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Ritorno al futuro (1985): raggiungere un classico del cinema (facendo la strada lunga)

Un attimo sei lì che guardi il film, poi ti giro e PUF! Sono passati 30 anni e va come è cresciuto “Ritorno al futuro”! Vi giuro, mi sembra ieri che eravamo bambini e passavamo i pomeriggi insieme io e Ritorno, lui lì, impegnato a far girare le rotelline della VHS, guardalo adesso, con il suo cofanetto del Raggio-Blu scintillante come una DMC-12… Sembra ieri che era il 1985, invece è già il 2015, avete capito? Siamo nel futuro!

Com’è questo 2015? Beh, per prima cosa, in sala non trovi “Lo Squalo 19” (In 3D), però tra un po’ arriva un nuovo Star Wars, vale lo stesso? Di auto volanti io non ne ho vista nessuna, al massimo ci sono le ruspe di Salvini, qui il cinema batte la realtà e gli fa pure i gestacci per esultare…

In compenso, il presidente degli Stati Uniti è nero, Goldie Wilson sono sicuro apprezzerebbe… Cosa è rimasto invariato? Beh, il fatto che “Ritorno al futuro” sia il film preferito di chiunque, inutile che facciate gli snob, gli abbiamo voluto tutti bene e se il Cinema ha il potere di rendere reali (per un po’) cose fantastiche, beh, allora pochi film rivaleggiano con “Back to the Future” sotto questo punto di vista, un quintale e mezzo di iconografia è uscita da questa pellicola per entrare direttamente a far parte della cultura pop, Classido? Potete dirlo forte… Grande Giove! O forse dovrei dire: “Bontà divina”? Sì, perché il doppiaggio solo in questo primo capitolo ha tradotto così l’affermazione di Doc, facciamo che questo film è un Classido… Great Scott!

La leggenda vuole che l’idea per il film venne in mente a Bob Gale sfogliando l’annuario scolastico del padre, immaginando come sarebbe stato conoscerlo da ragazzo, magari diventando suo amico, ma se chiedete a me, Gale era in bagno, si è arrampicato per appendere un orologio, il piede gli è scivolato sulla ceramica bagnata e ha battuto la testa. Dopo essersi rialzato ha disegnato il flusso catalizzatore e ha scritto la sceneggiatura completa del film.

L’altro uomo chiave nella genesi del film è sempre un Bob, Robert Zemeckis, vecchio compagno di baldoria di Gale, dai tempi in cui i due misero a ferro e fuoco (letteralmente!) Hollywood scrivendo insieme il film “1941 Allarme da Hollywood” diretto da Spielberg… Icona da lasciare aperta e, sì, prima o poi parliamo anche di quel filmone.

«Per colpa di questo qui, ho fatto un flop che sarà stato grosso più o meno così»

Bob & Bob girano tutte le principali Major cinematografiche, riuscendo nell’impresa eroica di farsi sbattere la porta in faccia da tutti, negli anni in cui le commedie avevano titoli come “Scuola di Polizia” o “La rivincita dei Nerds”, una senza il numero minimo di tette non era considerata vendibile. Gli unici ad andare contro tendenza furono i ragazzi della Disney, che considerarono la storia TROPPO oscena, l’idea di uno che viene corteggiato dalla propria madre potrebbe turbare i bambini… Meno male che oggi la Disney possiede tutte le maggiori case di produzione (Pixar, Marvel Studios e Lucasart), possiamo dormire sogni tranquilli!

Non so bene con che faccia, i due Bob tornarono a bussare alla porta del loro vecchio amico e mentore, Steven Spielberg, a quel punto le alternative erano due: ricordarsi del flop al botteghino di “1941” e strangolarli entrambi, oppure ricordarsi delle serate passate a berne a coppie e dargli fiducia… La birra batte le delusioni al botteghino (Olè!)

