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Revenge (2018): Non violentate Jennifer (altrimenti si incazza)

Lo so che questa cosa l’avevo già raccontata, ma torna prepotentemente di moda con il film di oggi:
quando di tratta di film, non ho nessun problema ad assistere a persone
sbudellate nei peggio modi, ma le scene di stupro le trovo sempre estremamente
fastidiose, proprio per questo considero tutto il sottogenere noto come “Rape
& Revenge” moralmente difficile da difendere.

Nel senso che è innegabile che il genere in sè sia florido di
titoli notevoli, ma mentre ne sto guardando il più delle volte, per arrivare
alla parte grondante sangue del “Revenge”, devo prima soffrire con
l’inevitabile porzione dedicata al “Rape” senza la quale, la liberatoria
vendetta non sarebbe efficace allo stesso modo lo so, però che fatica.

I primi piani sugli insetti li considero un omaggio a “Bloody Sam” Peckinpah.

“Revenge” s’intitola come un film di Tony Scott del 1990
che forse ricordiamo in ventisette, ma avrebbe potuto chiamarsi proprio “Rape
& Revenge” se non fosse una pellicola con un’estrema capacità di sintesi,
una messa in scena sontuosa e coloratissima (in cui il rosso del sangue è in vistoso vantaggio) e per di più, scritto e diretto da una donna, il che di
suo sarebbe già notevole considerando il tema trattato, ma Coralie Fargeat sa
decisamente il fatto suo e con questo suo film d’esordio, non solo fa arrivare
il suo messaggio forte e chiaro (senza risultare banale), ma lo fa in un
tripudio di pura exploitation talmente ben fatta e coinvolgente da essere uno
spettacolo per gli occhi, pugni e carezze, insomma: anche questa volta guardo un
“Rape & Revenge” friggendo sulla sedia, ma più per i dubbi morali, questa
volta è la forza del film a smuovermi le interiora.

Non ho visto “L’estate addosso” (2016) perché trovo Gabriele
Muccino più fastidioso di un qualunque “Rape & Revenge”, però ho visto
l’inutile Ring 3, dove recitava
l’italianissima Matilda Lutz, forse è già tutto qui, la terza sortita Yankee di
Samara era un film talmente scialbo da rendere anonima pure la Lutz, “Revenge”,
invece, è così riuscito in tutte le sue parti che state tranquilli, dopo questo
Matilda non la dimenticherete più, garantito al limone.

Un minuto di silenzio per una povera, piccola didascalia, che nessuno leggerà mai.

La nostra protagonista sembra la classica Barbie svampita
che sogna Hollywood, la cui principale e, ammettiamolo, anche unica vera colpa
è quella di avere un fidanzato di merda, Richard (Kevin Janssens) biondo figo e
pieno di soldi, che organizza battute di caccia nel deserto americano per ricconi
stranieri, forse Francesi, ma sicuramente annoiati e disposti a pagare per
qualche emozione.

La prima delle quali arriva quando vedono la biondina, su
cui iniziano allegramente a fantasticare, non che ci sia poi tanto da
fantasticare visto che la nostra si presenta al loro arrivo in mutandine e
maglietta, il classico capo di vestiario che sembra l’estremizzazione del
pensiero di qualche genio illuminato pronto a dichiarare: “… è andata a
cercarsela”. Insomma, mentre i più si fanno distrarre (giustamente) dal culo
della Lutz, Coralie Fargeat sta già iniziando a dirci delle cose, anche se la
trama risicatissima procede come da copione.

Classico caso di: Puoi avere di meglio di quello lì, trovati un bravo ragazzo!

Per mia somma gioia e giubilo (ma anche no) la mattina dopo
il viscidissimo Stanley (Vincent Colombe) violenta la ragazza nell’indifferenza
del suo compare Dimitri (Guillaume Bouchède) e vi assicuro che bastano le urla
in lontananza della bionda a farmi arrotolare su me stesso sulla poltrona,
niente, è più forte di me, non mi passerà mai questa cosa e va pure bene così.

Richard il fidanzato amorevole (ma anche no, secondo
estratto) prima cerca di convincerla con i soldi a star zitta e subire, poi fa
che risparmiare i soldi, ma non la vita della ragazza che spinta giù da un
burrone ci saluta. Ciao ciao Jennifer! Già! Perché quasi mi scordavo, per Coralie
Fargeat il modello di riferimento è così palese che chiama la sua protagonista
come quella del tostissimo “I Spit on Your Grave” (1978) uno dei capostipiti
del genere “Rape & Revenge”, da noi più famoso (o famigerato) con il titolo
di “Non violentate Jennifer” ammonizione che cade nel vuoto e non ditemi che è
uno spoiler, dai!

