
Sì, è uscito un nuovo “Resident Evil”, non ha Milla Jovovich come protagonista, non è una serie TV e non ha nulla a che fare con il primo tentativo di reboot, un film purtroppo dimenticato, anche se era quello che – ad Ovest degli OAV – risultava più fedele al videogioco.
So anche cosa state pensando: «Cassidy, tu ci hai già raccontato di aver giocato tanto, ma solo ai primi due capitoli del videogioco, perché non stiamo leggendo Quinto Moro, che lui invece di videogames è esperto?»
[Vi rispondo direttamente io, Quinto Moro in versione parassita nascosto tra le righe: perché ad essere brutalmente sincero, del nuovo film di Resident Evil me ne fregava poco o niente. Il trailer mi aveva lasciato tiepido, avendo perso interesse per la saga ludica e con la paura che per Zach Cregger finire nelle mani di un franchise ad alto budget, da occasione della vita potesse diventare l’occasione della morte (artistica).]
Da ignorante del gioco, forse sono più adatto a parlarvi della versione firmata da Zach Cregger, che, a intenti manifesti, ha dichiarato che la sua versione sarebbe stata differente, meno aderente alla mitologia del gioco e ai suoi personaggi. Il risultato? Personalmente mi sono divertito molto. [L’altro risultato? Ignorando tutti i personaggi canonici ma avendo capito tutto della serie è riuscito a darci qualcosa di incredibilmente aderente alla mitologia del gioco nei suoi sviluppi e dinamiche.]
Cregger è riuscito a fare un film immediatamente riconoscibile, nel suo stile, ma decisamente su commissione, quasi una commedia Horror, molto nera, molto spinta sul lato grottesco, che mi ha fatto pensare un po’ a quello che Oz Perkins ha fatto con The Monkey, altro film su commissione dove però il regista non si snatura nemmeno un po’.

Per assurdo questo “Resident Evil” potrebbe essere visto da chiunque. Non serve conoscere Zach Cregger o il videogioco, ma se avete conoscenze di entrambi, tanto meglio, perché del videogioco restano più o meno i nomi e il titolo sulla locandina: sappiamo che la Umbrella Corporation ha fatto un casino con un virus creato in laboratorio che trasforma le persone in zombie e creature mutanti suddivise su vari livelli di orrore, sappiamo che il virus si è disperso colpendo in pieno la città di Raccoon City; al resto ci ha pensato Cregger, che se avesse chiamato la multinazionale Impermeabile S.p.A. e avesse scelto Codogno come cittadina a fare da sfondo alla storia, sarebbe stata la stessa cosa, solo che a quel punto ci sarebbe stato bisogno di un titolo nuovo per il film.
In cosa, allora, è rispettoso il film di Cregger? Nello spirito e nella struttura. La fedeltà assoluta e totale avrebbe previsto l’utilizzo di Chris Redfield, Jill Valentine e i loro costumini colorati da Cosplayer, ma sono sicuro che se anche uscisse un film così, molti fan duri e puri riuscirebbero a criticarlo. Cacchio, si sono lamentati della versione mai realizzata da George A. Romero, senza di lui il videogioco non sarebbe nemmeno mai esistito!

Il regista sceglie l’altro modo per essere, a suo modo, fedele al gioco: se da profano dovessi riassumere perché mi piaceva giocare (ai primi due) “Resident Evil”, direi per la tensione, per il modo in cui, ogni volta, bisognava aprire una porta, affrontare qualcosa di orrido, cercando di sopravvivere e un attimo dopo… Dovevi rifarlo, sapendo che dietro alla prossima porta avresti trovato qualcosa di anche peggiore. Questa è la strada scelta da Zach Cregger e il suo sceneggiatore per regalarci la sua interpretazione di “Resident Evil”.
Bryan (Austin Abrams) di mestiere fa il corriere, consegna organi trasportandoli da un ospedale all’altro, anche se è un mezzo casino d’uomo, ha appena reagito nel peggior modo possibile alla notizia della dolce attesa della sua ragazza, Michelle, che è giustamente incazzata e vorrebbe chiarimenti, ma per il doppio dei soldi gli viene assegnato un altro trasporto urgentissimo. Bisogna andare a Raccoon City malgrado la nevicata in corso. Lungo la strada, però, Bryan, distratto dal telefono che non prende, investe qualcuno… Che forse era già morto prima dell’impatto. Da qui le cose peggiorano.