Bob & Bob, Michael J. Fox e Spielberg che ancora non ci crede ad aver dato fiducia a quei due un’altra volta.
Il film arriva alla Universal, qui iniziano mille mila revisioni della sceneggiatura, si vocifera di addirittura 40 riscritture, molte delle quali imposte dal mega direttore galattico (gran farabut. Pezz. Di merd.) della Universal: Sid Sheinberg. Il Sid era fissato con la parola “Spaceman” prima voleva imporre “Spaceman from Pluto” come titolo del film, poi la frase “I am a Spaceman from Pluto” della famosa gag di Marty che cerca di convincere il padre a darsi una mossa, usando il walkman i Van Halen e la tutta gialla, per fortuna quel diavolaccio di Spielberg si inventò una gran mossa, scoppiò a ridere dicendo “Gran battuta Sid! Sei uno spasso!”, a quel punto, tra le risate generali, Sheinberg non potè dire che non stava scherzando, titolo e battuta “Il mio nome è Darth Vader. Sono un extraterrestre e vengo dal pianeta Vulcano!” divennero ufficiali. Quindi la prossima volta che il vostro capo vi propone un’idea del cazzo (succederà molto presto, garantito) ricordatevi di Spielberg.

Quando uno con la tuta gialla era solo un alieno invasore e non un cuoco di metanfetamine.

Andò un po’ peggio con il resto delle pretese di Sheinberg, che impose tutti i nomi dei personaggi femminili, piazzando omaggi a moglie, figlie e nipotine e per mio assoluto dolore, Einstein è diventato un cane… Che per quanto io ami i cani (tanto), in originale avrebbe dovuto essere una scimmia, ovvero l’unico modo possibile per rendere “Ritorno al futuro” ancora più figo!

Già, perché “Back to the Future” è un film fighissimo, ha conservato in questi 30 anni intatta la capacità di sorprendere lo spettatore, sembra quasi che Hill Valley sia un posto reale e ditemi se non avreste anche voi sempre voluto andare a scuola in skateboard, agganciandovi a qualche macchina di passaggio.

Ovviamente una delle cose più riuscite e memorabili del film è la DeLorean DMC-12 del 1982 con targa personalizzata “OUTATIME”. Ma prima di trovare una sua forma definitiva durante le varie riscritture, la macchina del tempo assunse svariate forme, una delle prime idee prevedeva una specie di grosso Laser Game all’interno di una stanza apposita, nel brainstorming creativo, qualcuno ipotizzò anche l’idea di un frigorifero finito in un’area di test nucleari del Nevada. Fu Spielberg a scartare l’idea, non voleva sulla coscienza ragazzini chiusi dentro il frigo di casa per emulazione… Quindi mi chiedo perché 23 anni dopo, lo stesso Spielberg utilizzò un frigorifero e un’area di test nucleari nel Nevada in uno dei suoi film… Un film che non ho visto, perché non esiste! Quel film non esisteeeeeee!! Non esisteeeeeeeeee!!!

Come mandare due attori e un modello di automobile dritti nella storia del cinema.

In qualche modo, l’idea del Nevada cadde nel dimenticatoio, non si sa bene chi, si dice uno dei due Bob, tirò fuori la scelta giusta: la DeLorean.

La sua scocca in acciaio (giustificata dalla sceneggiatura) faceva della DMC-12 la scelta ideale e, con tutto il rispetto per la Dodge Charger Bianca di “Punto Zero” o della Mustang di Steve McQueen (Non Saetta) in “Bullit”, non ricordo un altro film che ha saputo mitizzare così tanto una singola automobile.

John DeLorean fu così galvanizzato dall’omaggio alla sua creazione, che scrisse una lettera di ringraziamento ai due Bob, ma di questo, vi ho già parlato QUI. Per altro, la vita di John DeLorean è stata qualcosa di incredibile, di tante Biopic pallose sfornate da Hollywood, mi stupisco che nessuno ne abbia mai prodotta una su di lui.

Se ci pensate è un’idea tanto semplice quanto geniale, al cinema e nella letteratura abbiamo visto un sacco di macchine del tempo dalle forme più disparate, dalla cabina del telefono blu del Doctor Who, alla slitta de “La macchina del tempo” di H.G. Wells. Qualcuna capace di muoversi nel tempo e nello spazio e altre solo nel tempo, ma la DeLorean con tutte le sue limitazioni (se finisce il pieno o buca una gomma di ferma) è probabilmente la più iconografica, forse perché è un’idea di base tanto semplice quanto geniale, cosa usi per fare una macchina che viaggia nel tempo? Facile, usa una macchina no? Ed ora qui lo dico e non lo nego: se qualcuno viene da voi e vi dice “Macchina del tempo” voi cosa pensate? Qual’è la prima immagine che il vostro cervello vi suggerisce? Ecco, anche per questo “Ritorno al futuro” è un classico del Cinema.