Vuoi vedere che la Fargeat ha citato anche un altro dei miei preferiti?

“Revenge” inizia con una fotografia satura, bella sparata,
fatta di colori pieni come i toni pastello e ultra colorati dei (pochi) vestiti
di Jennifer e dei suoi vistosi orecchini e poi procede trascinando la
protagonista tra la sabbia e sangue, quello che la poveretta è costretta a
subire la trasforma da biondina svampita stile “Barbie Girl” a tostissimo
angelo della vendetta con tanto di ali sulla pancia, non vi dico come se le
procura, soffrite un po’ anche voi, mica solo io, cazzarola!

La trasformazione da preda a fenice che risorge dalle sue
ceneri pronta a bruciare i suoi aggressori con la sua furia è una mutazione da
bambolina ad eroina d’azione, da biondina con i capelli in posa a mora dai
capelli sudici, in cui il colore e la sporcizia misurano il grado di difficoltà
da superare, lo stesso principio della canottiera di John Mcclane, però applicato alla chioma e, anzi, a ben guardare, c’è
anche qualcuno che viene ferito dalla schegge di vetro al piede nudo, in uno
scana parecchio “AUCH!”, non so se è una citazione voluta dalla Fargeat, ma nel
dubbio: stima!

“Meglio senza scarpe che senza pantaloni”… Ehm, non proprio, però avete capito la citazione dai.

Non ho mai sentito nessuno capace di trasformarsi in MacGyver
usando del peyote, ma nemmeno in un esperto chirurgo, ma l’unica concessione al
“MACCOSA” di tutto il film, viene spazzata via da Coralie Fargeat, grazie
proprio al suo totale controllo sul mezzo cinematografico, il modo in cui Jennifer
recupera dalle ferite mortali trasformandosi in una bellissima e mortale
incarnazione della rivolta delle donne sempre costretta a subire è talmente
riuscita da farmi dimenticare subito le proprietà sconosciute del peyote. Ed in
un attimo da “Rape & Revenge” la Fargeat ci conduce tutti per mano verso un
altro genere, diventando un Hounds of Zaroff purissimo, in cui, questa volta, i
ricconi non pagano per fare una caccia all’uomo come in Pericolosa partita (1932), ma ad una donna. Problema: la donna in
questione è parecchio incazzata e la lotta tra sessi diventa un massacro
grondante sangue!

Così tanto sangue che Coralie Fargeat ha mandato in crisi
pure i suoi tecnici degli effetti speciali che hanno dovuto dare fondo alle
scorte di sangue finto per tenere il passo con la richiesta della regista
(storia vera). La vendetta di Jennifer si consuma come in uno spaghetti western
degli anni ’60 “Ad uno ad uno… spietatamente”, tra feriti alla pianta dei
piedi, orecchie che saltano e tanto di quel dolore che soffri tu comodo in
poltrona per tanto che è coinvolgente la caccia spietata di Jennifer.

Hey Jenny buona! Io sono dalla parte tua eh!

Per la seconda volta dopo la Julia Ducournau di Raw, abbiamo una regista transalpina che
oltre a mettersi subito in mostra come talento da tenere d’occhio per il
prossimo futuro, riesce a fare un film sulla famigerata “Condizione della
donna”, senza risultare mai palloso, ma anzi, senza nessuna paura di sporcarsi
le mani e di sfruttare il cinema di genere per mandare i suoi messaggi.

Il duello finale risulta western lo stesso anche se tutto
ambientato tra gli interni di una casa che, poi, il più delle volte (troppe) è
dove la violenza sulle donne si consuma più spesso, uno scontro tra un maschio
che improvvisamente si ritrova nudo (in tutti i sensi) e non più dominante e
una femmina che ruggisce ed in questo senso Matilda Lutz oltre ad essere
bellissima e davvero perfetta per la parte: tenere lo schermo per 108 minuti
quasi tutti in mutandine e poco altro, non solo richiede un “Fisico di ruolo”
notevole, ma anche una certa predisposizione a mangiarsi lo schermo. Segnare
due per entrambe le voci statistiche.

Più sangue che in l’autoemoteca dell’AVIS.

Se siamo abbastanza fortunati, questo dovrebbe arrivare
nelle sale di uno strambo Paese a forma di scarpa a breve, speriamo perché
mandare messaggi così chiari, coinvolgendo e utilizzando il cinema di genere
così bene non è roba da poco e poi non è solo la Lutz ad essere bellissima, è
tutta la regia e la fotografia di Coralie Fargeat da meritarsi il grande
schermo.

Insomma, quando guardo un “Rape & Revenge” finisco sempre
tutto scombussolato, questa volta per lo meno non è solo per la dubbia moralità
del genere, ma per la qualità generale del film!
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