Zach Cregger durante le interviste promozionali ha paragonato la sua versione del film a Frodo, totalmente inadatto a portare l’anello a Mordor, finito in una situazione più grande di lui. L’intervista l’ho letta solo dopo aver visto il film, ma per tutta la sua durata ho pensato che Austin Abrams avesse una faccia da Peregrino Tuc condita dalla stessa capacità di combinare casini. Non ha idea di cosa sia la sicura delle armi, alle prese con una scala combina solo macelli. Insomma, Bryan è l’esatto opposto dei Chris Redfield e delle Milla Jovovich di questo mondo, sembra il videogiocatore medio, che, per sua stessa ammissione, sa sparare solo nei videogames, eppure tutta la prima parte di “Resident Evil” funziona esattamente come il gioco: per prima cosa devi affrontare orrori che vanno in crescendo, poi il protagonista deve procurarsi delle armi e, una volta trovate, dove saranno le cartucce? [Ma è proprio l’inettitudine del protagonista a rendere più vera la tensione e più credibile la lotta per la sopravvivenza, aggiungendo imprevedibilità e facendoci immedesimare più di quanto faremmo col classico eroe di giornata.]

La struttura un po’ “Punta e clicca” del gioco rimane [e Cregger riesce ad omaggiare anche le recenti versioni di RE, con inquadrature in prima persona stile sparatutto molto efficaci.] Ogni minuto Bryan ha un problema da risolvere o un lucchetto da aprire, in quella che diventerà una gag ricorrente del film. Ve lo dico, a me ha fatto ridere, ma già il fatto che il film abbia spesso un tono grottesco farà incazzare un sacco di fan oltranzisti. [Mentre dovrebbe far sorridere di gusto ogni videogiocatore abituato a portare cannoni e armi di distruzione di massa nel suo arsenale, senza riuscire a superare una porta di legno chiusa. Il top del grottesco si raggiunge nella scena del cancello di ferro indistruttibile… mentre lì accanto lo steccato è di legno, e Bryan era passato da una recinzione fatta di solo filo elettrico. Ma il tono comico di certe scene, la frenesia e il panico di Bryan riesce a farcelo accettare.]
I “Jump Scare”, anche noti come salti paura, ci sono. Cregger li prepara tutti molto bene perché siamo così concentrati a cercare l’oggetto che potrebbe salvarci la vita insieme a Bryan che, beh, non lo vediamo nemmeno arrivare, traducendo direttamente dall’espressione Yankee. Per questo l’orrore in eterna mutazione che si è sprigionato a Raccoon City viene riportato un po’ alla sua origine, quando, joypad in mano, giravo per quella cazzo di stazione di polizia o quella villa maledetta [o quelle luridissime fogne], con l’ansia pensando: «Minchia, no, io non voglio entrare dentro un’altra stanza, chissà quale altro mostro schifoso pronto ad ammazzarmi ci troverò!»
Vista in quest’ottica, questo nuovo “Resident Evil” è un film che ti tiene in tensione e che, banalmente, funziona davvero bene. I difetti sono un po’ sempre gli stessi già sfoggiati da Cregger nei suoi film precedenti e, scusatemi se torno a battere sul tasto del tono grottesco quasi da commedia horror, ma se prendi Paul Walter Hauser nei panni del Professor Spiegoni, ti spiego cose che ti servono a capire il resto della trametta, è normale che vuoi dare al tutto un’aria dissacrante, che, a ben guardare, non è tanto distante dai vari Weapons e Barbarian. Da qui in poi vi avviso, andrò un po’ più nel dettaglio della trama, quindi ci saranno MODERATI SPOILER, assicuratevi di avere con voi l’anti-virus.

Le creature che popolano il film sono mostruosità assortite, tentacolari e sempre più minacciose [finalmente ispirate alle parassitiche “plagas” conosciute da RE4 in poi]. Tra la neve e la colonna sonora, è chiaro che Cregger sia astuto abbastanza da essersi andato a rivedere La Cosa prima di mettersi al lavoro. In generale, poi, le strizzatine d’occhio ad altri film ci sono, mai spudorate o lanciate in faccia al pubblico, ma è difficile non pensare a Trappola di cristallo davanti ad un protagonista scalzo in un palazzo o a Tom Savini, che nasconde la mano mutata in Dal tramonto all’alba [fino a District 9 di Neill Blomkamp, col protagonista infettato che cerca disperatamente di salvare sé stesso]. A dirla tutta, l’attraversamento del tunnel, con tutti i suoi orrori all’interno, a me ha ricordato molto la scena simile de L’ombra dello scorpione (forse più libro che miniserie). Insomma, dentro la pancia di questo film c’è molto più Horror per il grande pubblico che solo per i fan del videogioco, e mi sono ritrovato a pensare che anche l’arco narrativo del personaggio, più che spiegato dall’ennesimo Professor Spiegoni, Cregger abbia deciso di mostrarcelo con i mostri.