Qualunque data vogliate visitare… Fatelo con stile!

Gli aneddoti sul film sono circa 1.21 mila, alcuni dei più gustosi riguardano il casting, Zemeckis aveva in testa Michael J. Fox come opzione numero 1, 2, 3 e 5 per il ruolo di Marty McFly, il problema che Fox era impegnato sul set del telefilm “Casa Keaton”, dove per altro faceva i doppi turni, poiché la sua collega Meredith Baxter era rimasta incinta e Fox aveva un minutaggio extra nella serie per compensare l’assenza.

La parte venne proposta anche a Ralph Macchio, ma Karate Kid la rifiutò dicendo che era solo una stupida storia di un ragazzino, un auto e del Plutonio. Che è un po’ come dire che la Gioconda è un quadro, bravo Ralph, bella pensata!

Zemeckis iniziò a girare con Eric Stoltz come protagonista (lo spacciatore di Pulp Fiction), risultato: guardando i giornalieri Stoltz proprio non convinceva Zemeckis che tornò a bussare alla porta di Casa Keaton per trovare un accordo. Una cosa da niente, Michael J. Fox girava fino alle 18 la serie tv, poi si precipitava sul set del film e questo spiega perché ci sono così tante scene in notturna, specialmente nella parte iniziale del film. Gli esterni si girano nel Week-end e dormire? Tzè! Dormire, quante pretese Michael, qui si sta facendo la storia.

«Non posso fare questi orari, avrei bisogno di… Una macchina del tempo»
Anche Christopher Lloyd ci pensò un po’ prima di accettare, fu sua moglie a convincerlo ad entrare nel camice di Doc Brown, il suo nome venne fuori perché il produttore Neil Canton aveva già lavorato con lui nel film Le avventure di Buckaroo Banzai nella quarta dimensione (sì, prima o poi ne parliamo di questo). Ma la scelta di casting più azzeccata secondo me è Lea Thompson nei panni di Lorraine. La Thompson è purtroppo caduta in disgrazia artistica, ma aveva dimostrato di essere bravissima in Alba Rossa e in “Howard e il destino del mondo” (sì, parliamo anche di questo…) riusciva ad essere anche sensuale se pur perfetta nei panni della brava ragazza, questo faceva di lei la scelta giusta per i turbamenti edipici di Marty.

Edipo non aveva mai fatto i conti con una mamma come Lea Thompson.

Un’altra cosa molto interessante parlando di “Ritorno al futuro” è quello che gli yankee chiamano product placement, a tutti quelli che si lamentano che i film di oggi sono pieni di prodotti infilati di straforo a fini commerciali, vorrei far notare che almeno in passato, si sforzavano di costruirci intorno una trama (ricordate le Nike di John Connor in Terminator?), anzi, grazie agli ottimi dialoghi di Bob Gale, alcune di queste trovate si sono tradotte in passaggi spassosi del film.

La Texaco e la Pepsi vennero preferite alle dirette concorrenti poiché il loro logo, è rimasto quasi invariato dal 1955 al 1985, certo il fatto che Michael J. Fox fosse il testimonial delle famosa bibita deve aver influito appena appena sulla scelta finale.

Il consorzio delle prugne della California, il California Raisin Board smollò 50mila Ex presidenti spirati stampati su carta verde per promuovere il suo prodotto e si incazzò due righe quando nel film vide il suo logo sulla panchina dove il barbone di Hill Valley si fa un pisolino a fine film. Per altro, per concludere il discorso, proprio l’attore che interpreta Red il barbone in tutti e tre i film della trilogia, è lo stesso a cui John Connor frega i pantaloni in Terminator… Eh lo so, è pesante.

