loro stessi hanno provocato e
che il soldato stava cercando di sistemare eseguendo gli ordini. Se siete tra
la tipologia di pubblico che ama etichettare le storie come “di destra” o “di
sinistra” qui avrete da sbizzarrirmi, ma di fatto “Rules of Engagement” è la
guerra raccontata dal punto di vista di chi la combatte, prima sul campo e suo
nelle aule giudiziarie dove un processo serve a chiarire responsabilità e
colpe.

“Ci hanno proposto un patteggiamento, ma non dovrai più usare la parola che inizia per M e finisce per otherfucker”, “Mi manderanno alla sedia”

Il tema musicale di Mark Isham tende un po’ troppo verso il
patriottico spinto, ma lo spirito di Friedkin è sempre lo stesso, tutta la
parte in cui Hodges indaga tornando nello Yemen funziona grazie ai precedenti
da documentarista di Friedkin che ci
racconta di un Paese con ospedali di fortuna pieni di feriti e allo stesso
tempo del modo in cui gli Stati Uniti in patria cercano di nascondere tutto
sotto il tappeto.

Il film nasce pure dal soggetto di un uomo di destra come
Webb, ma lo spirito di “Rules of Engagement” è quello di Friedkin, ancora qui a
raccontare luci ed ombre della società e dei suoi personaggi, evitando le
facili etichette di “buoni” o “cattivi” che chi ha interesse ad iniziare per
davvero una guerra di solito si affanna ad appiccicare sulla fronte a tutti.
Chi poi, invece, in mezzo ad una battaglia ci si ritrova per davvero, sa
benissimo che la guerra è uno spargimento di sangue che non guarda in faccia
nessuno, per certi versi il film di Friedkin è dalla parte di chi poi la guerra
è costretto a combatterla, chi si trova con il dito sul grilletto, l’occhio sul
mirino e davanti agli occhi (e nel cuore) solo diavoli e polvere come cantava Bruce Springsteen, tanto per restare dalla parti di chi usava la sua arte per
raccontare chi la guerra la combatte poi per davvero.

I got my finger on the trigger, but I don’t know who to trust / When I look into your eyes, there’s just devils and dust (cit.)

“Rules of Engagement” è un solidissimo film che riesce ad
appassionare anche quando diventa un “Legal Thriller”, i dialoghi sono ottimi,
basta ascoltare lo scambio tra Tommy Lee Jones e Guy Pearce sulla durata media
della vita di un soldato in Vietnam per capirlo, ma la passione di Friedkin per
le storie in cui spiccano le zone d’ombra morali della trama e dei personaggi,
erano ad alto tasso di polemica negli anni ’80, figuriamoci nel 2000 per di più parlando di politica estere
Yankee, infatti alla sua uscita il film scatenò un putiferio.

L’American-Arab Anti-Discrimination Committee (ADC) bollò
l’ultima fatica del regista di Chicago come: “Probabilmente il film più
razzista e antiarabo mai realizzato” (storia vera). A mio avviso, una menata
assurda, visto che basta guardarlo per davvero per capire che quelli che fanno
la peggior figura nel film, sono proprio gli Americani, ma le proteste che
ebbero più eco furono quelle dell’ambasciatore dello Yemen a Washingto,
Abdulwahab Abdulla al-Hajri (la sfida era scriverlo giusto) che definì il film
una completa distorsione della realtà e una diffamazione di un popolo intero.

Billy al telefono me lo immagino un po’ come Sam Jackson.

In tutta risposta Billy Friedkin cosa fece? Quello che ha
sempre fatto in questo casi, con il piglio di chi è stato soprannominato
“Uragano” alzò il telefono, chiamò l’ambasciata yemenita presentandosi come
“Quello che avrebbe diffamato il vostro Paese”, arrivando ad ottenere udienza
presso gli uffici dell’ambasciatore, per esporre il suo punto di vista,
l’arringa difensiva di Billy? Eccola: «Mi permetta di affermare il giusto di
fronte a lei, il film non è anti-arabo, non è anti-Musulmano e non è
certamente anti-Yemen. Al fine di realizzare il film in Marocco, l’attuale Re
del Marocco ha dovuto leggere il copione e approvarlo e firmare con il suo nome
… E nessuno dei partecipanti arabi della parte araba delle cose, ha ritenuto
che il film fosse anti-arabo. Il film è anti-terrorismo. Si prende una
posizione forte contro il terrorismo e si dice che il terrorismo indossa molte
facce … Ma non abbiamo fatto questo film per calunniare o diffamare il
governo dello Yemen. È una democrazia e non credo neanche per un istante che
sostengano i terroristi più di quanto faccia l’America». Liberi di farvi la
vostra idea, io sto con Billy che mi sa che è l’unico che il suo film lo ha
valutato senza pregiudizi di sorta.

Ovviamente, nemmeno il polverone o la difesa di Billy sono
serviti a rendere il film un enorme successo al botteghino, ma ormai lo stesso
Friedkin era consapevole di essere lontano dai suoi fasti, però una volta tornato
ad Hollywood, c’era spazio per altre storie e un altro capitolo di questa
rubrica, tra sette giorni, sempre qui vi aspetto!

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