Bryan all’inizio del film è tormentato dalla notizia – accolta nel modo peggiore possibile – della sua paternità. Cosa fa una neo coppia intenta a fare le prove generali? Di solito, prima di lanciarsi in una gravidanza, capita che adottino un cane. Infatti il nostro protagonista, nel corso del suo viaggio, dove è costretto ad imparare sul campo per cercare di restare vivo, prima fa fuori un cane e poi una bambina, in entrambi i casi negando a sé stesso di averlo fatto davvero. [A chiudere il cerchio, il suo viaggio nell’orrore raggiunge l’apice nel reparto maternità dell’ospedale.] Tutto per poi finire lui stesso a diventare una sorta di, beh, famiglia, visto che la conclusione lo vede assimilare altri a più non posso. E spero apprezzerete il fatto che non ho citato a caso il Body Horror, come fanno sempre i critici stipendiati appena vedono una mezza mutazione in un Horror.
Ci sarebbe forse da chiedersi quando arriverà la guardia nazionale di cui si parla, o perché, una volta capito che tutto era nelle mani di Bryan, nessuno fa un passo concreto per aiutarlo (malgrado la tostissima Maxine), ma è anche chiaro che, sempre cavalcando il tono grottesco, la Umbrella, come tutte le grandi aziende, sta nel panico più totale e non ha davvero nessuno da mandare, quindi a Bryan tocca “tirare la volata” (cit.) alle scale e salvarsi da solo [c’è poi il fatto che il film nella sua cavalcata di un’ora e mezza, descriva la crisi quasi minuto per minuto, Raccoon e dintorni finiscono in vacca nel giro di qualche ora]. Fine della parte con moderati Spoiler!

Alcune scene sono anche un po’ troppo giocose ed esagerate, ma non mi sentirete mai lamentarmi di una scena d’azione che prevede un ascensore. Sicuramente qui Zach Cregger ha saputo superare molto bene la prova del film su commissione, giocandosela (verbo chiave) un po’ alla Brian Yuzna, e sono piuttosto sicuro che ci sarà molta più probabilità, almeno per me, che finirò a rivedermi questo, prima di decidere volontariamente di riguardarmi qualunque degli altri film tratti fino ad ora da questo videogioco, a meno che non mi venga una voglia irrefrenabile di Milla Jovovich (che sarebbe comunque sempre molto giustificata). Questa versione di “Resident Evil” è un Horror riuscito, che intrattiene molto bene e ha quasi tutto per piacere anche ad un pubblico meno appassionato del videogioco. Se mai uscirà un nuovo film di RE finalmente aderente, allora sì, troverete il post scritto da Quinto Moro. Oggi va così, vi beccate me e Zach Cregger. Ma ho una vocina nella testa… forse ho preso un parassita.

Ed ora il parere richiestissimo del parassita Quinto Moro
Il cinema non è una gara, ma se lo fosse avremmo un vincitore. Senza tanti giri di parole questo è il miglior Resident Evil possibile, perché è cinema che vuole essere cinema e non una copia sbiadita di qualcos’altro. Da vecchio fan sono andato a vederlo senza aspettative, un po’ curioso, e me lo sono gustato e goduto dall’inizio alla fine.
È stato il RE più costoso mai prodotto con quasi ottanta milioni di dollari, il che per paradosso mi spaventava più di tutto il resto. Invece quello di Cregger parte come un film quasi a basso budget, usando gli effetti speciali in modo intelligente, con parsimonia, per poi esplodere nel delirio finale dove sfoggia un’ottima CGI. Il che aiuta in un film che più di tutti – guardando al passato della saga – fa il suo dovere dal punto di vista dell’horror puro, ed era ora!
È pane per chi ama l’horror e pure per chi ama il brand, a patto di non frignare per mancanza di nomi storici appioppati all’attore di turno, che tanto la gente si lamenta comunque perché questa non gli somiglia, perché quello è ispanico, l’altro è troppo basso, quello non è credibile e che due gran palle. E lasciatemelo dire: sti gran cazzi del canone (e sfido chiunque a dire che no, questa storia non si inserirebbe nella canonica caduta di Raccoon City, potrebbe essere semplicemente una storia dietro le quinte, non inchiodata al 1998 perché c’è uno smartphone, che se fosse un Nokia a conchiglia sarebbe uguale).
Il film è degnissimo di chiamarsi Resident Evil, per me non snatura nulla, ne omaggia lo spirito e le situazioni, anche con tantissimi dettali a schermo. Uno zombi che spunta dal bosco, la casa isolata, il cane inseguitore, spray medico in un angolo, una doppietta appesa al muro, una macchina da scrivere, i maledetti lucchetti. Ci sono le schifose “plagas” (con una scena che ricorda The Hidden – L’alieno), il braccio mutante e la trasformazione esponenziale. E poi l’ansia delle poche munizioni, una poliziotta cazzutissima, e una creatura che insegue il nostro eroe dall’inizio alla fine come la sua nemesi(s). Niente di tutto questo è fan service sterile e urlato come da pessime abitudini del cinema da franchise. È un bell’horror che intrattiene con gusto e ritmo. Pare brutto?


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