«Almeno Marty non mi ha mai fregato le braghe»

Un gran contributo lo ha portato anche il doppiaggio italiano bisogna ammetterlo, quando nel 1955 Marty chiede al barista una Pepsi Free (senza caffeina) quello capisce Free nel senso di gratis e gli risponde che non si fa credito nel suo locale. Nella versione italica, diventa una “Pepsi Senza” (“Senza che? Se vuoi dire senza pagare hai sbagliato porta”), funziona forse un po’ meno la battuta successiva. Marty chiede una Tab (altra bibita senza zucchero) e il barista capisce che vuole il conto. In italiano già sapete, diventa la battuta sulla Fanta (“Fanta che? Vuoi della fantascienza da bere?”). Oh! Io snocciolo le battute del film così, ma sono sicuro che mi state tutti dietro senza problemi, in questo caso non sono solo io quello che ha visto il film 477 mila volte.

Lo sanno anche i sassi, ma completo il discorso sul doppiaggio: Lorraine chiama Marty, Levi Strauss, in riferimento al nome sui suoi Jeans, mentre in originale lo chiama Calvin Klein, questo spiega perché la ragazza dice di aver letto il suo nome sulla mutandine, solo che il pubblico italiano di allora rischiava di reagire come il barista sentendo il nome Calvin Klein.

Ma oltre ai dialoghi mitici da mandare a memoria e gli attori in palla, “Ritorno al Futuro” ha la capacità di portare al grande pubblico concetti tipici della fantascienza, mescolandoli all’evidente comicità generata da un ragazzo che torna indietro in quella che gli Americani considerano, il periodo più tranquillo, gioioso e innocente della loro storia, ovvero gli anni ’50.

Dovresti chiederlo a chi ha curato il doppiaggio italiano caro…. Levi Strauss.

L’idea di confrontarsi con i propri genitori da giovani è tanto semplice quanto universale e una volta impostata l’idea di base, le trovate divertenti vengono fuori da sole: le avance di Mamma Loraine, o scoprire che il proprio padre era uno sfigato fanatico di fantascienza (e nulla mi toglie dalla testa che il nome George non sia un riferimento a Lucas). Questa idea di base è talmente buona che continua a funzionare anche dopo un numero infinito di visioni ed è il motivo per cui il film continuerà a conquistare cuori per il prossimo milione di anni.

Il resto lo fa il ritmo indiavolato e la regia di Robert Zemeckis che non perde un colpo, se la sceneggiatura è un oggettino ad orologeria con gli ingranaggi ben oliati, è Zemeckis a farli girare alla perfezione, vi sfido a dirmi che ogni volta che Doc Brown è costretto a tirare il cavo dall’orologio del municipio voi non vi aggrappate ai braccioli della sedia, non ci credo nemmeno se lo vedo!

La vostra faccia, alla fine di quella scena, anche dopo la visione numero mille.
Menzione speciale enorme, va anche a sua maestà Alan Silvestri, che qui manda a segno il primo di tanti temi musicali dirompenti, esaltanti e azzeccatissimi, non ve li sto ad elencare tutti, vi dico solo che il tema inizia a sentirsi (piano) dopo 18 minuti dall’inizio, proprio quando la DeLorean entra in scena e pian piano si fa largo nel film, ogni volta che risuona personalmente mi esalto tantissimo e non credo che quel finale sarebbe stato altrettanto coinvolgente con una selezione musicale differente.

Quest’anno “Ritorno al Futuro” celebra i suoi primi 30 anni di vita, noi siamo cresciuti e invecchiati come i personaggi del film, ma la pellicola ha una freschezza invidiabile, è veramente passato indenne attraverso i flussi del tempo, 1985, 1955, 2015, non importa, se il Cinema ha almeno la responsabilità di provare a farti credere all’incredibile, “Ritorno al futuro” ci riesce ogni volta, quando lo guardi torni indietro al 1985 o alla prima volta che hai visto il film e ti emozioni come allora, ma il bello è che anche noi come Marty McFly siamo arrivati a vedere il 2015, solo che invece di raggiungere le 88 miglia l’ora e ritrovarci nel futuro… Abbiamo preso la strada lunga.

Corri corri, che tanto ti riprendiamo… Prima o poi.
Se non altro abbiamo avuto il tempo per rivederci questo film un sacco di volte durante il viaggio, auguri per i tuoi primi 30 anni, ci vediamo nel futuro… O nel passato! Lo so è pesante, ma non state pensando quadrimensionalmente! Ah! Domani invece, 21 Ottobre 2015, ore 7.28 ci vediamo tutti qui, ricordate… Dietro l’angolo, il Caffè 80, un ragazzo di nome Griff, dite solo no!
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